Circa un anno fa, nel seguente articolo avevamo previsto l’inizio di uno scontro definitivo tra USA e Cina e i recenti sviluppi non stanno altro che confermando questa visione.
La guerra in Ucraina ha messo a nudo l’impotenza dell’imperialismo straccione europeo, guidato da un’élite di banchieri (assolutamente mediocri come strateghi) che contavano sul ricatto economico sanzionista alla Russia, senza calcolare che in quella dimensione Cina e India avrebbero sostituito, con loro grande beneficio, i paesi europei. La guerra in Iran è un ulteriore colpo al cuore di questa élite di plutocrati europei, tanto modesti quanto purtroppo testardi e arroganti. Il peggiore errore di questa élite è stato quello di puntare tutte le proprie carte sul coinvolgimento diretto del Pentagono statunitense nella “difesa dell’Ucraina”. Tutti ricorderanno che l’iniziale soluzione americana alla crisi ucraina consisteva in un aereo che da oltreoceano portasse in salvo Zelensky e lasciasse, senza troppe storie, ai russi le zone contese pur nel sostegno dei focolai di guerriglia della resistenza ucraina dell’Azov.
Sia la CIA che la NSA, subito dopo il 24 febbraio 2022, avevano limitato a circa due settimane la capacità di durata della resistenza nazionale ucraina. È stato proprio l’incredibile eroismo nazionale ucraino, che non è stato affatto secondo in questi quattro anni rispetto a quello russo anch’esso grandioso, a rimettere tutto in gioco; per il resto, se i russi continuano ancora oggi a considerare questa guerra poco più di una operazione di polizia militare, il Pentagono non considera affatto questo teatro europeo uno scenario strategicamente importante. Una nazione europea che intervenisse direttamente in Ucraina, o un anche un eventuale triumvirato franco-britannico-tedesco, si troverebbe nella medesima situazione in cui si trova oggi l’Ucraina, distrutta e spezzettata. Il “bluff europeo”, far morire i soldati americani e ucraini per la gloria del fantastico vecchio continente “di pace, democrazia e amore”, è perdente su tutta la linea e nelle mani di Francia, Germania, Regno Unito non vi è alcuna carta vincente se non l’unica possibilità, al limite, di un lungo oceano di sangue della propria gioventù per l’ipotetica e impossibile salvezza di Kiev.
Come eterogenesi degli effetti, il nazionalismo “antimperialista” del presidente Putin ha messo in moto un tipo di accelerazione storica, che nel corso del secolo precedente è inevitabilmente sboccato nello scatenamento di una vera e propria guerra mondiale. Nei primi anni del secolo, l’ascesa ai vertici del potere militare mondiale (in particolare marittimo) dell’emergente nazionalismo prussiano significò guerra mondiale; dopo la Prima guerra mondiale, la conquista armata da parte di Italia, Germania, Giappone (nazioni poverissime di materie prime) di zone in tal senso strategiche significò Seconda guerra mondiale. Oggi, la Cina indubbiamente incarna e radicalizza un processo di crescita militare strategica strutturale viaggiando oramai al ritmo del 7,2% annuo, con l’obiettivo dello scontro risolutivo contro il suo principale antagonista. La Cina svolge in tal senso il medesimo ruolo della Germania nella prima guerra e di Italia, Germania, Giappone (i fascismi revisionisti rispetto a Versailles) nella seconda. I cinesi si sono potuti permettere, sino a ora, di accumulare forze tattiche e risorse tenendosi prudentemente lontani dagli scenari infuocati di guerra; gli USA, viceversa, una parte consistente del proprio tesoretto sono stati costretti a consumarlo e bruciarlo laddove necessario e strategico; il Medio Oriente è uno di questi casi, non a caso il più strategico con l’Indo Pacifico, sia per Cinesi che per Americani, con questi ultimi che non possono delegare tutto il lavoro sporco da fare a Israele.
L’attacco americano contro l’Iran era già deciso quando, dopo la guerra dei dodici giorni dello scorso giugno, il viceministro della difesa iraniano Massoud Oraei viaggiava segretamente in Cina per un incontro di alto livello militare mai reso pubblico. Da oggi i Cinesi non si potranno più permettere di accumulare forze e risorse tenendosi cautamente lontani dagli scenari di guerra. Con la guerra aperta tra Afghanistan e Pakistan (due paesi oggetto di pesanti investimenti cinesi, dove questi ultimi vengono ripetutamente colpiti da fazioni islamiste in Afghanistan e nel Balucistan pakistano) e l’attacco americano all’Iran, questi nostri giorni potrebbero rappresentare l’inizio storico della Terza Guerra Mondiale e la fine delle pericolose illusioni democratiche che, purtroppo, hanno peraltro significato l’occulto trionfo della Società di Epstein-Maxwell; è in definitiva secondario se Pechino deciderà di entrare concretamente nei vari fronti tra un anno o due, ciò che in definitiva più conta sono le sempre più frequenti rivolte contro il regime di Xi, rivolte a sfondo nazionalista Han, di cui anche qui ci arriva notizia. L’alternativa interna a Xi Jinping, da ora considerato dalla società civile interna un debole e un piccolo statista di fronte al presidente Putin o a Donald Trump, è rappresentata da fazioni marginali dell’estrema sinistra neo-marxista o neo-maoista da un lato, dall’altro da sempre più maggioritarie fazioni nazionaliste, che propongono la messa in cantiere del partito comunista cinese e la restaurazione patriottica di una sorta di Kuomintang (Partito Nazionalista Cinese, paradossalmente possibile gemello di quello di Taiwan) con Sun Yat Sen quale unico padre della patria.
“Putin ha osato attaccare l’Ucraina, Trump ha osato rapire Maduro e decapitare Khamenei, e noi non riusciamo neanche a restaurare un’unità patriottica con il KMT di Taipei e la storica unificazione”: è ora questo il comune sentimento nazionale e popolare cinese di cui il sociologo Li Yi, che ha milioni di seguaci del fronte patriottico interno, si è fatto portavoce nel suo ultimo video, dichiarando apertamente che centinaia di milioni di soldati e patrioti cinesi stanno attendendo solo l’ora X per poter finalmente dare la vita per un autentico Risorgimento cinese, ovvero per una unificazione storica con Taiwan. Ciò significherebbe, per gran parte della società civile, una Cina leader globale e un definitivo sorpasso sugli Stati Uniti. Quanto a noi italiani, l’obiettivo strategico principale è tenerci moderatamente, ma fermamente, lontani da ogni avventurismo di carattere continentale, che inevitabilmente sarebbe guidato da Londra o Parigi, dato il loro status di potenze nucleari.
