HODIE NON CRAS VII: IL TEMPO DI OSEA
HODIE NON CRAS VII: IL TEMPO DI OSEA

HODIE NON CRAS VII: IL TEMPO DI OSEA

Di Silvio Turri Bruzzese

Nel capitolo precedente della serie Hodie non cras, abbiamo provato a riflettere su opportunità e pericoli derivanti dall’intraprendere un percorso di scoperta dei valori perenni forgiati da esperienze politiche del passato particolarmente vicine al nostro sistema di valori ed ideali e che potrebbero costituire il nucleo fondante di un progetto politico ben radicato nella tradizione e concretamente realizzabile nel momento presente ed abbiamo preso ad esempio una iniziativa politica con queste caratteristiche concretamente attuata in un determinato territorio del nostro Paese.

Questo percorso, entusiasmante anche se faticoso, conduce chi lo intraprende in questo tempo presente che siamo chiamati a vivere consapevolmente e virilmente a prendere consapevolezza dello stato attuale in cui versano quei soggetti che incarnano nella storia e nella società gli universi spirituali e simbolici della fede e dell’amor patrio ed a giudicarne le condizioni reali confrontandole con i loro caratteri fondativi e così a prendere atto della siderale distanza esistente fra ciò che la Chiesa Cattolica e la Patria dovrebbero essere e cosa purtroppo sono nella realtà e di quanto grave sia la crisi ideale, dottrinale, di iniziativa di queste istituzioni generata dallo smarrimento dei loro caratteri fondativi.

Questo confronto è particolarmente doloroso a misura dello spessore sia della conoscenza e dell’interiorizzazione di storia e principi della fede e dell’amor patrio sia della maturazione del proprio senso critico nell’osservare e giudicare le circostanze ed i fatti.

Questo confronto, se non affrontato con spirito di lotta, può intrappolare le persone in una spirale interiore molto problematica nella quale sfuma la differenza concettuale fra l’aspetto spirituale della Chiesa e simbolico della Patria e la concreta aggregazione di uomini e donne che abitano, male o bene che sia, i luoghi concreti, materiali di Chiesa e Patria e può condurre alla convinzione che l’aspetto spirituale/simbolico sia la vera Chiesa/Patria e l’aspetto materiale sia una falsa Chiesa/Patria che ha abusivamente occupato il posto della vera; maturata questa convinzione, ogni iniziativa rischia di diventare velleitaria, manichea, perché contrappone un soggetto tutto puro ma disincarnato (ed in ultimo irreale) ad un altro interamente malato ed unicamente materiale e conseguentemente, a considerarsi parte di una minoranza che si autocelebra come unica vera discendente della Chiesa inaugurata da N. S. Gesù Cristo opposta ad una Chiesa ufficiale che è falsa perché guidata da uomini indegni oppure di una minoranza che si ritiene unica detentrice dei valori autentici del patriottismo opposta ad una Patria matrigna perché guidata da una gerarchia istituzionale corrotta e subalterna.

La vita di una comunità o di una società, soprattutto se di antiche origini, non può essere ricondotta alla lavagna di una classe elementare, divisa in due per scrivere i nomi dei buoni da una parte e quelli dei cattivi dall’altra; la Chiesa e la Patria sono soggetti composti sia da una realtà materiale fatta di uomini e donne, di mezzi, progetti ed azioni sia da una realtà spirituale/simbolica che dovrebbe essere fonte e compimento della realtà materiale e qualsiasi azione che voglia intraprendere una riforma della Chiesa e della Patria deve inevitabilmente considerare la realtà materiale come l’unico spazio possibile ove possa attuarsi la realtà spirituale; non vi sono altre Chiese o altre Patrie e chi si separa dalle realtà materiali si separa anche dalle realtà spirituali/simboliche trasformandosi in parodie di Chiese o di Patrie.

Inoltre, come in ogni fatto comunitario umano, ma per la verità come anche nell’anima di ogni uomo, il bene ed il male sono intrecciati inestricabilmente e così resteranno sino a quando sarà Dio stesso a compiere la separazione definitiva, nella storia per le comunità e nel giudizio finale per le anime; su tale aspetto Nostro Signore Gesù Cristo è stato chiarissimo nel Suo insegnamento: basti ricordare la parabola del grano e della zizzania (S. Matteo 13, 24-30).

Per poter mettere in atto iniziative di riforma, quindi, è necessario prendere consapevolezza che solo accettando il reale stato di cose in cui versano la Chiesa e la Patria e solo convincendosi che l’unico spazio d’azione dato è interno allo spazio materiale attualmente occupato da entrambe queste realtà si può sperare di raggiungere dei risultati.

Accettare lo stato attuale delle cose, peraltro, è necessario per prevenire velleitarie, pur se all’apparenza nobili, fughe dalla realtà verso utopistici nuovi ordini (o nuove riproposizioni di vecchi ordini ormai tramontati) che non hanno possibilità di venire alla luce.

Accettare lo stato attuale delle cose non è pusillanime codardia né rassegnazione ma prudente concretezza necessaria ad individuare le modalità più efficaci per operare i cambiamenti.

Resta tuttavia vivo il dolore patito nell’accettare tutto questo e ad esso è necessario dare una risposta.

Ad un fedele cattolico avvertito, posto dinanzi a questa tragica situazione, sovviene alla mente ed all’anima una delle figure profetiche più rilevanti, per quanto poco “popolari”, della storia sacra narrata nell’Antico Testamento, la figura di Osea. Questo profeta, vissuto nella seconda metà dell’VIII secolo avanti Cristo in un momento di forte crisi non solo spirituale ma anche politica e sociale del popolo eletto[1] in cui questi era diviso in due regni, del Sud o Giuda e del Nord o Israele a sua volta separato in Israele ed Efraim, che sarebbero poi scomparsi in momenti diversi a causa della conquista e della deportazione assiro-babilonese; Dio fa sorgere questo profeta in Israele perché denunci l’infedeltà del popolo nei confronti di Dio per il suo consegnarsi, affidarsi alle divinità pagane venerate dai popoli vicini invece che al Dio che li aveva tratti dalla schiavitù d’Egitto.

Ciò che contraddistingue la storia ed il messaggio profetico di Osea rispetto agli altri profeti che lo avevano preceduto era la definizione che Dio dà al Suo rapporto con il popolo eletto e come chiede al profeta di manifestarlo a tutti: Dio definisce il Suo rapporto con il popolo come un rapporto sponsale e l’alleanza stretta con esso come un matrimonio il cui vincolo fondamentale è l’amore che Dio prova per questo popolo e che Lo ha spinto a liberarlo dalla schiavitù, a dargli una terra fertile ed a colmarlo di benefici.

Il popolo, però, pur godendo dei doni divini, non mostra di sentirsi vincolato a Dio ed ai Suoi comandamenti in maniera esclusiva e cerca nelle divinità pagane culti non impegnativi che non richiedono cambiamenti di vita.

Questa forma di apostasia del popolo e dei suoi leaders politici e religiosi viene denunciata da Dio attraverso il profeta quando Egli ordina ad Osea di sposare una prostituta: “Quando il Signore cominciò a parlare a Osea, gli disse: “Va, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore” “(Os. 1, 2).

La denuncia di Dio, ma sarebbe meglio dire il dolore di Dio dinanzi al Suo amore tradito, si spinge a mostrare al popolo che l’apostasia non può che generare ulteriore ribellione: “Egli andò a prendere Gomer, figlia di Diblàim: essa concepì e gli partorì un figlio. E il Signore disse a Osea: “Chiamalo Izreel, perché tra poco vendicherò il sangue di Izreel sulla casa di Ieu e porrò fine al regno della casa d’Israele. In quel giorno io spezzerò l’arco d’Israele nella valle di Izreel”. La donna concepì di nuovo e partorì una figlia e il Signore disse a Osea: “Chiamala Non-amata, perché non amerò più la casa d’Israele, non ne avrò più compassione. Invece io amerò la casa di Giuda e saranno salvati dal Signore loro Dio; non li salverò con l’arco, con la spada, con la guerra, né con cavalli o cavalieri”. Dopo aver divezzato Non-amata, Gomer concepì e partorì un figlio. E il Signore disse a Osea: “Chiamalo Non-mio-popolo, perché voi non siete mio popolo e io non esisto per voi” (Os. 1, 3 – 8). Questa però non è una condanna definitiva senza appello. Dio osserva la reazione del Suo popolo ai richiami di Osea e come il popolo muterà condotta tornando a ricomporre l’unità sponsale originaria; dinanzi al pentimento del popolo, Dio tornerà a spandere il Suo amore sul popolo[2]: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.” (Os. 2, 16 – 18. 21 – 22).

Per Dio questo rapporto con il Suo popolo è sponsale, d’amore, ed esclusivo: non vi sono altri popoli da amare come questo, non vi è un rinnegamento dell’alleanza e della promessa messianica per concederle ad altri popoli a causa delle infedeltà di questo; questo popolo sarà costantemente infedele e costantemente redarguito ed a volte castigato ma mai abbandonato almeno fino a quando il popolo non ha rotto definitivamente l’alleanza rigettando l’incarnazione del Figlio di Dio, del Messia atteso ed allora Dio stesso ha dovuto stringere una nuova alleanza con quanti avrebbero creduto nel Signore Gesù.

In altri termini, Dio ha costruito la storia della salvezza con questi figli e pur subendo le loro infedeltà comunque porta avanti con loro il Suo progetto di salvezza. Peraltro fa così anche con ognuno di noi ogni giorno fino al giorno del nostro giudizio.

Riguardo alla Chiesa ed alla Patria io credo che oggi noi stiamo vivendo il tempo di Osea.

Non ci viene chiesto di separarci da tutto questo ma di “sposare la prostituta”, ovvero di restare in questa Chiesa e di accettare questa Patria perché solo “sposando la prostituta” possiamo trovare il modo affinché questa torni ad essere moglie fedele ed ardente.

È possibile per ogni fedele restare in questa Chiesa presente, nella quale è stato innestato il giorno del Battesimo, nonostante gli errori degli uomini di Chiesa perché ogni fedele dispone della Sacra Scrittura e degli insegnamenti perenni della Chiesa stessa, quelli, secondo il celebre canone di San Vincenzo di Lerino, monaco del V secolo, creduti sempre, da tutti, ovunque: “in ipsa item catholica ecclesia magnopere curandum est ut id teneamus quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est (anche nella stessa Chiesa Cattolica ci si deve preoccupare molto che ciò che noi professiamo sia stato ritenuto tale ovunque, sempre e da tutti)” e quindi avere in qualche modo i mezzi per discernere ciò che viene insegnato, tenere ciò che è conforme, rigettare l’errore e progredire nel cammino spirituale nonostante tutto.

Per il fedele anche la Patria è un dono di Dio. Ogni uomo nasce in un determinato luogo ed in un determinato momento della storia, in una determina comunità sia familiare che sociale; nasce carico di storia, cultura, spiritualità, tradizioni, dialetti, consuetudini locali che si esprimono attraverso le relazioni parentali e sociali. È la sua piccola Patria concreta.

Questa piccola Patria concreta è a sua volta inserita in quadro più vasto, in un territorio più grande, in una più ampia storia, cultura, spiritualità, lingua e tradizioni createsi e consolidatesi nel corso del tempo a causa dei legami, relazioni ed interazioni fra piccole Patrie, legami tali da rendere possibile una aggregazione più grande, federativa. È la grande Patria concreta.

Nessun uomo nasce quindi ontologicamente apolide ma si unisce alla comunità umana con un patrimonio, una eredità precisi che lo contraddistinguono e lo rendono differente, distinguibile, riferibile ad un contesto preciso: la sua Patria tradizionale concreta a cui egli appartiene e che gli appartiene tanto da sentire il dovere di preservarla prima di tutto in sé stesso e poi con le parole e l’azione.

Questa Patria concreta non può essere dissolta dagli errori di una classe politica indegna né può essere dimenticata fintanto che esista qualcuno che la incarni nascendo in essa; però può essere calpestata o oppressa da una patria astratta basata su di un egualitarismo dissolutivo delle identità inevitabilmente governata da una élite che si percepisce svincolata dalle comunità, una élite che promuove sradicamento ed atomizzazione per poter meglio manipolare e dominare.

La nostra Patria concreta ha avuto, scelte o imposte, molte forme di aggregazione istituzionale; alcune ne hanno rispettato i caratteri fondativi, altre, soprattutto a partire dall’avvento dell’assolutismo laico e dal predominio dei sistemi di pensiero liberale e giacobino (con tutte le loro conseguenze libertarie, liberiste e totalitarie), hanno tentato, con successo, di sostituire quei caratteri con forme astratte di visione dei singoli e delle comunità.

Forme astratte molto seducenti ma protese al rinnegamento delle differenze, delle specificità, veicolate dalla pretesa di voler garantire l’eguaglianza dei diritti ma alla fine incapaci di scorgere le reali esigenze di equità di ciascuno perché inserite in contesti sociali particolari diversi e ciò per una semplice ragione: la Patria concreta è poggiata sul diritto naturale, una serie di principi generali di condotta individuale e sociale considerati degni di rispetto da tutti gli uomini e da tutte le società ed integrati con le realtà locali[3], e sulla legge divina, quella espressamente disposta da Dio per il bene di tutti gli uomini; la patria astratta si fonda viceversa su di un insieme di regole che pur pretendendo di essere universali sono state scritte da determinate élites di uomini convinti di comprendere il bene dell’uomo in sostituzione della legge divina (le Dichiarazioni Universali dei Diritti dell’Uomo) sulle quali poggia un insieme di norme positive che considerano la comunità nazionale come insieme di cittadini indistinti ed emanate da organi legislativi composti da soggetti scelti da aggregazioni di soggetti indistinti come i partiti[4].

Tuttavia è all’interno della Patria presente, dell’attuale forma di Stato, la Repubblica, e dell’attuale forma di governo, la democrazia rappresentativa parlamentare, che deve trovare spazio e forma ogni iniziativa volta al cambiamento delle persone ed al superamento delle forme, rammentando però che ogni possibile rivalutazione della Patria concreta non può che passare per il recupero della legge divina quale insieme di regole universali fondative e conseguentemente dell’accoglimento della Regalità Sociale di Cristo.

Nel momento in cui la Chiesa tornerà a trasmettere ciò che ha ricevuto sin dal principio e la Patria non sarà più un concetto astratto ma una aggregazione di realtà locali federate in una forma organica, allora si potrà dire che potremo farle nostre spose per sempre, nella giustizia.


[1] Nella storia della salvezza narrata nella Sacra Scrittura ogni crisi politica, sociale, militare, economica è diretta conseguenza della crisi spirituale del popolo – di ogni individuo e della comunità – e dei re perché la crisi è originata dal rifiuto della signoria di Dio e quindi dalla impossibilità, per Lui, di poter intervenire con la Sua provvidenza e dalla inevitabile necessità di dover far prevalere la Sua giustizia.

[2] Nel Vangelo Nostro Signore Gesù Cristo insegna che la misericordia di Dio si esprime dopo il pentimento dell’uomo: il ricco padre abbandonato dal figlio che sperpera la sua eredità non va a cercare quest’ultimo facendo finta di niente ma ne attende il ritorno e solo dopo la richiesta di perdono lo ripristina nella qualità di figlio (S. Luca 15, 11 – 32).

[3]  Esempi di diritto naturale potrebbero essere il rispetto dei morti, la necessità di ordinare la vita familiare, il contributo di tutti alla difesa comune, la necessità di una gerarchia di ruoli, il divieto dell’omicidio indiscriminato, etc.

[4]  Non casualmente negli Stati la cui forma di governo è fondata sulla democrazia rappresentativa non viene accolto ovunque il principio del vincolo di mandato al collegio elettorale.

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