HODIE NON CRAS VI – PASSATO REALE E PASSATO ARTIFICIALE
HODIE NON CRAS VI – PASSATO REALE E PASSATO ARTIFICIALE

HODIE NON CRAS VI – PASSATO REALE E PASSATO ARTIFICIALE

Di Silvio Turri Bruzzese

Il passato, per chi sente di provenire da un determinato luogo, di possedere determinate radici, di essere parte di una determinata cultura e identità formatesi nel tempo, è molto importante.

“Historia magistra vitae” dicevano i nostri antenati e chi ha a cuore la propria identità tradizionale deve saper essere un alunno diligente e conoscere il corso della storia e le fonti culturali e sociali nella loro reale evoluzione, al di là delle narrazioni ufficiali e/o ideologiche.

Le moderne tecnologie di comunicazione sociale stanno però proponendo, in maniera molto pervasiva, visioni del passato, del concreto svolgersi dei fatti e delle dinamiche geopolitiche, non solo addomesticate nella indicazione dei fili conduttori ma anche sostenute da cariche emotive volte a suscitare reazioni anestetizzanti.

Accanto a voci mediatiche del sistema politico-informativo, che sfruttano la pervasività del mezzo per rafforzare versioni del passato viziate ideologicamente agli occhi di spettatori spesso indifesi, perché carenti non solo di solide basi culturali ma soprattutto di un ben formato senso critico, si possono scorgere agenti comunicatori i quali, senza formulare apparentemente proclami politici od ideologici, fanno circolare in rete frammenti televisivi, cinematografici o musicali risalenti agli anni ’70 ed ’80, corrispondenti più o meno all’infanzia ed alla preadolescenza degli uomini e delle donne appartenenti alla generazione dei nati fra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70.

Guardando questi spezzoni del passato ci si ritrova a provare sentimenti misti di nostalgia e di inquietudine: di nostalgia poiché fanno riemergere nella memoria ricordi carichi delle sensazioni, delle impressioni, degli stati d’animo suscitati dalla loro prima visione riportando chi li (ri)guarda indietro agli anni dell’infanzia, alla situazione di vita di allora, rielaborata dal trascorrere del tempo che come una specie di setaccio interiore ha conservato solo gli aspetti positivi e quindi riportata alla luce come un’età in cui la vita pareva essere tendenzialmente più serena, meno caotica, quasi un paradiso perduto; di inquietudine nella misura in cui la fruizione di queste sequenze degli spettacoli del passato ed il bagaglio emotivo che suscitano genera in chi li (ri)guarda il desiderio di ricercarne altre allo scopo di suscitare ancora una volta quelle sensazioni avvolgenti ed appaganti, di trasportare nuovamente la persona in questa dimensione astratta, scissa dalla realtà e dal naturale corso della storia e della vita ma estremamente desiderabile per la forza dell’evocazione di un altrove spensierato che essendo però parte del passato personale trasmette alla persona l’illusoria certezza di poter, anche se per pochi momenti, ritornare a piacimento al proprio stato di bambino.

Questo desiderio, che la rete appare in grado di soddisfare quasi all’infinito, sembra avere la capacità di costruire nell’anima della persona una sorta di rifugio interiore, un paradiso artificiale ove nascondersi quando la pressione della vita reale diventa insostenibile e le storture delle relazioni sociali inaccettabili; un paradiso artificiale perfetto perché mascherato da ricordo ed avvolto nella nostalgia.

Sostanzialmente, significa rivivere, chiaramente in una forma distorta dal bisogno, il proprio passato come il più pericoloso degli annebbiamenti mentali perché completamente autoprodotto senza dover ricorrere a sostanze esterne.

Colpisce in questo senso, la presenza sempre più massiccia sul mercato di oggetti legati a questo od a quello spettacolo, serie televisiva o film, destinati ad essere venduti non ad appassionati neofiti ma ad inveterati fruitori che all’età in cui si è accesa questa passione non potevano disporre, per inevitabili limiti produttivi, di tutta questa “mercanzia” e che ora, potendola collezionare fino a livelli ossessivi, ammanta di rivalsa la voglia di rinchiudersi nel rifugio, che in questo modo assume la forma di una dorata stanza dei giochi da utilizzare come antistress.

Rifugio che qualche volta assume anche forme pubbliche e condivise nei gruppi di fans di eventi mediatici “vintage” o di nostalgici degli anni passati creati virtualmente sulle reti sociali.

L’unico rimedio in grado di interrompere questa spirale perniciosa appare l’accettazione del proprio presente con il suo carico di sofferenze, di fatica e di contrasti, di relazioni sane da coltivare e relazioni conflittuali da gestire lasciandosi alle spalle ogni dinamica interiore che si produca secondo schemi propri dell’età infantile, quale ad esempio l’incapacità di accettare separazioni da oggetti considerati estensioni del sé e da situazioni desiderabili oppure mancate soddisfazioni di desideri più simili a capricci soprattutto nelle relazioni interpersonali.

Quest’ultimo passaggio appare di fondamentale importanza se osservato dall’angolazione delle conseguenze di una modalità di comportamento, soprattutto nelle relazioni, dominato da dinamiche infantili, poiché una persona o peggio una comunità infantilizzata è estremamente manipolabile da una élite di potere che per raggiungere e mantenere il controllo di massa oppure per conseguire altri scopi innominabili, sia in grado di indurre bisogni o paure a getto continuo tramite i mezzi di comunicazione sociale.

Una persona o meglio una comunità che, viceversa, ha raggiunto una stabile consapevolezza di sé, dei propri valori fondativi e delle proprie priorità che quindi le consenta di accogliere o tenere il buono e scartare senza eccessive remore o disagi quanto può essere nocivo od ormai superato avendo quindi maturato un comportamento adulto, ha scarse possibilità di essere manipolata reiteratamente nel tempo.

L’opzione migliore, in questo senso, rimane la scelta della fede in quanto incontro con una dimensione soprannaturale distinta dal sé e superiore ad esso e quindi in grado di riordinare, sia a livello spirituale che morale, la vita individuale stabilendo limiti e dinieghi che vengono accolti serenamente perché percepiti come positivi e funzionali alla propria crescita spirituale ed umana.

Essenziale rimane però, ad un livello preliminare alla fede, recuperare ed assumere quali criteri ispiratori del proprio agire quotidiano quel corpus di virtù civili che sono patrimonio comune di tutti gli uomini e le donne nate in Occidente e che dovrebbero divenire, trattandosi del diritto naturale classico, punto di riferimento per la costruzione dell’ordinamento positivo di una comunità di destino: la giustizia, l’onore, la fedeltà, la lealtà, l’impegno, l’amore per la Patria sino al sacrificio personale, il senso del dovere, etc..

Resta essenziale tale passaggio poiché le virtù civili che hanno costituito l’asse portante dell’edificio morale di una società, quella greco-latina, segnata però da profonde diseguaglianze, hanno comunque trovato posto nella società cristiana che ha preso forma nel Medioevo ed ha ristrutturato i rapporti sociali ed interpersonali sulla base dei dettati morali evangelici – primo fra tutti quello dell’uguale dignità di ogni essere umano in quanto tale poiché creatura di Dio – dando vita al diritto naturale cristiano; la società cristiana, racchiudendo in sé a mano a mano che procedeva l’evangelizzazione dei territori tutte le popolazioni del continente, è riuscita a diventare la radice culturale comune su cui l’Europa si è definitivamente strutturata sino ad oggi al di là, o meglio al di sopra, delle correnti di pensiero politico che si sono succedute nel momento in cui la sua espressione politica è entrata in crisi prima con la fine del Medioevo e poi con il declino della “Christianitas minor”, la Monarchia Federativa delle Spagne.

Le virtù civili innestate e perfezionate nel diritto naturale cristiano ed al livello più eminente la fede possono essere in grado di costruire una comunità adulta e quindi poco manipolabile da gruppi di potere; ma affinché questo accada è indispensabile il ricorso alla volontà dei singoli ed alla consapevolezza diffusa del destino comune.

Ma il campo di battaglia ove combattere per non cadere nella trappola di un passato che si struttura come rifugio artificiale non è limitato alla dimensione interiore della persona; esso si estende anche alle proprie scelte politiche e sociali ed è soggetto a maggiori rischi poiché su questo terreno si può trovare maligno conforto nell’esperienza compiuta da altri che restano intrappolati nella medesima dinamica asfissiante.

Non rare volte anime sensibili ai temi di giustizia sociale e partecipazione politica alla costruzione di una società migliore si scontrano con la mediocrità e la corruzione, anche spicciole, dell’attuale sistema di potere spesso indifferente al benessere dei singoli e delle comunità ed iniziano la ricerca intellettuale ed emotiva di un sistema di pensiero politico del passato che possa essere quel gigante sulle cui spalle procedere verso la costruzione di un futuro migliore.

Nel momento in cui un determinato movimento o sistema politico del passato smette di essere solo argomento di studio, di formazione intellettuale e riesce a conquistarsi l’adesione interiore non solo della mente ma anche del cuore della persona, allora la tentazione del passato/rifugio si presenta per pretendere il suo prezzo ed è allora che deve essere combattuta e sconfitta.

È possibile discernere i sintomi della presenza di questa tentazione nella prospettiva con cui viene osservata quell’esperienza del passato che sembra aver conquistato mente e cuore: se questa prospettiva sembra mettere in luce solo gli aspetti positivi di quell’esperienza politica, i grandi risultati raggiunti, l’enorme consenso di popolo, la forte eredità lasciata ai posteri ed occulta, quasi fossero inesistenti, gli inevitabili aspetti negativi, le contraddizioni concettuali e pratiche, le nefandezze dei leaders, allora vuol dire che la tentazione è in atto e deve essere combattuta, giacché nessun sistema può essere considerato alla stregua del paradiso perduto da riconquistare e nessun sistema può essere riprodotto tal quale a distanza di decenni o di secoli.

Per quanti vivono ordinariamente immersi in ambienti di genere identitario tradizionale permeato dal rifiuto, almeno formale, del liberalismo classico, del giacobinismo e delle loro appendici ideologiche e partitiche, le esperienze del passato il cui approccio e fascinazione può più facilmente far precipitare le persone nel rifugio artificiale interiore politico/sociale sono generalmente quattro e spesso si sommano tra loro: l’Impero Romano, la società cristiana medievale, le ideologie totalitarie novecentesche, la Chiesa preconciliare.

Bisogna peraltro precisare che anche nell’ambiente tradizionale ritroviamo la generale distinzione fra credenti e non credenti: i primi, che si identificano sostanzialmente nel cattolicesimo tradizionale, guardano innanzitutto alla società cristiana medievale, alla controriforma quale reazione alla riforma protestante, alla controrivoluzione post 1789 ed alla Chiesa Cattolica precedente al Concilio Vaticano II considerato quale traguardo negativo della rivoluzione interna alla Chiesa stessa.

I secondi, viceversa, che ricercano radici tradizionali identitarie alternative alla fede soprattutto all’interno del mondo classico, si rivolgono principalmente alle forme politiche inveratesi prima dell’insorgere del cristianesimo nel mondo greco-romano ed in particolar modo alla forma imperiale di Roma ed ad essa accostano le ideologie totalitarie novecentesche di matrice nazionalista, soprattutto quelle che a loro volta si richiamavano alla romanitas. Nel primo caso i sintomi relativi alla avvenuta adesione alla forma politica come rifugio possono essere rinvenuti nell’incapacità di vedere (o nel fastidio manifestato quando lo si fa notare) i lati oscuri delle esperienze prescelte: il Medioevo (un’epoca storica durata mille anni) è stato un periodo luminoso sia in termini di speculazione filosofica e giuridica che di spiritualità ma vi erano enormi diseguaglianze che permeavano la società medievale, quale ad esempio la presenza dei servi della gleba; altrettanto può dirsi per la Controriforma, la cui riproposizione sistematica dell’ortodossia cattolica contrapposta all’eresia protestante sostenuta e veicolata da forti esperienze spirituali soprattutto ispaniche[1] e francesi ha però dato vita ad alcuni tra i più sanguinosi conflitti combattuti sul suolo europeo ed ha alimentato un approccio generalmente formalistico alla vita spirituale da parte di molti esponenti della gerarchia e di molti fedeli comuni che ha contribuito, purtroppo, alla crisi della Chiesa che il Concilio Vaticano II ha aggravato invece di risolvere ingenerando, non prima ma ugualmente grave conseguenza, nel fedele tradizionale l’attenuazione della consapevolezza della dimensione soprannaturale della Chiesa Cattolica – Apostolica, Romana – che permane nonostante i molti e gravi errori degli uomini di Chiesa.

Nel secondo caso, il cedimento a questa dinamica interiore emerge nella visione idealizzata della società romana come se fosse unicamente composta di eroi, guerrieri, imperatori saggi e donne forti e virtuose, ma all’esaltazione delle virtù ed alla volontà di potenza espresse soprattutto durante il Principato, l’epoca imperiale, si accompagnava una struttura sociale all’interno della quale vaste porzioni di abitanti non erano considerate persone ma cose, dove gli infanti non graditi per motivi economici o fisici erano abbandonati senza alcuna remora.

Purtroppo questa modalità di percezione idealizzata della romanitas venne alimentata dai regimi totalitari nazionalisti del Novecento come recupero delle proprie radici identitarie e quindi l’insidia risulta meno percepita da parte di quanti, aderendo ai progetti politici propugnati da tali regimi, si convince che la vera ed unica realtà tradizionale del proprio paese sia quella classica senza rendersi conto, spesso, che i regimi totalitari novecenteschi, sia quelli nazionalisti che quelli collettivisti, hanno una comune origine molto più recente nel pensiero di Jean-Jacques Rousseau e nella sua teorizzazione della volontà generale nella quale si deve dissolvere la volontà individuale del singolo per potersi “liberare” dalle sovrastrutture imposte dalla società cristiana e tornare ad essere il “buon selvaggio”, una volontà generale di cui feroci minoranze si sono ritenute detentrici a scopi educativi delle masse a partire dai giacobini di Robespierre sino, appunto, ai regimi totalitari ed oltre, considerato il richiamo esplicito al filosofo ginevrino operato da movimenti populisti degli ultimi decenni.

Questa mancanza di un vero radicamento tradizionale di questo tipo di movimenti nazionalisti, poiché la società italiana odierna deriva, nei suoi tratti culturali più profondi, dalla società cristiana medievale e moderna piuttosto che dalla società greco-romana, rende ancor più facile cedere alla tentazione di rifugiarsi in un passato artificiale interiore e, incontrando altri che condividono il medesimo cedimento, creare uno spazio condiviso che però assume le caratteristiche del gruppo settario (di nuovo grazie a Rousseau).

Curiosamente, fra i cattolici legati alla tradizione troviamo anche sostenitori delle ideologie totalitarie nazionaliste, i quali si trovano a vivere una forte contraddizione ideologica laddove protestano di rifiutare il pensiero rousseauiano ed il suo epigono giacobino come cascami dell’Illuminismo e della Rivoluzione e pur tuttavia sposano progetti politici che da questi direttamente, per via ideologica, derivano; il Papa Pio XI tra gli anni Venti e Trenta del Novecento si incaricò di dimostrare, attraverso varie encicliche, le irresolubili contraddizioni esistenti fra la dottrina cattolica e le ideologie totalitarie nazionaliste.

Il premio che attende quanti riescono a sconfiggere la tentazione di cedere alla fascinazione anestetizzante per una determinata esperienza storico-politica o per uno specifico movimento o progetto politico del passato e non le consentono di aprirsi varchi nell’anima per trasformarsi in un paradiso artificiale interiore è l’opportunità di scorgere, di individuare gli elementi nobili, le idee originali, il vero radicamento nella tradizione che queste esperienze offrono insieme agli errori che ne hanno causato il declino ed il superamento e poter così verificare se sia possibile distillare da questo insieme, come un nettare prezioso, idee e valori che posseggano il carattere della perennità da trasfondere in progetti politici futuri che non siano riproduzioni artificiose di un passato che si è inverato in un determinato periodo storico con la concomitanza di specifiche condizioni politiche, economiche, sociali e culturali e che non può essere restaurato sic et simpliciter perché le condizioni sono mutate e le trasformazioni avvenute nel corso del tempo sono divenute irreversibili.

Nella misura in cui tali elementi perenni vengano rinvenuti, difatti, ed a partire da loro, possono essere elaborati progetti politici che però debbono possedere il carattere della concretezza ovvero che abbiano le qualità adatte per poter realizzare nel tempo presente, tenendo conto delle condizioni politiche, economiche, sociali e culturali attuali, le idee ed i valori trasmessi dalle esperienze del passato.

E quindi la seconda lotta che deve essere sostenuta dopo la sconfitta della tentazione consiste nella ideazione e nella promozione oppure nella scoperta e nella adesione ad un progetto che sia fondato sui valori perenni desunti dalle esperienze del passato ma che sia concretamente realizzabile nel momento presente.

Il carattere di concretezza è vieppiù necessario poiché ogni progetto politico originale ma ben radicato tradizionalmente si dovrà confrontare e presumibilmente scontrare con due aspetti molto ben presenti nella cultura politica oggi dominante: il rifiuto consapevole, in nome di una continua innovazione, di ogni forma di tradizione o seppur minimo legame con il passato a meno che non sia vissuto all’interno di una dimensione artificiale interiore e quindi innocua se non addirittura manipolabile, come si è tentato di spiegare in apertura di questa riflessione parlando di agenti comunicatori che elargiscono frammenti di passati anestetizzanti; in secondo luogo, il luogo comune che considera ineluttabile il sistema di costruzione del consenso attualmente vigente nei cosiddetti sistemi democratici rappresentativi, ovvero l’aggregazione tramite i partiti e la scelta della classe dirigente politica tramite elezioni generali di candidati scelti attraverso le dinamiche interne a questi ultimi.

Tuttavia, un progetto politico ben radicato nella tradizione, fondato sui valori perenni desunti da esperienze politiche del passato, potrebbe mostrare vie alternative ma praticabili concretamente al sistema partitico attuale.

Questo è il caso del Patto di Chiauci.

Come abbiamo avuto occasione di sottolineare più volte in passate riflessioni, le vere radici cristiane dell’Europa moderna possono essere rinvenute nella Monarchia federativa delle Spagne, la Christianitas minor erede della società cristiana medievale la quale, pur con mille limiti e contraddizioni e cedendo spesso alle logiche del potere mondano piuttosto che tener fede al mandato divino assunto, ha comunque saputo costruire un sistema politico fondato sulla primazia della fede come fattore aggregante del popolo, sia spagnolo in senso stretto che ispanico in senso più ampio; un sistema, nato dal compimento della Reconquista e portato alla sua massima espressione nei territori extra iberici aggregati[2], fondato su di una concezione del sistema politico ed istituzionale non centralistico e verticistico come saranno i regimi assolutistici che gli succederanno ma proteso alla conservazione delle specificità istituzionali dei territori che ha aggregato in Europa e che ha costruito in America i quali, pur essendo federati sotto la stessa corona, mantengono un rapporto con quest’ultima nel quale l’obbedienza al Re è controbilanciata dall’impegno di questi al rispetto delle leggi particolari tradizionali[3].

Dalla crisi e dal declino di questo modello politico-istituzionale, nella Spagna di metà Ottocento è nato, causato da contingenze conflittuali legate alla successione al trono di Spagna (ormai solo al singolare…), il Movimento Carlista, da alcuni definito Christianitas minima proprio a causa del suo manifesto legame con la Christianitas minor, il quale, nel costruire il proprio progetto politico, ha saputo cogliere gli elementi di perennità presenti nell’esperienza storica cui si riferiva ed a condensarli in quattro pilastri ideali: “Dios, Patria, Fueros y Rey”, tradotta dai carlisti italiani con “Dio, Patria, Libertà Comunale e Re”.

Questi quattro pilastri, questi elementi perenni possono essere posti a fondamento di un progetto politico che voglia promuovere la formazione di uno Stato cattolico (Dio), la considerazione della Patria come aggregazione di tante piccole Patrie (Patria), le realtà particolari che hanno una loro storia, una loro cultura, leggi e consuetudini particolari concrete che debbono essere rispettate e protette nelle quali si realizzano i diritti ed i doveri dei singoli membri, non in una astratta ed uniforme concezione degli stessi (Fueros) ed infine, al vertice della grande Patria, una monarchia sociale, organica e tradizionale e per questo legittima (Re).

Sulla base di questi quattro pilastri, i pensatori carlisti hanno elaborato un sistema di pensiero politico che desse sostanza e continuità all’azione politica del movimento anche oltre le contingenze storiche che ne hanno prodotto l’insorgenza ed i legami con la terra d’origine.

Il più importante esponente del pensiero tradizionale carlista è stato l’asturiano Juan Vázquez de Mella (1861 – 1928) il quale, a partire dai quattro pilastri carlisti, ha elaborato una teoria politica alla quale diede il nome di societismo (sociedalismo nell’originale spagnolo) la quale, partendo dall’idea di costruzione della società dal basso (se non ami la piccola patria in cui sei nato non puoi amare la grande Patria), dai nuclei fondamentali della società, ovvero le famiglie, i territori con le loro leggi e consuetudini particolari che devono essere riconosciute (i Fueros), propone di costruire le rappresentanze politiche a partire dai cosiddetti corpi intermedi, ovvero le associazioni culturali, le confraternite religiose, le università e le accademie, i sindacati e le corporazioni dei lavoratori, etc., considerati quali depositari delle esigenze e degli interessi concreti delle persone rappresentate diversamente dai partiti e dalle loro astratte generalizzazioni, per giungere alle rappresentanze istituzionali sia locali che nazionali che compongono il quadro istituzionale dello Stato la cui forma è la monarchia sociale, organica e tradizionale.

Questo ordinamento della società, che viene definita organica, è radicalmente opposto alla democrazia rappresentativa partitica attuale e consentirebbe al popolo di avere dei veri rappresentanti nelle istituzioni perché scelti dalle diverse realtà che concretamente compongono il tessuto socio-economico dei territori e ne conoscono specificità e disagi ed essendo ad essi vincolati ne potrebbero promuovere interessi ed esigenze. Questa modalità di formazione delle classi dirigenti che parte dal basso, dalla piccola patria, e dalle situazioni concrete della comunità di riferimento, i diritti territorialmente specifici riconosciuti, ha trovato una sua espressione concreta nella vita politica locale italiana proprio in questi anni in un Comune della Provincia di Isernia, Chiauci, il cui consiglio comunale, il 25 ottobre scorso, ha approvato con delibera, facendolo quindi proprio, il cosiddetto Patto di Chiauci, con il quale è stato costituito un organo consultivo, la Consulta dei Rappresentanti Civici, aperto a tutti i rappresentanti delle famiglie residenti e tutti i responsabili delle attività produttive, culturali e religiosi che operano sul territorio per consentire ai cittadini di poter partecipare attivamente alla vita politica dell’amministrazione comunale attraverso un sistema di consultazioni nel quale i cittadini non sono coinvolti astrattamente come cittadini ma come rappresentanti delle famiglie oppure dei corpi intermedi di cui abbiamo parlato sopra potendo moltiplicare i voti qualora si rivestano più ruoli all’interno della comunità, mandando in soffitta il concetto rousseauiano dell’un uomo-un voto, che ha avuto triste e fallace eco anche ai nostri giorni, per esaltare quanti si adoperano attivamente per il bene comune del territorio.

Il Patto di Chiauci si appoggia ad un manifesto politico, il Manifesto di Isernia, elaborato dal Professor Gianandrea De Antonellis, storico e già docente di filosofia del diritto, e che invita al ritorno all’impegno politico provando a costruire un sistema di democrazia organica fondata sui corpi intermedi, ovvero su quegli elementi perenni, Dio, Patria Fueros e Re, che dall’esperienza storica della Monarchia federativa delle Spagne sono sorti grazie al Movimento Carlista fino a riprendere vita politica nella realtà concreta di una piccola realtà del nostro Paese.

È concependo e promuovendo o scoprendo ed aderendo a progetti politici come questo ben radicati nella tradizione e sufficientemente concreti per poter essere attuati che si può vincere la seconda lotta in favore del passato reale e contro il passato artificiale. Alla fine di questo viaggio nel quale abbiamo dovuto ingaggiare una lotta prima contro la tentazione di ridurre il passato ad un rifugio artificiale interiore anestetizzante e poi una seconda lotta per poter comprendere ciò che di perenne può offrire quella determinata esperienza di passato con la quale ci sembra di essere entrati in sintonia per ciò che accomuna i tratti caratteristici di quella esperienza ed il nostro universo spirituale ed ideale ed aver tentato di individuare un percorso politico concreto su quegli elementi fondato ed attuabile, se in queste due battaglie abbiamo riportato la vittoria allora avremo conquistato un posto sulle spalle di quel gigante che ci aiuterà a procedere verso la costruzione di un futuro migliore.

Per poter leggere il testo del Manifesto e del Patto: https://www.samnium.org/notizie/item/100-manifesto-di-isernia
Per approfondimenti:
https://vanthuanobservatory.com/2026/02/09/democrazia-comunale-organica-dal-manifesto-di-isernia-al-patto-di-chiauci/
https://vanthuanobservatory.com/2026/02/06/il-societismo/
https://vanthuanobservatory.com/2026/02/10/manifesto-disernia-contro-il-disimpegno-politico/
https://lanuovabq.it/it/manifesto-di-isernia-una-proposta-politica-dal-basso
https://www.altaterradilavoro.com/dio-patria-fueros-e-re/


[1]Con questo termine si intende ricomprendere tutte le esperienze di riforma della vita spirituale cattolica che hanno preso vita nei territori della Monarchia Federativa delle Spagne: non solo quelle spagnole, quindi, come furono quelle di Santa Teresa d’Avila o di San Giovanni della Croce, ma anche quelle lombarde, come furono quelle promosse da Sant’Antonio Maria Zaccaria o San Carlo Borromeo ed anche quelle latinoamericane, legate ad esempio alle figure di San Turibio de Mogrovejo e Santa Rosa da Lima.

[2]Nonostante le inevitabili conseguenze derivanti dalle modalità attuate nella conquista di territori ritenuti ricchi di risorse preziose, la costruzione degli stati latinoamericani non ha seguito le stesse dinamiche della colonizzazione condotta dagli inglesi e dai francesi nei secoli successivi; le cattedrali, gli edifici, la cultura, la spiritualità stessa dei popoli latinoamericani ispanici, il Dia de la Hispanidad che diventa la festa nazionale spagnola testimoniano quanto i “conquistatori” abbiano lasciato in eredità ai “conquistati”.

[3]La storia del Regno di Napoli e di Sicilia, della Sardegna, dei territori lombardi, sia sociale che politica che militare, le influenze e le affinità architettoniche, culturali e spirituali raccontano plasticamente quanto quegli Stati non siano stati dominati ma abbiano partecipato ad una mutua contaminazione.