Il Generale Serbo Ratko Mladić e la dialettica storica del Jihadismo islamico armato
Il Generale Serbo Ratko Mladić e la dialettica storica del Jihadismo islamico armato

Il Generale Serbo Ratko Mladić e la dialettica storica del Jihadismo islamico armato

Non interessa, in tale contesto, partecipare alla beatificazione o alla demonizzazione del Generale serbo Mladić in seguito al suo decesso; non interessa nemmeno orientare il lettore verso le tante, e in molti casi assai scientifiche, fonti revisioniste sull’azione nazionalista serba del Generale rispetto alle verità ufficiali imposte dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja. Interessa invece concentrarsi sulla visione di Gilles Kepel, probabilmente il più notevole islamologo vivente, autore di decine e decine di libri e saggi specialistici sull’argomento.

Kepel rappresenta l’Islam come una notevole forza spirituale e ideologica, di gran lunga più forte dell’attuale cultura europea e occidentale; una forza rivoluzionaria e internazionalista la cui spinta storica secolare è per molti versi paragonabile a quella della Rivoluzione comunista-bolscevica e dell’imperialismo stalinista dello scorso secolo. Kepel differenzia questa grande ondata ideologica in differenti momenti. La prima fase della “Dialettica del Jihadismo armato” va per Kepel dalla rivoluzione iraniana del 1979 sino alla fine del secolo scorso; è la fase della “guerra contro il nemico vicino”.  La seconda fase è quella di Al-Qaida che si è concentrata, sulla base degli errori della prima fase, sulla “guerra contro il nemico lontano”. La terza fase storico-dialettica è quella del “Califfato o Stato Islamico” con cellule europee (quelle più importanti sarebbero balcaniche) strategicamente collegate con la casa madre, che sperimentano ed elaborano un Jihadismo armato d’atmosfera nel Vecchio Continente, che emula lo sforzo rivoluzionario del centro originario. Infine la quarta fase è quella dell’ “Islamo-Comunismo”, ossia dell’alleanza tra Jihadismo ed estrema sinistra o progressismo democratico occidentale, con il fine di colpire definitivamente e strategicamente l’idea cristiana di Europa. L’ipotesi, formulata nell’estate 2021 da Kepel su un possibile asse geopolitico confuciano-islamico (ossia alleanza tra Cina e Islam), è stata velocemente scartata dallo studioso a vantaggio della prassi rivoluzionaria dei nostri tempi, quella islamo-comunista. Ad avviso di Kepel lo Stato cinese, a differenza dell’Islam, non ha mire di egemonismo globale.

Alla fine del 2025 Kepel dà alle stampe, con l’ex procuratore francese Jean-François Ricard, il saggio Antiterrorisme, nel quale avanza l’ipotesi di una guerra civile ideologica che caratterizzerà almeno il prossimo decennio: guerra ideologica orizzontale e illimitata tra il Jihadismo Internazionalista armato e un ipotetico fronte nazionalista “controjihadista” o controegemonista, in formazione perché ancora ideologicamente confuso. Lo scontro a suo avviso è inevitabile; non presenta vie d’uscita. Afferma che:

l’alleanza islamo-comunista vista dall’esterno sembrerebbe contronatura, perché la maggioranza dei militanti della sinistra radicale europea è tradizionalmente atea. Ma pensano che gli immigrati musulmani rappresentino il nuovo proletariato e per loro la vecchia parola d’ordine “proletari di tutto il mondo unitevi” è sostituita da “Allahu Akhbar”. Ma tutto sommato la nuova formula funziona. Il vecchio scontro di classe viene rimpiazzato da quello etnico-religioso. Emergono così importanti differenze col passato. L’antica lotta di classe può essere superata, se ne esce con la scolarizzazione, con il miglioramento delle condizioni economiche e il proletario può diventare benestante. Ma lo scontro etnico-religioso non ha vie d’uscita, è irrisolvibile, causa fratture insanabili, destinate a peggiorare…”

Kepel trascende i determinismi astratti e geopolitici, che per lui portano a una lettura fuorviante che trascura totalmente l’essenziale dimensione ideologica, seguendo e avanzando con una linea metodologica coerente da decenni, in base a quanto già ebbe a scrivere nei primi anni del 2000 nel suo saggio Jihad. Ascesa e Declino. Storia del fondamentalismo islamico, pubblicato in Italia dalla casa editrice Carocci. In quel contesto Kepel si soffermò anche sulla reazione nazionalista cristiana serba del Generale Mladić di fronte all’alleanza tattica tra Stati Uniti, Iran e movimenti rivoluzionari sunniti accorsi nei Balcani (tra cui lo stesso Osama Bin Laden, come oramai accertato) – spesso con aerei messi a disposizione dai servizi segreti di Paesi occidentali, tra cui proprio la Francia – e alle figure leggendarie di questo jihadismo, che erano solite esibire le teste degli “infedeli serbi” (spesso anche civili e bambini) come trofeo di guerra. Merita, perciò, di essere riportato questo passo di Kepel (dalla già citata “Jihad”, pp. 287-288, Roma 2001):

“Tra i principali dirigenti dei mujahidin bosniaci vi era un personaggio piuttosto singolare, il comandante Abu Abdel Aziz, detto “Barbarossa” a causa della sua lunghissima barba, che tingeva con l’hennè, secondo una tradizione attribuita al Profeta. Veterano dell’Afghanistan… stava cercando, dopo la caduta di Kabul nel 1992, un nuovo territorio in cui proseguire la jihad. Passarono solo 15 giorni ed ebbe inizio la crisi bosniaca… Partito in perlustrazione con quattro compagni, richiese, dopo aver identificato il conflitto come una jihad, delle apposite fatwa a tre degli ulema che avevano già dato il loro sostegno ad Abdallah Azzam per la guerra in Afghanistan. I volontari che giunsero allora in Bosnia, e che stabilirono il loro quartier generale nella città di Zenica, facilmente raggiungibile dalla Croazia, combatterono o in gruppi autonomi o nell’ambito della Settima Brigata “Islamica” dell’esercito bosniaco, creata nel settembre 1992. I conflitti di natura ideologica che li opposero a altri combattenti indussero a riunirli nel reggimento El Mudzahidun, creato appositamente per loro nell’agosto 1993 e comandato da “Barbaros”. Questi “jihadisti” agguerriti dotati di artiglieria pesante ingaggiarono scontri furiosi con le milizie serbe… Quanto a crudeltà, non erano da meno a nessuno, e le foto dei loro volti sorridenti mentre brandivano le teste dei “cristiani serbi” appena mozzate, o le schiacciavano con il tacco di anfibi, fecero un effetto tale che l’esercito bosniaco dovette preoccuparsi di riprendere il controllo di questi elementi troppo zelanti, che rischiavano di provocare un serio danno d’immagine”.

Nella terza fase della “Dialettica del Jihadismo” di Kepel, l’infiltrazione terroristica nei Balcani è stata un fenomeno centrale della recente storia europea; come ben mostra, con prove e documenti, il libro di Jean Toschi Marazzani Visconti, La Porta d’Ingresso dell’Islam, pubblicato da Zambon, il più grande nemico di Bruxelles e degli stati più potenti dell’UE sembra paradossalmente restare proprio il nazionalismo serbo, sempre a vantaggio dell’“Islamo-Comunismo” di cui parla Kepel. Non desta perciò meraviglia che, anche di fronte alla recente decisione del Ministero della Giustizia di Belgrado successiva alla morte del Generale Mladić, Bruxelles abbia avuto da ridire; al punto che siamo probabilmente ancora all’“Europa morta a Pristina” di cui, con gran coraggio, parlò l’onesto Ufficiale superiore francese presso il COS (Comando Operazioni Speciali), Jacques Hogard, allorquando americani ed europei decisero, al di fuori di ogni legittimità e legalità sul piano del Diritto Internazionale, di scendere in campo in difesa dei Terroristi dell’UCK e del solito terrorismo islamico. Bombardando ininterrottamente per quasi tre mesi, dal 24 marzo al 10 giugno ’99, l’intera nazione serba, colpendo quotidianamente migliaia e migliaia di civili. Non a caso, nell’ultimo anno la stessa comunità croata bosniaca, cattolica, ha preso di mira Bruxelles e l’Unione Europea in quanto la strategia filoislamista degli “europeisti” non sembra lasciare spazio ad altre pratiche e concezioni. Nel 2022 Ursula von der Layen dichiarò che i valori dell’Europa si fondano sul Talmud, ma in realtà la politica balcanica dell’UE è da sempre assolutisticamente filoislamica; in ogni caso non sembra esservi spazio per una dimensione nazionale cristiana, come è gradita dalle maggioranze nazionalpopolari nell’Europa del Centro e dell’Oriente. Per non parlare della situazione del Kosovo, dove non è affatto esagerato parlare di una sistematica pulizia etnica e culturale antiserba.

Alla luce di tutto questo, continuare a descrivere il Generale come “il boia di Srebrenica” è davvero troppo e finisce per produrre l’effetto contrario. Nessuno chiede l’acritica beatificazione, ma un giudizio equilibrato sarebbe il minimo. Basterebbe esaminare la documentazione che emerge dal Dossier segreto di Srebrenica per rendersi conto di come numeri di presunte vittime (messe alla rinfusa, tra l’altro, senza distinzione alcuna tra civili e militari o tra aggressori e aggrediti, come sarebbe divenuto di moda affermare) non combacino assolutamente con le versioni ufficiali e intoccabili dei media di casa nostra; basterebbe considerare che è storia, riconosciuta dalla stessa Corte Penale dell’Aja, che Mladić estromise dalla zona delle operazioni in Bosnia reparti paramilitari serbi (tra cui le stesse Tigri di Arkan) che si erano macchiati di gesti indegni e non consoni verso la popolazione civile musulmana (e, secondo quanto circola con singolare insistenza a Belgrado, a una infame vendetta di tali ambienti sarebbe da addebitare proprio l’omicidio della povera e indifesa figlia del Generale, Ana, di appena 23 anni). Altra menzogna diffusa dai canali di propaganda americani o europeisti quella che la seconda parte della latitanza del Generale sarebbe dovuta a protezioni dei servizi militari russi; il popolo serbo, l’esercito, la Chiesa serba hanno protetto Mladić sino all’ultimo giorno di latitanza e lo avrebbero continuato a proteggere sino alla morte, se non fosse subentrata una gravissima malattia che fece optare per la consegna.  Da considerare, infine, che Mladić trattò per tutto il corso della guerra civile jugoslava con vari generali o ex generali italiani, dato che era suo intendimento e volontà restituirci la Dalmazia; proposito a cui si oppose fermamente l’allora PDR Francesco Cossiga. Tali generali italiani ne riportarono, come veniva scritto in fonti e quotidiani dell’epoca facilmente reperibili nelle pubbliche emeroteche, un’impressione del tutto differente e contrapposta a questa storiella woke del “boia di Srebrenica”: quella di un onesto e leale patriota, non disposto a mezze misure per la salvezza della nazione e dell’ideale nazionalista.

È significativo, infine, che tutti questi ambienti culturali e propagandistici “rivoluzionari” di cui parla Kepel nel suo libro sull’Antiterrorismo, pur a ragione così sensibili alla causa palestinese, si voltino però sistematicamente dall’altra parte quando a subire un trattamento di palese oppressione o pulizia etnica vi sono i nazionalisti serbi, armeni, i nazionalisti cristiani afrikaner o nigeriani; quasi viene il sospetto, che si fa velocemente certezza, che in quei casi stanno realmente dalla parte degli oppressori e dei persecutori.

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