Sonni tranquilli. Rothbard e l’anatomia dell’élite
Sonni tranquilli. Rothbard e l’anatomia dell’élite

Sonni tranquilli. Rothbard e l’anatomia dell’élite

Recensione del libro Wall Street, le banche e la politica estera degli Stati Uniti di Murray Rothbard, traduzione di Valerio Savioli, Edizioni Imprimere, 2026.
Di Vincenzo Pellegrino

C’è un solo modo di prendere le misure a questo libro, ed è cominciare dalla sua ultima riga. Congedandosi dal lettore alla vigilia delle presidenziali americane del 1984, Murray Rothbard annota che l’élite finanziaria del potere potrà «dormire sonni tranquilli indipendentemente da chi vincerà nel 1984». Non è una battuta amara appesa in chiusura, è il teorema dell’intero saggio condensato in una frase: il nome del partito che occupa la Casa Bianca conta assai meno delle connessioni bancarie e finanziarie del regime in carica, e chi volesse capire la politica estera degli Stati Uniti farebbe meglio a studiare gli organigrammi delle banche che i programmi elettorali. 

Attorno a questa proposizione, tanto semplice da enunciare quanto laboriosa da dimostrare, Rothbard costruisce una storia compressa di un secolo americano, dal monopolio di Jay Cooke sul debito dell’Unione fino alla Commissione Trilaterale, e la costruisce con il metodo che gli era proprio: quell’individualismo metodologico che rifiuta di spiegare la storia con forze anonime e pretende invece nomi, parentele, studi legali, pacchetti azionari. Il saggio apparve nel 1984 sulla newsletter finanziaria World Market Perspective, fu ristampato nel 1995 dal Center for Libertarian Studies e approda ora al lettore italiano nell’edizione di Imprimere, accompagnato dalle due introduzioni storiche di Justin Raimondo e Anthony Gregory che ne scandiscono la fortuna editoriale. Chi lo apre aspettandosi una teoria del complotto resterà deluso, e chi lo apre aspettandosi la consueta storia impersonale delle relazioni internazionali resterà spiazzato: Rothbard occupa deliberatamente il territorio scomodo che sta tra le due, quello in cui gli esseri umani agiscono intenzionalmente per i propri interessi e lasciano tracce documentabili, e in cui la convergenza di più gruppi in competizione produce esiti che nessun comitato centrale ha mai deliberato. È questa collocazione, più ancora dei singoli episodi, a fare del pamphlet un classico della storiografia revisionista, e a rendere le sue pagine finali, dedicate ai decenni del dopoguerra, la parte che ancora oggi morde di più.

La tesi di fondo poggia su una premessa economica che il lettore farebbe bene a non saltare. I banchieri, osserva Rothbard in apertura, sono per natura inclini allo statalismo: le banche commerciali, operando a riserva frazionaria, vivono sull’orlo permanente dell’insolvenza e invocano perciò il prestatore di ultima istanza; le banche d’investimento collocano titoli del debito pubblico e hanno quindi un interesse strutturale nei deficit e nella capacità dello Stato di tassare per rimborsarli. Non serve postulare alcuna malvagità particolare, basta seguire gli incentivi. Da qui discende la riappropriazione rothbardiana dell’analisi di classe, sottratta ai marxisti e restituita alla sua matrice liberale originaria: il conflitto rilevante non oppone capitale e lavoro, oppone chi produce e chi vive del potere coattivo dello Stato, e i più grandi capitalisti della storia americana si rivelano, alla prova dei documenti, i più tenaci nemici del capitalismo concorrenziale, sempre pronti a cartellizzare il mercato per mezzo della legge.

Su questa intelaiatura teorica Rothbard dispone la sua ricostruzione, che procede per accumulo prosopografico. Il primo impero bancario americano, quello di Jay Cooke, nasce da un privilegio politico, il monopolio del collocamento del debito federale durante la Guerra civile, e muore nel panico del 1873 sotto i colpi del rivale che dominerà il mezzo secolo successivo, la casa Morgan. La svolta imperialista degli anni Novanta dell’Ottocento, con le crisi venezuelana, brasiliana e nicaraguense e poi la guerra con la Spagna, viene ricondotta alla pressione dei banchieri per nuovi mercati di esportazione e nuove occasioni di prestito estero, in aperta competizione con la finanza britannica. Theodore Roosevelt appare come un uomo dei Morgan dalla culla alla Casa Bianca, e l’affare di Panama, con il consorzio che rileva a prezzo di saldo le azioni della fallita compagnia francese del canale per rivenderle al doppio dopo la rivoluzione orchestrata da Washington, resta uno degli episodi più istruttivi del volume. La Prima guerra mondiale giunge poi come una manna per un impero Morgan finanziariamente pericolante: agente fiscale di Londra e Parigi, monopolista dell’emissione dei loro titoli di guerra, la banca aveva un interesse vitale nella vittoria alleata, e l’autore segue con precisione la filiera che dalla propaganda interventista arriva fino alla manipolazione di Wilson da parte del colonnello House. La Federal Reserve, istituita provvidenzialmente alla fine del 1913 dalla coalizione Morgan, Rockefeller e Kuhn, Loeb, fornisce la macchina monetaria senza la quale né i prestiti agli Alleati né l’ingresso in guerra sarebbero stati finanziabili. Il cerchio si chiude con la fondazione del Council on Foreign Relations, gemmazione americana dei Round Table milneriani, destinato a diventare il vivaio permanente della politica estera.

È però nella seconda metà del libro, quella che porta il racconto dal 1939 alla soglia delle elezioni del 1984, che il metodo dà i suoi frutti più maturi, e non a caso è la parte che parla più direttamente al presente. La Seconda guerra mondiale viene letta come una guerra di coalizione tra i due imperi finanziari, con i Morgan legati a Gran Bretagna e Francia e perciò orientati al teatro europeo, e i Rockefeller in rotta di collisione con il Giappone per il petrolio e la gomma del Sud-Est asiatico; dal conflitto esce un establishment orientale unificato in cui i rapporti di forza si sono rovesciati, con i Rockefeller ormai soci di maggioranza e i Morgan ridotti al rango di soci di minoranza. Il capitolo sul Guatemala del 1954 è forse il più forense dell’intero saggio: attorno all’espropriazione delle terre della United Fruit da parte di Arbenz, Rothbard ricostruisce una ragnatela in cui i fratelli Dulles, la banca Schroder, la Old Colony Trust di Boston e le International Railways of Central America si intrecciano fino a rendere quasi indistinguibile il confine tra il consiglio di amministrazione e il Consiglio di sicurezza nazionale. Le pagine su Kennedy smontano con eleganza il mito camelotiano mostrando un presidente che affida la scelta dei propri ministri chiave a Robert Lovett della Brown Brothers Harriman e conserva Allen Dulles alla CIA fino al disastro della Baia dei Porci, mentre quelle su Johnson documentano la penetrazione capillare di Lehman Brothers nei gangli dell’amministrazione e culminano nella scena memorabile del marzo 1968, quando i Wise Men comunicano al presidente che Wall Street ha ritirato il proprio consenso alla guerra del Vietnam, e la guerra, semplicemente, comincia a finire. Kissinger viene restituito alla sua genealogia di uomo dei Rockefeller, scoperto da McCloy e stipendiato da Nelson fino a tre giorni prima dell’ingresso al governo, e la Commissione Trilaterale, fondata da David Rockefeller nel 1973, appare infine come la forma più evoluta dell’istituzionalizzazione dell’élite, capace di selezionare un oscuro governatore della Georgia, istruirlo e insediarlo alla Casa Bianca con un’amministrazione composta in misura impressionante di propri membri. Quando Rothbard osserva che anche la sfida proclamata da Reagan ai trilateralisti si è dissolta nella scelta di Bush come vicepresidente, la profezia dei sonni tranquilli è già interamente dimostrata.

Un’avvertenza critica è doverosa, e il libro stesso la autorizza. Il metodo delle parentele e delle cariche incrociate produce, in alcuni passaggi, un effetto di densità probatoria che eccede ciò che i singoli anelli della catena dimostrano: lo stesso Rothbard, a proposito dell’attacco antitrust di Theodore Roosevelt alla Standard Oil, ammette che mancano prove definitive e che la sua è un’inferenza ragionevole. Il lettore avvertito distinguerà dunque tra i tratti in cui la documentazione è schiacciante, e sono la maggioranza, e quelli in cui la contiguità di ambiente vale come indizio e non come sentenza. Ma è precisamente questa trasparenza del metodo, che mostra sempre le proprie carte e non chiede mai atti di fede, a separare queste pagine dai complottismi che sembrerebbero alimentare e a farne, al contrario, il loro antidoto più efficace: qui non c’è un’entità monolitica che governa la storia, c’è una trama di gruppi rivali che convergono senza mai fondersi, ricostruita con il gusto quasi fisico per il dettaglio d’archivio che fu la cifra dello studioso.

Più profonda dell’avvertenza di metodo è però una tensione interpretativa che conviene attraversare invece di aggirare. Dal suo materiale Rothbard trae la conclusione che gli era propria: lo Stato è il predatore originario, i banchieri soltanto i suoi clienti più svelti; ma il racconto che abbiamo davanti mostra con altrettanta costanza il rapporto inverso, uno Stato debole e permeabile, preso in ostaggio da interessi privati che lo precedono, lo colonizzano e gli sopravvivono, da Cooke che colloca il proprio uomo al Tesoro fino alla Trilaterale che si fabbrica un presidente. Chi legge queste pagine senza condividerne la metafisica politica può dunque ricavarne una lezione quasi opposta a quella dell’autore, che il problema non sia il potere pubblico che corrompe il mercato ma un capitale finanziario abbastanza concentrato da comprarsi qualunque apparato. Nemmeno le due introduzioni affrontano frontalmente questa possibilità. La profezia conclusiva, dimostrata nei termini in cui l’autore la pone, si incrina però nel racconto stesso: l’élite che nel 1968 si spacca davanti a Johnson e ferma una guerra non è il blocco compatto che potrebbe dormire indisturbato, e il saggio oscilla fino all’ultimo tra la descrizione di una costellazione mobile di fazioni e la sentenza di un dominio senza faglie. Sono tensioni, non contraddizioni; ma è la loro presenza a fare del libro qualcosa di più di un atto d’accusa, un dossier che ogni famiglia intellettuale può interrogare con le proprie domande e che resiste a chiunque voglia chiuderlo in una sola.

Resta da dire dell’edizione, e va detto senza reticenze: Edizioni Imprimere ha compiuto un’operazione culturale di cui essere grati due volte. Una prima volta per la scelta in sé, perché il libro Wall Street, le banche e la politica estera degli Stati Uniti, snodo essenziale della tradizione revisionista americana e chiave di lettura tuttora attuale dei rapporti tra finanza e potere, mancava al lettore italiano da oltre quarant’anni. Una seconda volta per la cura con cui la scelta è stata eseguita. La traduzione di Valerio Savioli restituisce la prosa rothbardiana, rapida, sardonica, fitta di nomi, senza appesantirla né addomesticarla; l’apparato di note editoriali che accompagna il testo, glossando con misura istituzioni, protagonisti e passaggi storici che il pubblico americano del 1984 dava per scontati, dalla Federal Reserve alla Kuhn, Loeb fino alle vicende minori dell’antitrust, trasforma un pamphlet scritto per iniziati in un libro pienamente leggibile oggi, e rappresenta un lavoro filologico tutt’altro che ovvio per un volume di questa mole. La decisione di conservare entrambe le introduzioni storiche, quella di Raimondo del 1995 e quella di Gregory del 2011, preserva inoltre la stratigrafia della ricezione del testo, permettendo al lettore di misurare quanto le sue categorie abbiano retto alla prova di Bush, di Obama e della crisi del 2008. Se si aggiungono la veste grafica sobria ed elegante e l’illustrazione originale di copertina, il giudizio complessivo è netto: un piccolo editore ha trattato un classico come i classici meritano, e ha consegnato all’Italia uno strumento che aiuterà molti a guardare, dietro il trono, quella cosa più grande del re che William Pitt aveva intravisto già nel 1770.