Enciclosofia II – A ciascuno la propria moira
Enciclosofia II – A ciascuno la propria moira

Enciclosofia II – A ciascuno la propria moira

Di Xanthea

Celebre è nell’immaginario comune lo scenario che vede le tre Moire, le dee greche del destino, intente a filare lo stame della vita. Tuttavia le Moire sono tre soltanto a partire da Esiodo, mentre in Omero è presente un’unica Moira. Com’è intuibile, il termine non sta a significare soltanto la dea personificazione del destino, ma anche il destino stesso. Quel che invece è meno scontato è che il termine moira (gr. μοῖρα) condivide la medesima radice con una parola per così dire più quotidiana, più concreta e meno astratta. La parola in questione è la parola méros (gr. μέρος), «parte», «porzione».

Chi ha familiarità con la linguistica storica o con la grammatica greca non avrà difficoltà a riconoscere qui l’alternanza, da un lato, del grado forte di timbro /o/ e, dall’altro, del grado normale di timbro /e/ (la cosiddetta apofonia). Avendo contezza di quest’alternanza, sarà facile individuare la radice in entrambi i termini, rispettivamente: μορ- e μερ-. Il fatto poi che in moira la vocale radicale si sia dittongata sarà da liquidarsi come semplice esito d’inversione (in gergo: metatesi) da un’originaria forma *μόρ-yα. È lecito a questo punto domandarsi cos’abbia a che fare il concetto di “porzione” con quello di “destino”. A chiarire il quadro interviene un’altra parola sempre dalla radice μερ-, ossia il verbo meíromai (gr. μείρομαι), «ricevo la mia parte» e quindi «ho in sorte». In tal modo, la moira si configura come la parte che ci viene assegnata, quello che la sorte ha in serbo per noi e quindi il nostro destino.

Quello di “destino” è un concetto cardine nel mondo omerico e greco in generale. Nella grecità il destino esiste e ad esso devono sottostare non soltanto gli umani, ma anche gli dèi. A ciascuno è stata assegnata una determinata moira e il motivo per il quale ci sia stata assegnata proprio quella non ci è dato saperlo. Secondo la mentalità omerica, la moira assegnataci va accettata nonostante tutto e affrontata coraggiosamente. Potrebbe sorgere però un dubbio. Se il destino esiste, allora si potrebbe pensare che l’uomo non sia in fondo libero. Tuttavia per i Greci esiste il destino, ma esiste anche la libertà. Ma, se il destino dell’uomo è già stato deciso, allora la sua libertà come si manifesta? Semplicemente, nel modo in cui l’individuo sceglie di affrontare il proprio destino. La libertà risiede nell’autonomia di giudizio data all’essere umano. Un eroe come Ettore va gloriosamente incontro al proprio destino, nonostante sia un destino di morte, e questo è indice del suo valore. D’altro canto, non a tutti è riservato il destino di essere un eroe. La moira può essere quella di un araldo, di un aedo o altro ancora. Ma, qualunque essa sia, ognuno è chiamato a realizzare la propria.

Potremmo pensare anche noi di essere soggetti al destino, che la nostra sorte sia già stata scritta in un certo senso. Una concezione del genere potrebbe magari avvilirci, farci sfociare in un atteggiamento rassegnato, poiché potremmo pensare che i nostri sforzi, i nostri desideri non contino nulla di fronte a un disegno infinitamente più grande e inevitabile. Ma è proprio qui che viene in nostro aiuto il prezioso insegnamento dei poemi. Noi abbiamo una moira e quella determinata moira non possiamo cambiarla. Non sappiamo perché ci sia stata assegnata quella specifica porzione di destino, quel che sappiamo è soltanto che ci è stata assegnata e che non c’è altra via che accettarla. E, anche se a primo impatto può sembrare avvilente il fatto di non avere alternativa, Omero ci ricorda che un’alternativa l’abbiamo nel modo in cui scegliamo di affrontare la nostra moira. Possiamo rassegnarci passivamente ad essa oppure viverla dignitosamente e coraggiosamente. E la misura del coraggio con cui l’affronteremo non cambierà la nostra sorte, ma cambierà il nostro sguardo verso di essa e, in definitiva, anche il modo in cui il nostro animo si rapporterà alla vita.