Sicurezza e immigrazione non possono più essere un tabù
Sicurezza e immigrazione non possono più essere un tabù

Sicurezza e immigrazione non possono più essere un tabù

Intervista esclusiva ad Astrid di “Collectif Némésis” a cura di Lelio Antonio Deganutti

In un’Europa attraversata da tensioni crescenti sul tema della sicurezza, dell’immigrazione e della tenuta delle istituzioni, il Collectif Némésis si è imposto come una delle realtà più discusse e controverse della destra francese. Fondato in Francia nell’ottobre 2019, il movimento si caratterizza per aver posto al centro del dibattito il legame tra sicurezza delle donne e immigrazione, ma la sua analisi va oltre: per Astrid e le attiviste di Némésis, l’immigrazione è un problema importante, ma è anche il sintomo di un “fallimento di modello” più ampio – politico, educativo e giudiziario – che non riesce più a garantire protezione e ordine.

Nella loro lettura, i casi di cronaca più gravi non sono episodi isolati, ma il prodotto di uno Stato che ha abdicato al proprio ruolo educativo e di controllo, di un sistema giudiziario che non sanziona adeguatamente i comportamenti devianti e di una cultura della violenza che, in parte, viene importata attraverso modelli di comportamento ritenuti incompatibili con i valori europei. A questo si sommano il risentimento sociale e il degrado di molte periferie, dove si sviluppano fenomeni come baby gang e nuove forme di criminalità giovanile.

In questa cornice, il mondo che guarda con interesse a Némésis legge episodi come l’omicidio del giovane militante di estrema destra Quentin Deranque, avvenuto a Lione lo scorso 14 febbraio nel contesto di un’azione promossa dal gruppo, durante la quale il ventitreenne partecipava al servizio d’ordine informale che accompagnava le attiviste, e il linciaggio del diciassettenne Louis a Narbonne, attirato in una trappola e pestato a morte da un gruppo di coetanei, come segnali estremi di una crisi di sicurezza, di giustizia e di modelli di integrazione incapaci di proteggere i più vulnerabili.

In questa intervista esclusiva per l’Associazione Aurora, Astrid, esponente del Collectif Némésis, racconta le ragioni che hanno portato alla nascita del movimento, la sua espansione in Europa e la sua lettura delle principali sfide che oggi attraversano la società francese ed europea, dal tema della sicurezza all’immigrazione, fino al ruolo delle istituzioni e alla crisi del modello sociale occidentale.

Astrid, come nasce il Collectif Némésis in Francia? In quale zona della Francia nasce e qual è stata la motivazione che ha portato alla creazione di questa organizzazione?

Siamo nate nell’ottobre del 2019. All’inizio eravamo sei ragazze e avevamo constatato una cosa abbastanza semplice ma costante: venivamo spesso molestate sui trasporti pubblici. Ne parlavamo frequentemente su una pagina Facebook dedicata a questo tema, discutendo dell’insicurezza che vivevamo e del fatto che non ci sentivamo al sicuro. Avevamo anche l’impressione che non se ne potesse parlare liberamente: chi affrontava questi argomenti veniva subito accusato di sbagliare. Era davvero un tabù. Da questa consapevolezza è nata l’idea di creare il collettivo.

Il collettivo esiste soltanto in Francia oppure si sta diffondendo anche in altri Paesi, come l’Italia?

Oggi il nostro lavoro ha una dimensione molto europea. Se da una parte possiamo intervenire sulle leggi nazionali, dall’altra molte decisioni vengono ormai prese a livello europeo. Per questo fare attività di lobbying presso i partiti europei è una parte importante del nostro lavoro. Negli anni il collettivo si è sviluppato anche in Svizzera, Belgio e Italia. Inoltre abbiamo buoni rapporti con due gruppi: uno in Germania e uno nel Regno Unito.

In Francia parlare di immigrazione è stato un tabù per molti anni. Lo è ancora oggi oppure la situazione è cambiata?

Per molto tempo è stato un argomento di cui era difficile parlare. Oggi c’è molta più visibilità e vengono ascoltate anche persone che prima non avevano spazio nel dibattito pubblico. È ancora complicato affrontare questi temi, perché chi lo fa viene spesso considerato un nemico, soprattutto da una parte della sinistra. Tuttavia oggi se ne può discutere con maggiore facilità. Sono state introdotte nuove leggi, la voce delle vittime viene presa maggiormente in considerazione e il tema della sicurezza è ormai diventato una questione nazionale. Credo che sarà uno degli argomenti principali delle prossime elezioni presidenziali.

Secondo te l’immigrazione è il principale problema dell’Europa oppure esistono anche altri problemi che stanno caratterizzando la società europea?

Secondo me l’immigrazione è un problema importante, ma non è l’unico. Fa parte di un sistema più ampio che non funziona. Se prendiamo casi di cronaca particolarmente gravi, secondo me sono anche il risultato di uno Stato che non riesce più a svolgere pienamente il proprio ruolo educativo e di controllo. C’è inoltre un sistema giudiziario che, a mio avviso, permette a giovani che iniziano con piccoli reati di non incontrare conseguenze adeguate, consentendo loro di superare progressivamente i limiti fino a commettere crimini molto più gravi. Penso anche che esista un’influenza culturale sulla violenza, che in alcuni casi viene importata insieme a modelli di comportamento che considero incompatibili con i nostri valori. C’è inoltre un forte risentimento sociale in alcune periferie, dove si sviluppano fenomeni come le baby gang e altre forme di criminalità giovanile. Per questo ritengo che il problema non sia soltanto l’immigrazione, ma il fallimento di un intero modello. A farne le spese sono anche tutte quelle persone che lavorano onestamente e che finiscono per essere vittime di un sistema che le abbandona e permette ad altri di agire quasi senza conseguenze.

Nota editoriale a cura di Manuel Sisti

Come Associazione Aurora riteniamo intollerabile il fallimento politico, educativo e giudiziario che emerge da queste vicende. Uno Stato che rinuncia a educare, che abbandona le periferie alla legge del branco e che non punisce nella legge chi aggredisce l’innocente, chi perseguita e terrorizza il libero, non è uno Stato indulgente: è uno Stato che abdica.

La sicurezza dei cittadini non può essere sacrificata sull’altare dell’ideologia e di una tolleranza divenute complici. L’immigrazione come grimaldello per sfaldare l’unità, presso confini che non richiedono disciplina, responsabilità e rispetto della legge; un sistema che sembra più preoccupato di giustificare l’invasore che di proteggere le sue vittime, immolate sui marciapiedi e nei neon dei processi morali.

L’antica massima romana proclamava: «Salus populi suprema lex esto», legge suprema oggi immersa nella retorica post-marxista, nel calcolo elettorale, nella rimozione sistematica della realtà perché il moderno è l’antireale, frutto acerbissimo della Rivoluzione che adatta la realtà al parto tremendo della mente e non adegua l’intelletto, peraltro martoriato, alla realtà stessa. Il disordine avanza e foraggia altro disordine nella civilizzazione che non sa più proteggere i propri figli, le proprie donne, i propri anziani e coloro che hanno il coraggio di denunciare il terribile che è già accaduto: è già dissolta nelle viscere.

Interrogare questa crisi è dunque un dovere morale. Quando lo Stato arretra, la giustizia balbetta e la società accetta che Louis, Quentin, donne e uomini innocenti diventino bersagli di pestaggi, persecuzioni e linciaggi, continuare a celebrare il cosiddetto “modello europeo” significa trasformare la menzogna in istituzione. Non esiste alcun modello degno di essere difeso laddove si eleva sulle rovine insanguinate della civiltà, accoltellata alle spalle dal governatore fatto tiranno, alle parole di maestro Platone egli è divenuto lupo nell’istante in cui la custodia degli uomini diventa persecuzione, egli diventa belva contro il corpo stesso della comunità. Fuori dalle mura può giungere il nemico, mai traditore come il predatore che sorge nel cuore della città, il Licaone che si ammanta del linguaggio protettivo mentre divora coloro che afferma di difendere, colui che dovrebbe custodire la città comincia a perseguitarne gli uomini, a trascinarli davanti ai tribunali, a eliminarli, a espellerli. A divorarli.

L’Europa autentica non è la somma di apparati burocratici, campagne pubblicitarie e dichiarazioni rituali. È l’Europa della legge romana, delle cattedrali e delle comunità che sapevano distinguere la misericordia dalla debolezza. Ma non vi può essere concordia senza ordine, né ordine senza giustizia, né giustizia senza la volontà di punizione.

Rifondazione radicale. Tutto il resto è retorica da convegno mentre, nelle strade, il nemico sente e il nemico striscia.

Tornare alla civiltà capace dei confini e dei giudizi, alfiere di ciò che arde e ciò che bello, nemesi di chi avvelena e incancrenisce. Plasmare nuovamente lo Stato come creatore del diritto e volontà universale. Quando quella volontà si spegne, quando l’autorità rinuncia a giudicare e la legge abbandona gli innocenti, dello Stato rimangono gli uffici, i sigilli e le insegne, ma non più l’anima.

2 commenti

  1. Caterina

    Leggendo questo articolo sembra che il problema della violenza contro le donne sia soprattutto l’immigrazione, come se noi donne dovessimo aver paura solo degli immigrati.

    Per quanto mi riguarda, non è mai stato così: tutte le violenze e le molestie che ho subito sono state commesse da uomini italiani. L’ultima, proprio ieri sera. E indovinate un po’? Era italiano.

    La violenza non ha nazionalità.

    1. Lorenzo

      Ovviamente il problema della violenza contro le donne non può essere ricondotta esclusivamente all’immigrazione, così come non può essere ricondotta a un’unica causa ma, il più delle volte, si tratta di fattori diversi tra loro. L’immigrazione irregolare, però, è sicuramente uno di essi e contribuisce senz’altro a una riduzione della sicurezza in luoghi strategici e di grande passaggio come possono essere stazioni, piazze di grandi città e mezzi pubblici (ti inviterei una volta, se non hai mai avuto il piacere, a fare un giro su un autobus notturno partendo da Roma Termini, facendo un calcolo sia della quantità di persone straniere presenti, sia del grado di sicurezza percepito). Inoltre, estendere la propria esperienza personale a validità universale non è mai un modo “giusto” di ragionare… Se nel tuo caso a commettere queste orrende molestie sono stati esclusivamente uomini italiani, non vuol dire che tutte le violenze commesse verso le donne siano causate solo da uomini italiani (così come non varrebbe nemmeno il contrario… In questo caso sarà la statistica a dirci la verità). Sarebbe un po’ come dire che siccome, camminando per strada, sono stato investito esclusivamente da moto, allora tutti gli investimenti dei pedoni sono provocati da moto e le automobili non hanno mai investito nessuno. Sarà sicuramente ovvio che a commettere violenze contro le donne sono sia uomini italiani, sia uomini stranieri, nessuno appunto lo ha mai messo in dubbio, ma è altrettanto indubbio che avere città libere da persone che vagabondano, delinquono, schiamazzano e sporcano, potrà aumentare significativamente la percezione di sicurezza delle donne e in generale di tutti i cittadini.

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