HODIE NON CRAS V – GUERRA IMPOSTA, GUERRA GIUSTA
HODIE NON CRAS V – GUERRA IMPOSTA, GUERRA GIUSTA

HODIE NON CRAS V – GUERRA IMPOSTA, GUERRA GIUSTA

Di Silvio Turri Bruzzese

Vi sono momenti, nel fluire della storia, in cui gli eventi che si stanno svolgendo vengono attraversati, illuminati, interpretati dalle parole dette o scritte da qualcuno che viene ritenuto, in quei momenti, una autorità politica, morale o spirituale.

Ed in realtà non è importante o preminente il fatto che esaltino l’evento oppure lo condannino o che chi le pronuncia venga unanimemente considerato una autorità oppure no; ciò che conta è che queste parole vengano espresse proprio quando questo evento si svolge e che, pur non modificando lo svolgersi degli eventi, ne cambiano la chiave di lettura.

Qualche volta poi, si verificano inaspettate corrispondenze quando queste parole sono costrette a confrontarsi con le parole pronunciate dalle varie fonti ufficiali per orientare la prospettiva con cui osservare quegli stessi eventi.

La narrazione ufficiale iraniana della guerra scatenata dalla coalizione israelo-americana contro la Repubblica Islamica utilizza un determinato termine per qualificare il conflitto, un termine peraltro utilizzato sia dalla leadership che dalla popolazione iraniana per qualificare anche le guerre precedentemente condotte contro l’Iran; il termine è “guerra imposta”, ovvero una guerra che l’Iran non avrebbe mai scatenato ma che ha dovuto affrontare per difendersi. Una legittima difesa.

Ma anche per la guerra in cui si oppongono la Federazione Russa e l’Ucraina sostenuta dalla NATO le narrazioni ufficiali utilizzano una precisa terminologia che, seppure scaturendo da presupposti diversi, definisce il conflitto nello stesso modo: ambedue le parti in causa parlano di “guerra esistenziale”, ovvero di guerra inevitabile per la preservazione e la tutela dell’integrità e della sicurezza della nazione.

Le narrazioni ufficiali tuttavia non riescono a determinare la prospettiva di chi è fondato su solide radici ed identità tradizionali e spirituali perché hanno uno scopo ed un orizzonte inevitabilmente transeunti e quindi insoddisfacenti; chi è fondato su tali basi deve allargare la prospettiva e cercare dietro di sé la rupe sulla quale ergersi per scrutare il futuro.

Primo fra quelli che sono, o dovrebbero, essere fondati su solide radici ed identità tradizionali e spirituali vi è il cattolico e per lui questo tempo è particolarmente fecondo perché l’incalzare dei fatti e delle narrazioni si incrocia con le parole di chi insegna dalla massima cattedra spirituale.

Il 15 maggio scorso è stata pubblicata la prima Lettera Enciclica di Papa Leone XIV, la Lettera “Magnifica Humanitas” sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Come ogni documento appartenente al sommo Magistero della Chiesa Cattolica, anche questo è un testo complesso, articolato, irriducibile in poche frasi, denso di contenuti, a maggior ragione per il fatto che questo particolare testo appartiene alla Dottrina Sociale della Chiesa, uno dei ambiti più sensibili del Magistero cattolico.

Un documento di questo rilievo è inevitabilmente ricco di spunti significativi sulle dinamiche sociali e politiche che scuotono la nostra società che quindi necessitano di essere dibattuti poiché ciascuno di questi può essere considerato quella parola che cambia la percezione dell’evento e lo reinterpreta.

Uno di questi riguarda la guerra.

Al Capitolo 5° dell’Enciclica ai nn. dal 188 al 228, all’interno di un più ampio discorso di denuncia della cultura della potenza che governa le relazioni internazionali, Papa Leone XIV ribadisce l’orientamento attuale della Chiesa Cattolica in ordine al rifiuto del ricorso alla violenza ed alla guerra ma sottolinea la necessità di proseguire il percorso avviato dal predecessore sulla strada del superamento definitivo del concetto di guerra giusta, ovvero di guerra dichiarata ed affrontata sulla base di una giustificazione morale che, per l’appunto, ne sostenga le ragioni e lo contestualizza all’interno del più ampio discorso relativo all’intelligenza artificiale sottolineandone le criticità in ordine agli aspetti morali dell’informatizzazione eccessiva dei conflitti e dell’abnorme sviluppo di strumenti d’arma automatizzati, maggiormente letali ed in grado di disumanizzare l’avversario tanto da impedire al combattente di maturare la percezione di aver soppresso una vita umana.

L’elemento che maggiormente caratterizza la volontà di procedere verso tale definitivo superamento risiede nella mancata citazione, da parte del Pontefice, del concetto di legittima difesa internazionale, ovvero del ricorso da parte di uno Stato alla forza militare in caso di aggressione o di minaccia alla propria sicurezza ed integrità.

L’insegnamento espresso dal Santo Padre nel documento di cui parliamo richiama i concetti espressi dal Magistero ecclesiale in ambito sociale, la Dottrina Sociale della Chiesa, in materia di ricorso alla guerra contenuti principalmente nella Costituzione Pastorale “Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II del 7 dicembre 1965 (Cap. V, ai nn. dal 77 all’82), nei canoni del Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato da Giovanni Paolo II con la Costituzione Apostolica “Fidei depositum” dell’11 ottobre 1992 (Parte III, Sez. II, Cap. II, Art. 5, nn. dal 2307 al 2317), del Compendio allo stesso Catechismo promulgato da Benedetto XVI con Motu Proprio del 28 giugno 2005 ed infine nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa elaborato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e pubblicato il 29 Giugno 2004 (Cap. XI, Par. III, nn. dal 497 al 515) che possono essere così riassunti:

  • rifiuto della guerra come strumento di risoluzione dei rapporti fra gli Stati;
  • in particolare della guerra sostenuta da motivi religiosi;
  • legittima difesa solo nei casi che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo, che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci, che ci siano fondate condizioni di successo, che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare;
  • dialogo come unica via per la gestione delle relazioni fra i popoli e la ricerca della pace;
  • soprattutto dialogo fra le diverse religioni;
  • promozione della costruzione di una struttura sovranazionale internazionale che garantisca il dialogo e la pace.

Con la Lettera Enciclica “Fratelli tutti” del 3 ottobre 2020 (Cap. VII, nn. dal 255 al 262) tuttavia, Papa Francesco modifica tale strutturazione per promuovere un rifiuto radicale di qualsiasi giustificazione della guerra, anche nella forma della legittima difesa, vista come strumentale agli scopi dei belligeranti e come velleitario considerato lo sviluppo degli armamenti.

L’intero impianto magisteriale appena descritto, tuttavia, si impone con il prevalere nella Chiesa Cattolica delle istanze di riforma (o forse rivoluzione) promosse prima dal modernismo e poi consacrate dal Concilio Vaticano II e segna un cambiamento radicale del magistero ecclesiastico su questa materia rispetto alla dottrina da sempre insegnata fino ad allora dalla Chiesa.

Fino ad allora, infatti, la Chiesa Cattolica ha costantemente ritenuto conforme alle massime evangeliche la concezione della guerra giusta che quindi poteva essere condotta dal soldato cristiano senza entrare in contraddizione con la sua fede.

Il nucleo fondamentale della dottrina cristiana della guerra giusta è contenuto nella “Summa Theologiae” di S. Tommaso d’Aquino, Seconda parte della seconda parte, Questione 40, Articolo 1, nella quale il Dottore Comune riprende i concetti espressi a questo riguardo da S. Agostino nel De Civitate Dei e soprattutto precisa i requisiti a cui una determinata azione bellica deve corrispondere per poter essere definita una guerra giusta.

Secondo questa dottrina, affinché si possa parlare di guerra giusta occorre che vi sia un’autorità legittima che la proclami, una giusta causa perseguita da chi la promuove, la rettitudine nel suo svolgimento; le cause giuste contemplate sono fondamentalmente tre: la riparazione di un’ingiustizia sofferta, il recupero dei beni ingiustamente sottratti e l’imposizione di un giusto castigo contro chi ha commesso l’offesa.

Inoltre, la giusta causa su cui si fonda la legittimità del conflitto dipende anche dal tipo di nemico affrontato, quale ad esempio l’Islam, considerato nemico perpetuo della cristianità contro il quale muovere guerra era un atto di per sé stesso giusto.

Questa dottrina, innestata nella più ampia visione della società cristiana medievale nella quale le azioni dei principi dovevano essere legittimate o promosse dalla Sede Apostolica, nel momento in cui sottomette l’azione bellica al giudizio morale rene fungibili i concetti di guerra giusta, guerra necessaria e legittima difesa, poiché il venir meno di anche uno solo dei tre requisiti poc’anzi esposti impedisce la giustificazione di uno specifico evento bellico rendendolo immorale e pertanto causa di condanna; in ultima analisi solo una guerra necessaria, ovvero una guerra intrapresa per ragioni di difesa, di sopravvivenza o di protezione della comunità cristiana può legittimamente essere combattuta per una giusta causa e con retta intenzione.

L’epoca moderna ha conosciuto tre rilevanti esempi di guerre che furono definite giuste sulla base dei criteri tomisti:

  • la Reconquista, terminata dopo quasi ottocento anni il 2 gennaio 1492 con la capitolazione di Granada per merito dei Re Cattolici Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia, condotta per liberare la penisola iberica dall’occupazione musulmana;
  • le guerre contro gli Ottomani i quali, dopo la conquista di Costantinopoli e la caduta dell’Impero Romano d’Oriente nel 1453 si stavano espandendo a nord ed ad ovest, culminata con tre eventi bellici il cui ruolo essenziale nella difesa dell’Europa cristiana li ha resi leggendari, ovvero l’assedio di Belgrado avvenuto nel 1456, la battaglia di Lepanto, avvenuta il 7 ottobre 1571 ed infine l’assedio di Vienna del 1683, culmine delle guerre austro-turche che videro peraltro la capitale asburgica assediata altre due volte precedentemente;
  • la Guerra delle Fiandre causata nel 1568 dalla rivolta contro la corona spagnola delle province olandesi aderenti al calvinismo e terminata circa ottant’anni dopo nel 1648 con la dichiarazione di indipendenza dei Paesi Bassi dalla Spagna stabilita dalla pace di Vestfalia.

Tutti questi conflitti vennero riconosciuti come guerre giuste in considerazione della “giusta causa”: nel primo caso la liberazione dei territori cristiani di Spagna dalla presenza islamica e nel terzo caso la lotta contro i nascenti principati conquistati dall’eresia calvinista; nel secondo caso, che vide spesso le forze militari europee federate in una Lega Santa sotto le insegne pontificie, il contrasto all’attacco dell’Islam, il nemico perpetuo, contro i principati cristiani.

Una ulteriore forma di guerra che veniva riconosciuta come giusta era quella condotta per l’evangelizzazione dei popoli indigeni latinoamericani dediti a culti idolatrici che culminavano in sacrifici umani ed anche se non ha assunto sempre forme violente come fu durante l’espansione spagnola nel Nuovo Mondo, veniva considerata una forma di lotta contro chi contrastava la predicazione o la testimonianza della fede fino a ridurre gli evangelizzatori al martirio.

Ovviamente le motivazioni di un conflitto sono assai complesse e comprendono valutazioni condotte dai principi belligeranti non solo di carattere teologico ma anche economico e geopolitico, ma in questa sede appare significativo sottolineare l’aspetto spirituale di questi conflitti poiché esprimono ancora, nonostante le trasformazioni della società occidentale e la progressiva perdita del suo carattere di società cristiana, un sistema di valori che considera essenziale porre la causa spirituale come motore principale delle azioni belliche affinché la guerra combattuta possa essere considerata giusta e possa essere posta quindi alla pari con le guerre medievali promosse per la liberazione della Terra Santa, le Crociate.

La giusta causa spirituale non è quindi un velo posto sopra una evento tragico per legittimarlo ma ne costituisce la spina dorsale, la motivazione che mantiene coesa l’impalcatura; l’accertamento dei tre requisiti tomisti necessari per considerare una guerra giusta diviene quindi un esame di realtà indispensabile per comprendere ciò che avviene, il contesto in cui avviene e le trasformazioni che produce nel corpo sociale coinvolto il quale è, non bisogna mai dimenticarlo, composto di persone che vivono all’interno di un orizzonte spirituale e non solo materiale, soprannaturale e non solo naturale.

Non casualmente le forzature ideologiche resesi necessarie per tentare di giustificare le guerre di conquista spagnole del Nuovo Mondo legate al tema dell’evangelizzazione nonché le pretese di combattere per una causa giusta dichiarate da tutti i principi coinvolti nelle guerre di religione che hanno insanguinato l’Europa tra il XVI ed il XVII secolo hanno messo in crisi dall’interno l’intero sistema rendendo precarie le fondamenta della causa spirituale e contribuendo alla nascita di un nuovo diritto internazionale non più fondato su basi teologiche ma semplicemente, al principio, sulla legittimità dell’autorità che le promuoveva.

Celebre è stato il grido di uno dei quattro fondatori del nuovo diritto internazionale moderno, il protestante Alberico Gentili (1552 – 1608), “Silete theologi in munere alieno” con il quale egli volle marcare l’alterità del diritto delle relazioni fra i principati rispetto alle questioni di fede; tuttavia anche gli altri si distinsero per la ricerca di una strada alternativa:

Ugo Grozio (Hugo de Groot, latinizzato in Hugo Grotius, 1583 – 1645) il quale sostenne che le relazioni pacifiche o conflittuali fra gli Stati continuerebbero a sussistere anche ammettendo che Dio non esista o che Egli non si occupi dell’umanità (Et haec quidem, quae iam diximus, locum aliquem haberent, etiamsi daremus – quod sine summo scelere dari nequit – Deum non esse aut ab eo non curari negotia humana) ed i due esponenti della Scuola di Salamanca, il domenicano Francisco de Vitoria (1483/1486 – 1546) il quale individua i principi fondativi del diritto internazionale moderno: gli Stati sono i soggetti unici di diritto internazionale che si costituisce come un insieme di diritti naturali che devono ispirare i loro rapporti ed essere contenuti in atti convenzionali stabiliti fra di essi, in particolare il diritto di libera circolazione delle merci, delle persone e delle idee (ius commercii, ius peregrinandi et degendi, ius annuntiandi evangelium), ed il ricorso alla guerra giusta come extrema ratio nel caso in cui tale libera circolazione fosse violentemente impedita, facendo comunque salva la giustificazione della guerra condotta per rispondere ad una aggressione esterna sia all’integrità dello Stato che alla fede cristiana ed infine il gesuita Francisco Suárez (1548 – 1617), che riprese e sistematizzò le idee vitoriane all’interno dei suoi trattati che dettero forma compiuta al diritto moderno fra gli Stati, utilizzato in ambito internazionale sostanzialmente fino all’alba del XX secolo.

La nuova prospettiva che si è andata delineando, pertanto, rifiuta il riferimento comune alla fede ed alla morale cristiana quali elementi fondanti della società cristiana per costruirsi attorno ad equilibri variabili in base a circostanze contingenti nelle quali troppo spesso, però, gli interessi dei singoli o delle famiglie o delle piccole comunità hanno dovuto cedere il passo, anche in modo violento, agli interessi di potentati economici o strategici.

La trasformazione è significativa ed emerge innanzitutto nelle differenze esistenti fra i principati che ancora nel XVII secolo si definivano cristiani e quelli che avevano promosso il nuovo paradigma; laddove nella Monarchia Federativa delle Spagne, che con tutti i suoi limiti ed umane contraddizioni rappresentava la Chirstianitas Minor, una certa sensibilità dinanzi alle specifiche realtà territoriali sopravviveva nell’obbligo imposto ai Re di rispettare i privilegi e le istituzioni locali, i Fueros, l’Impero Britannico, che si è andato costruendo dalla fine del Seicento attorno alle iniziative delle Compagnie delle Indie, ha sistematicamente schiacciato i popoli conquistati diventando altresì modello per le politiche espansionistiche coloniali di Francia, Belgio e Germania.

Ora, se andiamo a confrontare la posizione assunta dalla Chiesa Cattolica dal Concilio Vaticano II riassunta in apertura di queste riflessioni con questo inevitabilmente sommario excursus ci accorgiamo di quanto essa abbia fatto proprio il cambio di paradigma operato all’interno del corpus del diritto internazionale moderno e quindi della dottrina sulla guerra; far propria questa nuova prospettiva, tuttavia, ha modificato la percezione di sé stessa della Chiesa sulla scena internazionale, ridotta da punto di riferimento politico-sociale e spirituale a soggetto fra tanti al pari degli altri soggetti sia politici che spirituali.

Ma poiché le società, come abbiamo già detto, in quanto composte da persone vivono all’interno di un orizzonte spirituale e non solo materiale, la rinuncia della Chiesa al suo ruolo di primazia nelle relazioni fra gli Stati ha causato l’attenuazione sin quasi alla scomparsa del riferimento alla signoria di Cristo sulla società e sui principati, alla regalità sociale di Cristo; questo principio, che dovrebbe essere irrinunciabile in chi ritiene che la fede cattolica sia la Verità rivelata, fu ribadito per l’ultima volta nel momento dell’avvento dei totalitarismi e della presa del potere in molti paesi dell’occidente da parte di forze liberali di stampo anticlericale dal Papa Pio XI con l’Enciclica “Quas Primas” emanata l’11 dicembre 1925[1].

Così facendo la Chiesa ha accettato, e nell’Enciclica di Leone XIV questo è nuovamente ribadito, che le azioni degli Stati siano vincolate non più alla fede comune ma a sistemi fondati su convenzioni determinate da equilibri di forza economica e geopolitica e maggioranze ideologiche nei rapporti fra gli Stati e tutelate, almeno formalmente, da entità sovranazionali espresse dalle convenzioni stesse.

Difatti Leone XIV, al n. 226 dell’Enciclica, ribadisce la necessità della promozione di una istituzione sovranazionale regolatrice dei rapporti fra gli Stati anche in relazione alle istanze che dovrebbero essere proprie della Chiesa in quanto autorità spirituale delegando alle organizzazioni internazionali il compito di promuovere quel dialogo fra Stati che secondo la Chiesa dovrebbe essere strumento fondamentale per l’instaurazione della pace e della cosiddetta civiltà dell’amore, che quindi non è più il risultato della piena sottomissione di Stati e società alla Regalità di Cristo che porta la pace benedetta da Dio ma l’esito di accordi meramente umani e perciò stesso instabili, come la storia si è incaricata più volte di dimostrare.

Tuttavia questo non è solo un cedimento ad un inevitabile allargamento degli orizzonti causato dall’entrata in scena di soggetti comunitari che non si riconoscono più nella fede comune, è innanzitutto la rinuncia alla prospettiva che si propone quale unica modalità in grado di fare discernimento sulle azioni umane non solo a livello materiale ma anche spirituale, di contestualizzarle su entrambi i piani all’interno di dinamiche sempre in movimento e di indicare percorsi di soluzione dei conflitti fondati non solo sull’equilibrio geopolitico o economico ma anche sul rispetto delle istanze della giustizia, della sicurezza dei popoli e della preservazione degli spazi spirituali cui i singoli popoli sono destinati.

È una rinuncia a considerare la Legge (ed il Tribunale) di Dio come l’ultima istanza che dovrebbe essere accettata da tutti (o quasi) per arrivare alla risoluzione dei conflitti in quanto comprensiva della legge di natura, del creato e quindi fondata sulla realtà.

La rinuncia della Chiesa alla dottrina tradizionale della guerra giusta e la promozione delle nuova dottrina fondata sul ricorso ossessivo ad un dialogo decontestualizzato diviene sintomo di ulteriori e più gravi perdite nel momento in cui ci si rende conto che questa posizione è in ultima analisi il rifiuto della violenza come parte dell’essere umano decaduto e quindi rifiuto della realtà, inseguimento, paradossalmente, dei vari profeti delle rivoluzioni “laiche” allorquando promuovono la necessità di piegare la realtà all’ideologia.

Che l’orientamento prescelto sia questo è d’altronde testimoniato dalla progressiva emarginazione sino alla cancellazione, nell’Enciclica Leoniana, della eccezione della legittima difesa internazionale, unico residuo della precedente dottrina, che consentiva di definire comunque giusta una guerra affrontata per difendere il proprio paese nel momento in cui ne venivano minacciate l’integrità o la sicurezza.

Tuttavia il sostegno della dottrina della guerra giusta non è cinica rassegnazione all’ineluttabilità della natura umana ferita dal peccato ma al contrario realistica considerazione delle conseguenze che tale stato comporta e consapevolezza che comunque non è uno stato definitivo, ineluttabile, a causa della salvezza operata da Cristo per porre l’uomo, ogni uomo, in condizione di essere salvato purché lo voglia e si affanni ogni giorno per conseguirla.

In questa realistica prospettiva della vita e delle azioni dell’uomo non solo la violenza ma anche i conflitti devono trovare una loro collocazione ed un loro ordine e la giustificazione o meno di questi secondo criteri di giustizia divina, quindi superiore rispetto a qualsiasi forma di giustizia umana, appare l’unica modalità di inquadramento di questi fenomeni che possa essere effettuato nella verità e che possa rendere possibile il raggiungimento di una vera pace duratura.

Negare la dimensione del conflitto per sostituirlo con la promozione di un dialogo che non assuma fino in fondo le esigenze vere o presunte di giustizia che lo hanno causato e quelle di identità delle parti belligeranti rischia di trasformarsi in una devastante illusione; il fallimento del cosiddetto “spirito di Assisi” in ambito religioso, ovvero la presunzione di poter porre tutte le esperienze religiose sullo stesso piano con la scusa della promozione della pace occultando il precetto fondamentale di ogni credo[2], è lì a dimostrarlo in tutta la sua terribile drammaticità.

D’altronde l’evento che divide in due il conto degli anni della storia umana, l’evento capitale di ogni percorso spirituale cattolico, il sacrificio redentore di Nostro Signore Gesù Cristo sulla Croce potrebbe essere definito il trionfo della violenza perché espressione di una divinità che per amore della sua creatura decide di colpire sé stesso, unico innocente, addossandosi i peccati di tutti e di ogni tempo e solo il sacrificio di Dio può ottenere il perdono di tale immensità di peccati commessi contro l’amore di Dio; ma non è uno stato definitivo perché sconfiggendo la morte violenta con la Sua Resurrezione, Nostro Signore Gesù Cristo apre la strada verso la salvezza a chiunque decida di compiere questo santo viaggio e di farsi violenza per mantenere la rotta.

Assumere una prospettiva realistica sui conflitti tra l’altro consente di poter prendere consapevolezza appieno dell’interconnessione esistente fra i tre livelli di conflitto che l’uomo sperimenta quotidianamente: il conflitto fra gli Stati e le comunità, quello fra le persone e quello interiore.

Ognuno di noi sperimenta nella propria vita l’inevitabilità dei conflitti interpersonali e la conseguente necessità di porre in atto azioni conflittuali, nel più ampio senso possibile del termine, per poter tutelare le proprie scelte di vita, le proprie convinzioni, i propri affetti o i propri interessi nei confronti di chi promuove il conflitto, anche qui nel più ampio senso possibile del termine, per raggiungere determinati scopi o guadagni tramite svariate forme di prevaricazione o oppressione.

Nel momento in cui si instaura un conflitto e bisogna affrontarlo anche solo nella prima fase di un eventuale dialogo, diventa indispensabile sottoporre le cause sia prossime che remote che lo hanno prodotto ed hanno mosso le parti in causa ad un giudizio morale fondato sui criteri di giustizia esterni ai contendenti quali quelli di origine divina fondati sulla legge di natura e quindi idonei ad affrontare un esame di realtà per comprendere in che termini questo conflitto possa essere definito giusto e per quale delle parti in causa lo sia.

A maggior ragione tale giudizio si rende necessario quando è lo Stato il soggetto che pone in essere azioni coercitive o restrittive nei confronti di singoli membri della comunità o parti associate di questa poiché non sempre le leggi positive, frutto anch’esse di negoziazioni politiche, ideologiche o economiche, sono conformi a criteri di giustizia fondati sulla legge di natura e sulla realtà e quindi si instaura un conflitto spesso squilibrato ma che deve comunque essere riconosciuto come tale e del quale è necessario comprendere, soprattutto per il cittadino che lo subisce, se la sua posizione conflittuale possa essere effettivamente giustificata e che quindi stia intraprendendo una guerra giusta.

In questi ultimi due casi, come peraltro anche nel caso in cui venga chiamati a partecipare alla legittima difesa in armi della propria patria, non bisogna dimenticare di ricorrere alla virtù della forza affinché ci mantenga saldi dinanzi a minacce, intimidazioni ed attacchi non solo fisici ma anche psicologici e non di rado spirituali.

Ad un livello più profondo dell’essere, ogni uomo sperimenta anche il conflitto interiore, una guerra che potrebbe essere definita giusta di per sé nella misura in cui è necessario combatterla per raggiungere la piena maturità del proprio essere: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” dice Nostro Signore riferendosi a quanti fanno anche violenza a sé stessi pur di giungere in Paradiso (Mt,11,12).

Ognuno di noi, crescendo, attraversa vari stadi evolutivi e questi passaggi non sono indolori; affrontando la transizione dall’infanzia all’adolescenza e poi all’età adulta affrontiamo passioni, capricci e desideri non tutti positivi, spesso futili o sterili quando non dannosi ed in grado di rallentare o deviare la nostra maturazione non solo naturale ma anche spirituale distogliendoci o rendendoci ciechi rispetto a ciò in cui consiste il nostro vero bene.

Accanto alle caratteristiche positive, alle virtù, ai talenti crescono in noi i caratteri negativi, le fragilità, i vizi (il grano e la zizzania della parabola evangelica); anche in questo caso è necessario ricorrere al giudizio morale fondato su criteri esterni a noi, criteri di giustizia fondati sulla legge di natura e sulla realtà, quindi di origine divina, affinché ci aiuti a discernere ciò che è bene da ciò che è male ed a tradurre questo discernimento in azioni concrete di sostegno o di rifiuto.

Questa lotta, nel momento in cui se ne prende consapevolezza e la si affronta, è destinata a durare per tutta la vita perché dietro ogni angolo può nascondersi la contraddizione e la caduta e quindi affinché la si possa affrontare efficacemente richiede il ricorso, oltre che alla virtù di forza, ad una virtù molto particolare, la perseveranza; nella guerra giusta interiore non vi è alcuno spazio per un qualsivoglia dialogo: una volta operate le scelte morali bisogna promuovere ed alimentare ciò che in noi è conforme al bene e rigettare il resto che però è destinato a ripresentarsi costantemente e costantemente deve essere combattuto.

Alcune battaglie si vincono altre si perdono ma la guerra giusta interiore non deve mai interrompersi.

Come si vede, il rifiuto della guerra giusta internazionale come parte costitutiva della natura umana, come s’è detto più sopra, in favore della promozione di un dialogo astratto ed estraneo alla realtà, nella misura in cui viene riproposto anche a livello interpersonale o interiore rischia, anziché di promuovere relazioni di pace, di causare corti circuiti sociali e relazionali che incrementano i conflitti ed inoltre impediscono di comprenderne le cause, lasciando le persone impotenti ed esposte alle sconfitte; la negazione di queste dimensioni si realizza, in una paradossale spirale negativa, come svuotamento dell’essere che diventa incapace di sostenere innanzitutto la lotta interiore e poi conseguentemente la lotta interpersonale e quindi quella per la difesa della propria patria.

Silvio Pellico (1789 – 1854), vero maestro di vita, era un grande conoscitore sia dell’animo umano che del dolore ed era ritornato alla fede cattolica fra le mura impietose del carcere duro che aveva sopportato per dieci anni; nel suo testo “Dei doveri degli uomini”, che meriterebbe di tornare ad essere letto per quel grande insegnamento morale che è sempre stato considerato sin dalla sua pubblicazione nel 1834, scrisse al Capo IX, intitolato “Vero patriota”, alcune righe che ben riassumono la necessità di conservare la dimensione della guerra pur conducendo una vita di pace affinché la necessità non faccia soccombere le persone: “Egli [il vero patriota] non invoca né suscita dissensioni civili, egli è anzi coll’esempio e colle parole moderatore, per quanto può, degli esagerati e fautore d’indulgenza e di pace. Non cessa d’essere agnello, se non quando la patria in pericolo ha bisogno d’essere difesa. Allora diventa leone: combatte e vince, o muore.”


[1]Quei venti anni che separano la fine della Grande Guerra dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale non sono stati caratterizzati unicamente dalla presa del potere con la forza dei totalitarismi di destra e di sinistra ma anche dallo scoppio, nell’area ispano-americana, di rivolte armate promosse per difendere le comunità ed il clero cattolici contro le persecuzioni scatenate da governi liberal-massonici ed anticattolici quali furono ad esempio le Guerre Cristere deflagrate in Messico tra il 1926 ed il 1938 e l’Alzamiento, la rivolta militare contro il governo repubblicano che diede il via nel 1936 alla Cruzada, la guerra civile spagnola vinta da Francisco Franco.

[2] Se ogni credente di ogni fede religiosa crede che solo la sua fede sia vera e che le altre siano false, come può sinceramente pregare accanto a qualcuno che ritiene immerso in una bugia? Se viceversa un credente stima che la sua religione sia uguale alle altre perde la consapevolezza della verità della sua fede e la riduce inevitabilmente in opinione come le altre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *