Di Manuel Sisti
I corifei del mondo americano ci chiamano in Europa, cantano selvaggi in Italia testimoniando agli uomini rimasti nudi e disarmati: ecco lo scontro di civiltà, ecco il nemico, ecco l’uomo! Ecco l’Occidente dei teatri abbandonati, tacciono e perché tacciono gli antichi e sacri teatri, cantava Hölderlin, ecco la civilizzazione castrata dei grattacieli di cartone, l’usura che ruba agli dèi il tempo e muove perfino l’amore. Non ti perdona nulla e non si perdona la ruggine che ormai ghirlanda il rame della sua Statua. Eppure, vi è qualcosa di ancora più profondo che il puritanesimo ipocrita americano non perdona a Roma perché non può perdonarlo: Roma è sopravvissuta.
È sopravvissuto uno stile dell’anima, una maniera di stare al mondo senza isteria morale, senza l’ossessione di purificare ogni istinto fino a renderlo ombra di se stesso, generando schizofrenie e paranoie silenziose, le mille contraddizioni che spingono l’America proiettarsi fuori da sé per non risolvere i nodi insanguinati in cui si crogiola da decenni. Profanazione. Senza grammatica per anche solo intuire la genesi della Civiltà di cui si fanno tutori, vantano una vittoria dissacrante, stordente, impaurita, collerica, tutori dell’Europa, eredi di Roma (lol) e del suo battesimo di fuoco e di spirito mentre si innalzano, derelitti, sul monte di liquami che invece li fa accoliti ed ancillari, derelitti.
Noi dobbiamo custodire una religione di uomini. Roma trasfigura. Il Foro entra nella Basilica. Il latino dei giuristi è il latino della liturgia cantato sulle colonne del tempio di Nettuno che regge gli altari, consacrati da gente per cui Virgilio era il maestro di retorica eccellente e Platone una sorta di profeta. Agostino, ultimo grande uomo classico e primo genio del mondo cristiano, scriveva: «Non entrare fuori di te, rientra in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità»1.
Non parla come un distruttore del mondo antico, parla come un romano trasfigurato, ha scoperto che il Logos non annienta l’interiorità classica, ma la conduce al proprio compimento, la trasfigura, la fa bella di belle vesti.
Qui si conserva qualcosa di corporeo, solare, tragico e ironico insieme, di splendidamente mediterraneo. Una civiltà che sa inginocchiarsi per trovare la forza dell’elevazione e immediatamente discutere animatamente davanti a un bicchiere di vino godendo di processioni millenarie e reliquie da respirare. Una civiltà che non considera l’esistenza una contraddizione da sterilizzare, ma una ferita da offrire alla Grazia, perché la Grazia non distrugge la natura, la perfeziona2, la trasfigura, la eleva.
La signora della ruggine, invece, è rugosa di una diversa antropologia. L’uomo vi appare come un essere da correggere incessantemente, sorvegliare, irrigidire nella pace amministrativa dell’anima presso cui il romano avrebbe sorriso sdegnosamente. L’Europeo che si mantiene puro, puramente conosce Omero. Conosce troppo bene la guerra, il desiderio, il vino, la morte, le processioni e la cenere che siamo. Evviva la grandezza e la miseria dell’Uomo!
Nei santi e negli artisti europei vive un’umanità debordante, Bernini scolpisce estasi che sfiorano il confine tra mistica e l’orgasmo, i papi costruiscono fontane, proteggono artisti, amministrano Stati, commissionano banchetti, infilano le sibille pagane nella Cappella Sistina, tutto è stato visto da chi ebbe gli occhi per vedere, nulla è stato fatto senza il Logos, non le anime e non i corpi.
Scandaloso? Forse per Baltimora, non per Roma.
Roma ha sempre saputo che l’uomo non è un impiegato angelicato sotto la luce fredda di un neon. L’uomo latino è tragico, imperfetto, sensuale, eroico, liturgico. Cade, si rialza, pecca, ama, combatte, si confessa.
Per questo l’Europa costruisce basiliche che sembrano montagne di marmo e luce. Per questo la Settimana Santa del Sud Italia o in Spagna conserva ancora la tragedia greca attraversata dal Vangelo di Giovanni. Per questo certe processioni mediterranee sembrano custodire, trasfigurata, l’antica fame spirituale del mondo che fa Roma ancora un centro di gravità, il centro di gravità perché non ha mai voluto creare uomini geometrici: ha voluto salvare uomini reali.
Quando il puritanesimo ebbe realmente il potere non edificò cattedrali: chiuse teatri. Nell’Inghilterra di Oliver Cromwell il Natale stesso venne guardato con sospetto; feste, danze e giochi popolari, signora mia, questa è idolatria, il pranzo di Natale lo facciamo confiscare dai soldati, idolatria. La virtù come regolamento condominiale dell’anima! Noi non abbiamo mai avuto paura delle campane, delle piazze vive, delle processioni e delle tavole rumorose, delle ceneri sulle reliquie e delle ceneri che siamo, qui sopravvive qualcosa di antichissimo: la solarità romana trasfigurata dall’incenso, nelle croci istoriate, nelle vetrate caleidoscopiche spezzate nelle Fiandre, nei corpi virili e seminudi, nei corpi femminili e spogli innervati nelle nostre architetture come testimonianza di creazione e sofferenza, di gloria e impermanenza da cui mettono in guardia gli studenti i briefings teologici americani prima di una asprissima e scortesissima visita in Italia, sempre che non finiscano in Indonesia accorgendosene tre giorni dopo. Ma non possiamo pretendere troppo.
Per questo le città mediterranee hanno custodito feste patronali, mercati, bande musicali, santi portati a spalla e Madonne vestite come regine. Il culto dei santi sostituisce le antiche figure protettrici del Mediterraneo; le reliquie offrono una nuova teologia della praesentia; il battesimo porta al compimento il linguaggio simbolico dell’acqua, delle purificazioni e delle rinascite rituali, abbiamo preso feste, immagini, canti, processioni, tombe, incenso e piazze e li abbiamo fatti passare attraverso il fuoco dell’altare, millenni di civiltà rinnovati e ardenti.
Idolatria! Idolatria!
Vi è poi una tendenza tipicamente moderna del puritanesimo anglosassone: trasformare la morale in spettacolo pubblico, il pedigree della purezza. Mencken definì il puritanesimo americano come la paura ossessiva che, da qualche parte, qualcuno possa essere felice3, diffidenza verso la ferita, verso tutto ciò che sfugge all’anima condominiale.
Il cattolicesimo latino, con i commilitoni orientali, parte da un presupposto più tragico perché più reale: l’uomo cade. Il puritano divide fra salvati e corrotti, novello Minosse che ringhia e un poco sbava, il cattolico sospetta che corrotti lo siano tutti, compreso chi predica dal pulpito. Per questo Roma ha prodotto santi penitenti, prostitute convertite, mendicanti mistici, re dissoluti inginocchiati davanti alle reliquie, papi sanguinari e dissoluti che commissionavano Michelangelo.
L’universo puritano tende invece a pretendere uomini impeccabili e rischia di produrre uomini mascherati, moralmente perfetti, mentre qui conosciamo troppo bene gli uomini, siamo stanchi dei millenni di civiltà e delle spalle flagellate, conosciamo gli uomini e sappiamo che sono feriti, tragicamente umani. Il puritano vuole apparire degno della salvezza, io so di non esserlo, la realtà non è puramente razionale, il Mistero sfugge alle unghie del condominio, alle spore della ruggine, Dioniso non l’abbiamo disinnescato, rimane l’eccesso ma non l’assoluto irrazionale, è stato mediato, a Delfi stringe la mano ad Apollo, nelle Baccanti di Euripide è la potenza che ricorda all’uomo che la realtà non puoi assorbirla nella mente, è anche categoria del Mistero, passaggio, iniziazione simbolica e non ordinamento da pianerottolo, emozione generante, forza propulsiva della storia; e Roma ne sviluppa la dimensione pienamente metafisica ed estetica, ne sviluppa la Grazia, la pietas di Enea è la capacità di portare su di sé il peso della storia, l’eros di Didone è forza devastante quando non è inserito nell’ordine del destino, nell’ordine collettivo mai eccedente e mai castrante, come una preparazione alla mediazione definitiva del Verbo.
E forse è proprio per questo che Roma continua a sopravvivere. Ha visto passare imperatori e mendicanti, soldati e mercanti, asceti e prostitute, santi e traditori, papi corrotti e mistici sublimi sotto le stesse cupole. Dopo duemila anni continua a ripetere, con un realismo quasi scandaloso, che la santità non nasce dall’assenza della carne, ma dalla sua redenzione, dal pianto, dal muscolo teso come un proiettile.
Per questo il Mediterraneo conserva ancora qualcosa che il puritanesimo smarrisce: la capacità di sorridere davanti alla fragilità umana senza trasformarla in processo. Dove il puritano vede una violazione della regola, il Mediterraneo intravede ancora la creatura ferita. Il puritanesimo cerca una società innocente. Roma, mia cara, tanto più stanca e tanto più antica, ti accontenti di cercare anime salvabili, e questa è la tua Grazia.
I corifei del mondo americano ci chiamano in Europa, cantano selvaggi in Italia testimoniando agli uomini ancora nudi e disarmati: ecco lo scontro di civiltà, ecco il nemico, ecco l’uomo! Ecco l’Occidente dei teatri abbandonati, sanguinano e perché tacciono gli antichi e sacri teatri, cantava Hölderlin, ecco la civilizzazione castrata dei grattacieli di cartone, l’usura che paralizza gli dèi e il tempo e muove perfino l’amore. Non ti perdona nulla e non si perdona la ruggine che ormai ghirlanda il rame della sua Statua, infetta il tessuto e muove guerra a Roma, Roma non cadrà mai, anche perché è difficile trovarla su una mappa.
1 Sant’Agostino, Deverareligione, 39, 72.
2 San Tommaso D’Aquino, SummaTheologiae,I,1,8 ad 2.
3 Henry Louis Mencken, AMenckenChrestomathy.
