Di Paolo Mathlouthi
Entrata a far parte dei domini di Casa Savoia nel 1032, dimora privilegiata del Re Galantuomo e quindi legata giocoforza al processo di unificazione nazionale, la Valle d’Aosta, petite patrie incastonata nel cuore delle Alpi, è una delle regioni di confine in cui più forte si è manifestato un senso di viscerale estraneità rispetto alle vicende risorgimentali che hanno coinvolto la penisola a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Una diversità, quella valdostana, basata in gran parte su ragioni di natura linguistica dato che, ancora oggi, più del settanta per cento della popolazione residente si dichiara di madrelingua francese. Un microcosmo, come lo definirebbero Claudio Magris e Paolo Rumiz, reso se possibile ancora più articolato e complesso dalla diffusione a macchia di leopardo delle parlate francoprovenzali, sul quale la politica di italianizzazione forzata perseguita dal Fascismo e mantenuta in essere dall’Italia repubblicana si è abbattuta come una mazza ferrata, propiziando di fatto la confluenza dei movimenti identitari e autonomisti nel solco della Resistenza. Nel dopoguerra la retorica partigiana, forte dell’esempio di Emile Chanoux, ha avuto buon gioco nel rivendicare a se stessa la paternità ideologica di un separatismo che in realtà cela nel proprio codice genetico un portato etnico ineludibile, estraneo per sua stessa natura ai dettami dell’internazionalismo progressista. Di questa stridente contraddizione si è reso conto a suo tempo lo scrittore francese Marc Augier (1908 – 1990), meglio noto alle cronache letterarie come Saint – Loup, di cui la casa editrice De Piante, in collaborazione con l’Associazione Culturale Terra Insubre, ha riproposto in questi giorni il romanzo ucronico forse più controverso, La Repubblica del Monte Bianco, dato alle stampe nella bella traduzione approntata da Etienne Andrione, carissimo amico di vecchia data che firma anche la stringente nota introduttiva.

Scrittore itinerante simile per molti aspetti, nello stile come nell’approccio alla vita, al più celebre Jean Giono, provenzale e come lui “cantore di una sola terra”, personaggio sulfureo avvezzo alle prove estreme, balzato agli onori della ribalta per una sua traversata a piedi delle regioni boreali compiuta nel 1938, della quale ci offre un resoconto estremamente evocativo nel diario Solstice en Lapponie tuttora inedito in lingua italiana, Marc Augier è stato protagonista di una furibonda querelle ideologica e letteraria, ricostruita con dovizia di particolari da un insospettabile Andrea Desandré nel suo bel saggio Valle Santa patria carnale (Edizioni Le Chateau), sulla quale vale la pena soffermarsi un istante.
Nel settembre del 1952 la Giunta della Regione Autonoma Valle d’Aosta stanzia un finanziamento di un milione di vecchie lire per l’acquisto, destinato al circuito bibliotecario regionale, di settecento copie del romanzo Pays d’Aoste, scritto appunto da Marc Augier come primo momento di un trittico espressamente dedicato al tema delle patrie carnali che si concluderà nel 1982 proprio con La Repubblica del Monte Bianco. Nella motivazione ufficiale si legge che il racconto coglie in profondità l’essenza del “tipo fisico montagnino” come pure del suo universo valoriale e simbolico ed è quindi ritenuto culturalmente rilevante ai fini della preservazione dell’identità locale. L’Autore, rientrato nel 1950 dall’Argentina dove ha trovato rifugio nel dopoguerra grazie al programma dell’Operazione Odessa, vive sotto mentite spoglie a La Croix des Prés, nel cuore della Valle d’Aosta, e intrattiene un rapporto di profonda amicizia con l’avvocato Severino Caveri, leader storico dell’Union Valdotaine, il quale gli propone di partecipare alle selezioni per il Grand Prix littéraire de la Vallée d’Aoste in programma per l’autunno del 1953. Il romanzo scelto da Saint – Loup per competere all’ambita kermesse, La peau de l’Aurochs, si aggiudica il consenso unanime della giuria.
Alla cerimonia di assegnazione del cospicuo premio di un milione di lire messo in palio dagli organizzatori, svoltasi nella sontuosa cornice del castello di Fénis, lo scrittore giunge preceduto da un’onda anomala di polemiche, innescata da un articolo apparso sulle colonne del Corriere di Aosta nel quale si denuncia a gran voce la vera identità dell’Autore, ritenuto degno di democratica riprovazione in quanto reo di aver prestato servizio da volontario nei ranghi della famigerata Divisione delle SS “Charlemagne” durante l’ultimo conflitto. La diatriba assume presto una rilevanza interazionale e da più parti si chiede la revoca del riconoscimento visto che in precedenza il prestigioso Premio Goncourt è stato negato a Marc Augier per il romanzo La nuit commence au Cap Horn proprio in virtù delle sue viete scelte di campo che il diretto interessato, a guerra conclusa, non si è mai sognato di abiurare, come ben si addice ad un uomo retto.
Vicenda interessante che, accomunando lo scrittore francese ad altri grandi nomi della letteratura europea come Günter Grass e Pio Filippani Ronconi, contribuisce ad ammantare la sua figura di un’aura di luciferina seduzione, rendendocelo istintivamente simpatico. È da sempre opinione profondamente radicata nell’animo di chi scrive questa breve nota che i personaggi additati come malvagi dall’opinione corrente siano sempre in definitiva i più interessanti. Quanto sarebbe soporifera e insulsa la Biancaneve dei fratelli Grimm senza la voluttuosa sete di vendetta coltivata dalla fascinosa Grimilde? E quanta tediosa noia emanerebbe dalle venerate pagine de Il Signore degli Anelli se la narrazione non fosse resa più viva ed avvincente dalla titanica volontà di potenza di Sauron e dalla rabbiosa ostinazione dei suoi seguaci, votati all’Oscuro Sire nel sovrano disprezzo della propria vita? Faremmo tuttavia torto all’indiscusso valore di Marc Augier come scrittore se il nostro interesse per lui fosse dettato solo da ragioni legate ad una sotterranea, tellurica affinità elettiva, se così vogliamo chiamarla.
Attraverso le rocambolesche imprese di Régis Balmat e dei suoi uomini che, affratellati da un sacro giuramento pronunciato nel punto esatto in cui Valle d’Aosta, Savoia e Vallese si toccano, si rendono protagonisti di azioni dimostrative sempre più radicali e pericolose comminate ai danni dei rappresentanti del potere centrale da una parte all’altra del confine, l’Autore ci restituisce l’immagine atemporale di un’umanità antelucana, tragica e omerica, legata all’atavica legge del sangue. La stessa che fa dire a Goethe: “Io sono qui e creo uomini. Una stirpe simile a me”. È un mondo aspro di vertiginose altezze e improvvise, tumultuose tempeste il suo, dove si muovono figure che non partecipano del divenire, non sono “divorate dalla Storia”, come avrebbe detto Johann Gustav Droysen, perché hanno la granitica solidità propria degli archetipi. Sanno, sulla scia di Sylvain Tesson, che il tempo degli uomini e dei loro modi “è ciò che passa tra ciò che resta”.
Saint – Loup, La Repubblica del Monte Bianco, De Piante Editore (per Terra Insubre), Busto Arsizio 2026; pag. 230 € 25,00.
