Di Silvio Turri Bruzzese
Nel corso della storia dell’uomo, le crisi ed i conflitti sono stati spesso il momento in cui i caratteri, le dinamiche politiche e sociali, i sistemi di valori e convinzioni condivise che li hanno generati, i modi di vivere ed intendere le relazioni interpersonali e comunitarie, la percezione della giustizia con gli strumenti per applicarla, le priorità sociali e individuali che hanno causato il declino propedeutico alla crisi o al conflitto si manifestano in tutta la loro abbacinante chiarezza consentendo a quanti mantengono ed usano del loro senso critico di poter comprendere le ragioni profonde dello svolgersi degli eventi in atto, ragioni sino ad allora velate dal flusso transeunte delle cose.
Allora la crisi o il conflitto potrebbero diventare quel fuoco purificatore destinato a ridurre in cenere tutto quanto lo ha prodotto affinché da queste ceneri possano sorgere nuove dinamiche, nuovi sistemi, nuove relazioni.
Oggi ci troviamo a vivere, con ogni probabilità, il momento più acuto della crisi di quella società occidentale a trazione nordeuropea/angloamericana che si è andata strutturando dal Seicento ad oggi attorno al modello economico, politico e sociale liberale, l’occidente collettivo secondo alcuni, una crisi maturata nel corso del Novecento ed il cui sintomo più evidente si mostra nell’ossessivo sostegno, che giunge fino all’imposizione con la forza, di uno dei suoi tratti distintivi, il carattere libertario che si manifesta nello sradicamento, l’instabilità ontologica, la forma liquida della società e della persona.
È questo un carattere che si esprime anche attraverso l’instabilità del significato delle parole che non sembra più essere legato a quella radice, a quell’etimo che garantivano alla parola una sua vita propria, indipendente dalle contingenze, che la rendeva protagonista delle forme comunicative nelle quali veniva utilizzata e delle quali plasmava il messaggio.
Le parole infatti, quale veicolo privilegiato della comunicazione umana, sono in grado di rendere quest’ultima forte e duratura nel tempo solo nel momento in cui anch’esse poggiano sulla stabilità e la permanenza del loro significato.
Le parole, insomma, non sono solo strumenti di comunicazione bensì formano l’essenza stessa della natura umana, le conferiscono quella eccezionale qualità divina che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi e gli uomini stessi gli uni dagli altri attraverso i significati che veicolano identità, simboli, appartenenze e quando questi significati vengono destrutturati, capovolti, diluiti allora le parole smarriscono questa qualità divina immiserendo sé stesse e le comunicazioni che le usano.
Oggi, nell’acme della crisi della società occidentale in cui siamo immersi, quel fuoco purificatore potrebbe essere appiccato proprio dalla riappropriazione del vero significato delle parole, quantomeno di quelle in grado di formare uomini e popoli.
Il profluvio della propaganda mediatica che sta accompagnando la guerra fra Iran e coalizione israelo-statunitense e che alimenta un fronte di guerra inedito ed avanzato del conflitto perché aperto nel cuore e nella mente delle popolazioni appartenenti ad entrambi gli schieramenti, ha riportato alla ribalta alcune parole il cui significato, almeno in occidente, aveva subito così profonde mutazioni da risultare depotenziato e delegittimato perché considerato desueto, arcaico, patriarcale sino all’emarginazione dal lessico comune occidentale.
Una parola in particolare è divenuta centrale nel discorso patriottico portato avanti dalle fonti iraniane: la parola MARTIRE.
Il sistema politico iraniano è interamente fondato sui principi religiosi dell’Islam sciita i quali informano completamente sia la cultura che la società iraniana indipendentemente dal consenso che i leaders religiosi e politici riscuotono nella popolazione; uno dei capisaldi dello sciismo è l’eminente rilevanza del martirio: ad imitazione dell’Imam Al-Ḥusayn, attorno alla cui figura ebbe inizio questa corrente religiosa, che morì combattendo in battaglia per difendere il suo popolo da un oppressore, ogni sciita ritiene che il martirio sia la forma più elevata e ricercata di testimonianza della fede e poiché nella visione sociale musulmana non vi é distinzione fra dimensione temporale e dimensione spirituale, anche il sacrificio della propria vita causato dalla difesa della propria patria o dall’aggressione portata da un nemico diventa una forma di martirio in grado di rinsaldare ancor di più i legami esistenti fra i compatrioti del martire e di questi con la patria.
La focalizzazione del linguaggio politico e civile iraniano sull’aspetto spirituale della contrapposizione con il nemico israelo-americano costringe l’ascoltatore occidentale a doversi porre delle domande circa il significato reale di questa parola e sull’eco che questa genera nella sua mente e nel suo cuore; potrebbe rigettarla come ulteriore dimostrazione della superiorità delle proprie convinzioni ormai disancorate da residui del passato oppure potrebbe lasciarsi attraversare dal dubbio riguardo alla reale corrispondenza fra ciò che ritiene che la parola martire significhi e ciò che realmente ha sempre significato.
Quelli di noi che si sono impegnati in questa fatica si sono resi conto della necessità di rigettare la caricatura contemporanea del significato della parola martire e di doversi riappropriare del significato vero di questa parola e delle conseguenze che ciò comporta non solo per la comprensione delle dinamiche sociali o geopolitiche ma anche per la propria vita interiore.
Difatti, nella tradizione greco-latina la parola martire manifesta pienamente il proprio vero significato solo all’interno della dimensione religiosa cristiana e della testimonianza della fede che il credente fa pubblicamente: il martire cristiano è colui che testimonia la propria adesione e sequela a Cristo sino all’effusione del sangue, colui che rifiuta di abiurare la fede anche sotto minaccia di morte. La storia della Chiesa ricorda e celebra il sacrificio di una lunga schiera di martiri, a partire dalle giovani adolescenti martirizzate durante le persecuzioni cristiane come Agata, Barbara, Agnese fino ai martiri delle missioni, a quelli delle guerre di religione come i religiosi di Gorkum ed infine ai martiri del Novecento non solo dei regimi totalitari ma anche di quanti in occidente con il loro martirio hanno precorso i tempi del declino morale come Santa Maria Goretti.
Non vi è qui solo la manifestazione di volontà del singolo credente che si mantiene fedele fino alle estreme conseguenze contrapposta ad una manifestazione di volontà di qualcun’altro protesa a costringere il fedele al rinnegamento fino a volerlo sopprimere; è qui presente anche un terzo attore, ovvero la Divinità in favore della quale si sacrifica la vita o in odio della quale si sopprime una vita.
Che tale dinamica e conseguentemente l’uso della parola nel suo autentico significato riguardi esclusivamente la fede lo testimonia l’ambito, il contesto in cui questa parola ha espresso tale significato: i primi cristiani rifiutavano di offrire culto agli dei pagani per la loro adesione alla fede e per questo rifiuto venivano martirizzati. Prima di essere una questione sociale o politica era una questione spirituale.
Sanguis martyrum semen Christianorum, il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, recita una massima attribuita a Tertulliano, scrittore cristiano del II-III secolo, ed inserita nel suo Apologeticum per sottolineare che la potenza dell’esempio dato dai martiri spingeva chi ne veniva a contatto a decidersi in favore della fede, a convertirsi.
La laicizzazione forsennata della società occidentale ha modificato il significato di questa parola diluendone la portata morale e svincolandola dal legame con la Divinità e così abbiamo avuto martiri per la patria, per il lavoro, per la comunità, etc.; in questo modo, però, la parola ha smesso di manifestare una contrapposizione fra la volontà del martire e quella dell’oppressore a causa della fede (“in odium fidei”) dinanzi a Dio ed ha cominciato ad indicare esclusivamente la volontà del singolo disposto a portare all’estremo una determinata azione ritenuta giusta e doverosa.
Così facendo, la parola martire ha cominciato ad essere percepita come un sinonimo di un’altra parola che quindi ha mutato anch’essa di significato, si è impoverita: la parola EROE.
La parola eroe ha radici antichissime: nasce sostanzialmente all’alba della storia insieme alle mitologie sia in Grecia che nel vicino oriente e che hanno dato forma alle civiltà che le hanno espresse; basti pensare agli omerici Ulisse ed Ettore, allo spartano Leonida, al romano Orazio Coclite o al mesopotamico Gilgamesh ed ai loro cicli epici, alle loro epopee, le quali narrano le gesta straordinarie di uomini eccezionali votati alla giustizia o all’amor di patria.
E’ infatti questo il significato autentico della parola eroe: descrivere una persona che compie un dovere, porta avanti un compito spesso sproporzionato alle forze di cui sono dotate le persone comuni senza dover necessariamente sacrificare la propria vita ma il cui successo non solo ristabilisce la giustizia o salva una comunità in pericolo, ma diventa fonte di ispirazione per le generazioni a venire anche grazie alle narrazioni di quelle gesta tramandate ai posteri.
In realtà non conta veramente se questi eroi siano davvero vissuti; contano le loro gesta ed il motivo per cui le hanno compiute, conta la manifestazione della loro volontà che è messa in atto del sistema di valori, delle virtù civili in cui questi eroi credono. Le loro azioni testimoniano la verità delle virtù che incarnano ed è il desiderio di vivere queste ultime in maniera totalizzante l’eredità trasmessa ai discendenti.
In questo senso rende ragione del suo significato autentico utilizzare la parola eroe per definire quei militari che compiono gesti straordinari, spesso fatali, per difendere i commilitoni, i compatrioti e la nazione, come fecero Pietro Micca o Enrico Toti oppure quei lavoratori il cui impegno professionale arricchisce la comunità o il cui sacrificio in momenti critici consente a colleghi di salvarsi.
In questo caso non vi sono volontà contrapposte coinvolte pro o contro la Divinità ma una sola volontà che accoglie e mette in atto dei principi ritenuti performativi della vita, anzi più importanti della conservazione della vita stessa.
In sintesi, riguardo agli effetti prodotti su quanti guardano a questi modelli per ispirare la loro vita e grazie al retto uso di queste parole, coloro i quali sono stati riconosciuti come martiri hanno prodotto fedeli, quelli che sono stati riconosciuti come eroi hanno formato patrioti.
Nell’osservazione delle dinamiche con le quali si svolgono quei fenomeni che definiamo con le parole martire ed eroe declinate nel loro vero significato possiamo individuare quell’aspetto che, pur con molti distinguo, le accomuna: in entrambi i casi, la sequela di Cristo fino alla Croce o il compimento di un dovere virtuoso vengono vissuti come esigenze superiori alla propria sopravvivenza, come compressione della propria individualità in favore della fede o della virtù civili delle quali si diventa non solo testimoni ma simboli, espressioni. S. Ignazio di Antiochia sbranato dai leoni nel circo diventa Cristo morto sulla Croce; Salvo D’Acquisto diventa la virtù della donazione di sé per la salvezza di altri. Cedono il posto a ciò che rappresentano.
Tuttavia é proprio questa assonanza spirituale e morale l’elemento sfruttato dalle forze della dissoluzione per cambiare il significato delle due parole e così diluirle in una superficiale sinonimia, estromettendo Dio e la fede vissuta dal significato della parola martire e riducendo ad una indistinta volontà di sacrificio personale svincolato dalle virtù praticate il significato della parola eroe.
L’estromissione di queste due parole nel loro vero significato dal lessico comune per sostituirle con due indistinti sinonimi ha consapevolmente privato le persone appartenenti ad una determinata comunità, religiosa o civile, di figure rappresentative della propria identità e storia proprio al fine di defraudarle dei loro caratteri distintivi e per consegnarli all’atomizzazione della società liquida e così renderli perfettamente manipolabili.
Ma poiché nessun uomo vive esclusivamente in una dimensione materiale ed il suo essere è composto anche di una dimensione soprannaturale, questa sottrazione di significato ha avuto anche altre conseguenze: nell’anima del credente ha prodotto una frattura nella relazione fra l’anima e Dio ed ha causato un vuoto nell’anima del patriota causato dalla perdita di contatto con le virtù civili.
Queste patologie interiori però non hanno trovato una via di guarigione poiché chi ha operato questa sostituzione si è adoperato per la formazione di sostituti, di surrogati del martire o dell’eroe: ha creato gli IDOLI.
L’orizzonte della triste società in cui siamo immersi è sovrappopolato di idoli: la squadra di calcio del cuore, la star del cinema, della tv e della moda, la rock band o il/la cantante preferiti, gli influencer dei social media financo il leader religioso ed il capo politico.
Per tutti questi soggetti è possibile utilizzare la parola idolo nel suo vero significato di persona o cosa, anche astratta, amata o venerata e comunque posta su un piano superiore all’umano ma che non rimanda al rapporto con la divinità o alla realizzazione di una virtù civile; chiede di essere venerata per sé stessa e per i suoi supposti talenti intrinseci, chiede di essere passivamente seguita ed imitata.
Non casualmente, difatti, tale parola, idolo, non potendo essere né diluita né edulcorata ed avendo da sempre una carica negativa in quanto espressione di una parodia di Dio, sembra essere evaporata dal lessico comune: non si usa più.
Il suo significato però, testimone di un imbarbarimento dell’essere umano, resta annidato nelle parole che identificano coloro i quali guardano a questi modelli per orientare la propria vita, come i tifosi della squadra del cuore o i fans del cantante o dell’attore, e che qualificano soprattutto i loro comportamenti: la ricerca ossessiva di qualsiasi parola, gesto, atto, immagine, avvenimento compiuto dai loro beniamini ed il consenso indiscusso dato a qualsiasi comportamento adottato da questi ultimi.
In quest’ottica, anche le dinamiche politiche e religiose, defraudate della fede e delle virtù civili dalla perdita di significato della parole, generano idoli: in politica il partito di massa che aggrega una comunità attorno ad un progetto ha lasciato il posto a movimenti e liste fondate sul supposto carisma del leader che quindi può far mutare progetto ed orientamento a tutto il movimento a seconda delle contingenze (chi ha i capelli bianchi rammenta i manifesti elettorali della Prima Repubblica e quelli degli ultimi anni…); in campo religioso, il deposito della fede ha smarrito la sua centralità per l’acquisito rilievo assunto dall’insegnamento del leader del momento che quindi può variare alla sostituzione della leadership (non casualmente all’interno della Chiesa Cattolica si parla insistentemente di papolatria nel caso della massima leadership ma il concetto si attaglia anche ad altri “maestri”).
Non essendo più né martiri né eroi ma idoli, questi pretendono la sequela assoluta ed incondizionata e stigmatizzano la seppur minima espressione di pensiero critico che viene quindi emarginata se non perseguitata come eretica, eterodossa, procurando anche qui una sovversione del significato autentico di queste parole, poiché si può esprimere un pensiero difforme, eretico, nei confronti di un sistema di pensiero teologico per il quale è richiesta l’adesione della fede e non per una opinione politica ed ancor meno per manifestare il dissenso nei confronti della persona che ha assunto il ruolo di leader.
In altri termini, riguardo agli effetti prodotti su quanti guardano a questi modelli per ispirare la loro vita, coloro i quali vengono venerati come idoli hanno prodotto e producono greggi.
In definitiva possiamo porre queste associazioni:
- martiri/fedeli;
- eroi/patrioti;
- idoli/greggi.
Questa dinamica dissolutoria è ormai irreversibile?
Non si possono rimettere indietro le lancette della storia né si può restaurare un modello sociale tramontato; si possono però recuperare e restaurare principi e valori lasciati in eredità dal passato per riportarli in vita e renderli fecondi pur nelle mutate condizioni sociali in virtù della loro perennità.
Ma è una battaglia che deve cominciare innanzitutto dentro di sé con una battaglia interiore che può essere sintetizzata in queste tappe:
- abbattere gli idoli;
- distruggere le dinamiche gregarie;
- restaurare il vero significato delle parole;
- recuperare il deposito della fede o il corpus delle virtù civili che il martire o l’eroe manifestano;
- combattere per diventare martire sottomettendosi alla signoria di Cristo o eroe assegnando preminenza alle virtù.
Per poter portare questa lotta fuori, nella società, bisogna averla iniziata dentro.
