L’APOCALISSE E IL NULLA
L’APOCALISSE E IL NULLA

L’APOCALISSE E IL NULLA

Di Silvio Turri Bruzzese

Ogni dinamica di relazione fra Stati od associazioni di Stati, che sia dialogo, accordo oppure conflitto, è sempre mossa da un complesso insieme di ragioni politiche, economiche, strategiche che interagiscono insieme e sembrano prevalere ora l’una ora l’altra a seconda dell’evoluzione della dinamica che si sta svolgendo.

Anche la guerra mossa da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran ha avuto la medesima origine complessa anche se ancora non perfettamente discernibile in tutti i suoi aspetti considerato il breve lasso di tempo trascorso dal suo esplodere; tuttavia, bisogna iniziare a capire e quindi qualche riflessione può essere già fatta.

Gli Stati Uniti, de-industrializzati dal predominio della finanziarizzazione dell’economia condotta dall’élite globalista e dall’esplosione del debito pubblico, versano in uno stato di crisi profonda dell’economia reale che rende evidente la dipendenza industriale del gigante americano dalle grandi potenze produttrici ed esportatrici ed induce le classi dirigenti, ormai da molti anni, a  difendere ossessivamente l’unipolarismo americano guadagnato grazie all’imposizione del dollaro come valore di riferimento degli scambi commerciali ed industriali soprattutto in materia energetica (con il cd. petro-dollaro) e divenuto trionfante dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda, unipolarismo promosso anche manu militari, intervenendo sia con le forze armate che tramite rovesciamenti politici indotti.

Unipolarismo perseguito sino all’estrema conseguenza di prestarsi a fungere da braccio armato del globalismo finanziario e che è entrato in crisi in conseguenza dell’espansionismo economico e geopolitico di Russia, Cina e BRICS culminato con l’avvio della Operazione Militare Speciale da parte della Russia in Ucraina quando la reazione alle sanzioni imposte alla Russia dall’Occidente ha prodotto il ricorso a valute diverse dal dollaro in sede di effettuazione di scambi commerciali, soprattutto in materia energetica, dando vita quindi a quel fenomeno, devastante per il mantenimento dell’unipolarismo americano, denominato de-dollarizzazione.

Proprio tale situazione è stata all’origine del successo mediatico ed elettorale del movimento MAGA e che ha consentito al suo leader, Donald Trump, di entrare per ben due volte nello Studio Ovale con la promessa di re-industrializzare il Paese e di non trascinarlo in altre “endless wars”; tuttavia, per rendere di nuovo competitivo industrialmente un Paese occorrono anni e nel frattempo gli Stati Uniti debbono mantenere il predominio del dollaro, quindi dell’ordine unipolare.

Ma il mantenimento della posizione dominante in campo energetico degli USA presuppone il controllo e la subalternità di tutti i paesi dell’area del Golfo Persico, come in effetti é stato finora; solo l’Iran ha rifiutato risolutamente tale dinamica per ben due volte, prima con le nazionalizzazioni delle società petrolifere da parte di Mossadeq negli anni ’60, poi con la Rivoluzione Islamica di Khomeini dal 1979 ad oggi, diventando quindi il peggior nemico degli USA nel Vicino Oriente che infatti lo ha costantemente preso di mira tramite i suoi alleati come l’Iraq e con la guerra imposta negli anni 80.

Pure senza dichiarare o manifestare esplicitamente un obiettivo strategico preciso, Trump ha deciso di aprire un conflitto armato con l’Iran con la convinzione che questo fosse in grado di produrre vantaggi economici e politici per gli States, affiancandosi al nemico storico dell’Iran stesso, ovvero lo stato di Israele che è invece mosso da necessità strategiche e politiche molto precise dettate dalla ristretta estensione territoriale del Paese che lo rende vulnerabile e dal suo essere stato costituito dall’esterno a dispetto delle popolazioni arabe che vivevano in quell’area da secoli.

Difatti la sua storia è costellata da conflitti locali unicamente e costantemente protesi ad estendere il proprio territorio nazionale in tutte le direzioni possibili facendo vivere la propria popolazione in un perenne stato di guerra, ove l’aggressione si alterna alla difesa e le popolazioni circostanti, cristiane e musulmane, vengono degradate ad occupanti abusive di territori ritenuti spettanti di diritto.

Quindi oggi, in quell’area, a scambiarsi missili e bombardamenti, abbiamo tre attori: gli Stati Uniti,  Israele e l’Iran.

Questi ultimi due hanno sempre posto alla base delle loro iniziative politico-economiche, quindi anche strategiche, motivazioni di carattere religioso: il primo sostenendo la discendenza dello Stato di Israele dalla nazione eletta da Dio e stabilita da Lui stesso su quella terra con il patto stretto con Abramo e Mosé che quindi renderebbe quel territorio a lui spettante per diritto divino e ritenendo inoltre, così vuole la dottrina sionista, che il compimento dell’espansione territoriale che darebbe origine al Grande Israele dal Nilo all’Eufrate coinciderebbe con l’avvento del Messia atteso, poiché questi si incarna nella nazione israeliana; il secondo si é assunto il ruolo di difensore dell’Islam Sciita anche al di fuori dei propri confini nazionali in quanto stato di ispirazione musulmana anche se strutturato istituzionalmente come repubblica ed é convinto che la persecuzione che subisce come popolo iraniano sia la preparazione, che avviene nella tribolazione, all’avvento del messia ingannatore, il quale sarà sconfitto da Cristo che a sua volta aprirà la strada al disvelamento del dodicesimo Imam che si é occultato, il Mahdi, che sarà il segno della fine dei tempi.

Ambedue i popoli quindi sentono di essere coinvolti, anche se a titolo diverso, in una guerra santa che ha, diversamente da altre guerre sante condotte nel corso della storia, una forte connotazione escatologica, apocalittica, vissuta da entrambi come parte degli ultimi tempi.

Sino a ieri, però, il terzo attore sembrava essere il baluardo del mondo liberale, ateo, svincolato da motivazioni o spinte di carattere religioso; nei primi giorni di guerra, però, è emersa una circostanza estremamente rilevante che modifica sostanzialmente questa connotazione: è stato reso noto che molti dei comandanti delle unità delle forze armate americane impegnate nel conflitto invitano i propri sottoposti a considerare questa guerra come prodromica all’instaurazione del predominio israeliano sull’area che avrebbe condotto alla costruzione del terzo Tempio a Gerusalemme e quindi all’avvento degli ultimi tempi narrati dall’Apocalisse e che culminano con il ritorno glorioso di Cristo sulla Terra e con la fine del mondo.

Questa visione apocalittica, messianica, non è nuova nell’ambiente protestante americano, ha un grande rilievo all’interno del corpus “dottrinale” soprattutto delle comunità evangeliche e pentecostali americane e già in passato ha fatto capolino nella politica statunitense (chi non ricorda   George W. Bush jr. che nel corso della seconda guerra del Golfo, dopo aver invaso Afghanistan ed Iraq, diceva di ricevere le istruzioni direttamente da Dio). 

Con l’ascesa di Trump alla presidenza,  sia nel corso del primo mandato che soprattutto ora, ha assunto una posizione primaria nell’orizzonte politico americano; non casualmente Trump ha costantemente promosso la creazione di progetti politico-istituzionali di carattere religioso che sostanziassero una visione messianica della sua azione politica.

Un messianismo molto particolare peraltro che si é saputo fondere con l’ideologia sionista promossa da Israele poiché con questa condivide la necessità della costruzione del grande Israele e del Terzo Tempio quale condizione per l’avvento del Messia.

Quindi, la guerra contro l’Iran é divenuta a tutti gli effetti, per volontà di tutti gli attori in gioco, una guerra santa apocalittica ed infatti anche il momento in cui è scoppiata e la prima vittima illustre che ha mietuto, l’Ayatollah Alì Khamenei, risultano così rilevanti spiritualmente da aver dato anche il nome al conflitto: “Guerra del Ramadan”; ma mentre un conflitto fondato su cause economiche o strategiche può trovare una composizione attraverso accordi volti a soddisfare gli interessi contrapposti, una guerra santa apocalittica in cui il combattente si presume unto da Dio per la missione finale che apre il mondo alla manifestazione gloriosa ed ultima della divinità e vede il nemico come emissario del male, dell’anticristo, può terminare solo con la sconfitta o l’umiliazione dell’avversario e non conosce limiti sui mezzi per raggiungere questo fine ultimo, esistenziale, spirituale.

Questa prospettiva rischia di rendere questo conflitto molto più devastante di quelli, già terribili, che lo hanno preceduto.

In tutto questo l’Europa cosa fa?

Avvezza ormai da secoli all’estromissione di Dio da ogni dinamica politico-economica anche internazionale ed impegnata nell’abbattimento delle ultime vestigia delle virtù civili in favore dell’autodeterminazione radicale degli individui (virtù civili difese a parole ma conculcate nei fatti), la classe dirigente politica europea non sembra essere consapevole della portata eccezionale di questo nuovo orizzonte assunto dalla “Guerra del Ramadan” e continua a classificare i giocatori in campo con le solite categorie liberali dell’oppressore e dell’oppresso, dell’aggressore e dell’aggredito, ripetendo narrazioni ed iniziative già usate per i passati conflitti, dalle guerre contro Afghanistan ed Iraq alla dissoluzione della Jugoslavia al conflitto Russo-Ucraino, e con gli stessi devastanti effetti sulla propria popolazione in termini di perdite economiche e di irrilevanza politica, narrazioni ed iniziative che non fanno altro che accelerare il declino del vecchio continente verso la dissoluzione, verso il nulla.

Infatti, solo in Europa sembrano trovare spazio e consenso unanime, cancellando le distinzioni fra destra e sinistra, credenti e laici, le formazioni minoritarie dei fuoriusciti iraniani che invocano l’abbattimento della Repubblica Islamica ed il ritorno, velleitario, alla Monarchia ponendosi come gli oppressi fuggiti dall’oppressore Sciita che lottano per la libertà e la democrazia contro la dittatura islamica; solo in Europa la classe politica dichiara di schierarsi a fianco del popolo iraniano oppresso che a giudicare dalle notizie e dalle immagini che giungono dall’Iran sembra essere maggioranza solo nella loro narrazione di esportatori della migliore democrazia possibile.

Ed in questa narrazione obsoleta si pongono ancora una volta come servi sciocchi di un padrone che al contrario ha ormai dismesso questi paludamenti e rende palese il suo signoraggio attraverso la presenza militare in Europa e le imposizioni economiche unilaterali.

Dinanzi a dinamiche così poderose in grado di schiacciare gli individui come moscerini, cosa possono fare le singole persone?

Provare a recuperare in sé stessi in maniera credibile agli occhi degli altri l’essenza delle virtù civili propugnate da illustri europei come Seneca, Cicerone, Marco Aurelio per poi trascendere fino al recupero della fede cattolica trasmessa dai padri e pronta per essere vissuta da ciascuno: la fede militante dello spagnolo S. Ignazio di Loyola e della francese S. Giovanna D’Arco, la fede missionaria di S. Francesco d’Assisi, la fede mistica di S. Caterina da Siena, questi ultimi figli di quel paese, l’Italia, cui Nostro Signore ha donato in abbondanza non solo in termini spirituali ma anche culturali, artistici e naturali e che quindi molto richiederà a quanti ha concesso di essere italiani.

Quando tutto questo formerà per la maggioranza criterio di discernimento per il consenso e la selezione della classe politica, allora potremo dire di aver compiuto un passo significativo in avanti nella lotta contro il nulla.

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