Di Vincenzo Pellegrino
Il 28 febbraio 2026, poco prima dell’alba, il cielo sopra Teheran si è acceso di un bagliore che molti in Medio Oriente hanno interpretato come l’inizio della fine di un’epoca. L’operazione congiunta israelo-americana – «Ruggito del Leone» per Tel Aviv, «Epic Fury» per Washington – ha eliminato in poche ore la Guida Suprema Ali Khamenei, al potere ininterrottamente dal 1989, insieme a gran parte del vertice delle Guardie della Rivoluzione. Non si è trattato di un raid dimostrativo: è stata un’offensiva sistematica che ha colpito comandi militari, infrastrutture missilistiche e residenze di vertice, portando il conflitto in una fase che molti analisti considerano irreversibile.
La traiettoria che ha condotto a quel mattino era già segnata da anni. L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 aveva infranto un equilibrio già logorato; i primi scambi missilistici diretti tra Iran e Israele nell’aprile 2024 avevano aperto una porta che nessuno era più riuscito a chiudere; i bombardamenti israeliani sui siti nucleari iraniani nel giugno 2025 – operazione «Rising Lion» – avevano dimostrato che la barriera tra guerra per procura e scontro aperto era crollata. Un cessate il fuoco estivo, mediato da Oman e Svizzera, si era sgretolato nel giro di pochi mesi. Le immagini satellitari di febbraio mostravano un’accelerazione febbrile dei lavori a Parchin e Shahroud. A quel punto la diplomazia non esisteva più.
Pochi giorni dopo l’attacco iniziale, il generale Effie Defrin, portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, ha tenuto un briefing in cui ha pronunciato parole che suonano come una sentenza: l’obiettivo era «minare le fondamenta di questo regime». Non si limitava a distruggere missili o centrifughe. Era un messaggio esplicito che l’operazione puntava al cuore stesso della struttura di potere iraniana: al regime nella sua interezza, non solo al suo arsenale. Quelle parole, pronunciate mentre il fumo saliva ancora da Teheran, hanno reso chiaro che la posta in gioco superava di gran lunga la neutralizzazione di una minaccia nucleare nascente: si trattava di provocare un collasso sistemico, aprendo la strada a un possibile cambio di regime cavalcando le proteste interne che già nel 2025 avevano lasciato decine di migliaia di vittime nelle strade di Teheran, Isfahan e Mashhad.
L’ambizione strategica era ancora più vasta. Colpire l’Iran significava recidere l’asse di resistenza che da Beirut arrivava fino a Sana’a, tagliare il flusso di droni Shahed verso i fronti ucraini dove da mesi costituivano l’arma più temuta dai sistemi di difesa NATO, isolare Pechino da un partner energetico e politico cruciale. Quest’ultimo obiettivo merita attenzione speciale: la Cina aveva investito oltre quattrocento miliardi di dollari nel Comprehensive Strategic Partnership siglato con Teheran nel 2021, e una destabilizzazione profonda dell’Iran avrebbe privato Pechino di uno dei suoi principali strumenti di pressione nel Golfo Persico. Washington lo sapeva. L’operazione non era soltanto mediorientale: era anche un messaggio al Pacifico.
Il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, privo di qualsiasi mandato ONU, ha reso visibile una verità che molti preferivano tenere nell’ombra: quando una superpotenza ritiene di avere interesse e superiorità militare sufficiente, il diritto internazionale può essere scavalcato senza pagare un prezzo immediato. La Carta delle Nazioni Unite, l’articolo 51 sull’autodifesa, i meccanismi del Consiglio di Sicurezza: tutto si è rivelato carta di fronte alla volontà di due stati alleati decisi ad agire. Il messaggio arrivato nelle cancellerie è stato inequivocabile e brutale.
Quella stessa mattina è crollato anche l’ultimo residuo di credibilità del regime globale di non-proliferazione. Il Trattato del 1968 era già agonizzante da anni, il ritiro americano dall’accordo sul nucleare iraniano nel 2018, i test nordcoreani ripetuti, la sospensione russa di New START nel 2023, la morte del Trattato INF nel 2019 avevano già scavato la fossa. L’offensiva del 2026 vi ha calato il coperchio. Una potenza nucleare ufficiale e una de facto hanno distrutto preventivamente le capacità atomiche nascenti di un Paese che non possedeva ancora l’arma, senza conseguenze tangibili sul piano internazionale. La lezione che circola ora nei corridoi di potere è elementare e spietata: rinunciare alla bomba rende vulnerabili; possederla garantisce sopravvivenza. Gheddafi lo ha imparato nel 2011, Saddam nel 2003. Kim Jong-un, al contrario, resta intoccabile.
Non sorprende che l’Arabia Saudita stia accelerando i suoi programmi nucleari civili mentre Mohammed bin Salman ripete da anni che una bomba iraniana avrebbe significato automaticamente una bomba saudita, e ora quella logica vale a maggior ragione per un Iran umiliato e potenzialmente in cerca di riscatto. In Corea del Sud e Giappone il vecchio tabù nucleare vacilla sotto la pressione di opinioni pubbliche che non si fidano più della garanzia americana come un tempo. Persino in Europa, dove per decenni il semplice accostamento tra «deterrente» e «europeo» era tabù, si discute apertamente di un ombrello condiviso basato sull’arsenale francese. Il rischio non sta soltanto nel numero crescente di possessori, ma nella fragilità delle dottrine di impiego che ne nasceranno: dottrine elaborate in fretta, spesso da élite militari con scarsa tradizione di controllo civile, e che in troppi casi portano dentro di sé un’impronta religiosa o nazionalista radicale.
Ed è proprio questa impronta che invita a guardare con occhi diversi la Dottrina Sansone israeliana. La minaccia di scatenare una rappresaglia nucleare catastrofica qualora lo Stato ebraico si trovasse di fronte a una sconfitta esistenziale non è soltanto una scelta strategica estrema: è anche la traduzione contemporanea di un archetipo biblico profondo. Sansone che fa crollare il tempio sui Filistei – «Muoia Sansone con tutti i Filistei!» – diventa l’immagine perfetta di un annientamento totale piuttosto che una resa. Quell’immagine non è stata scelta a caso dai fondatori di questa dottrina. Si intreccia con la lettura massimalista della promessa abramitica (la Terra «dal fiume d’Egitto al grande fiume Eufrate») che il sionismo religioso ha rilanciato come comandamento divino legato alla redenzione messianica, e con il concetto di cherem: lo sterminio sacro delle popolazioni che occupano la terra promessa descritto nel Deuteronomio. La storicità di queste narrazioni è fortemente contestata dall’archeologia moderna, ma la loro forza politica non dipende dalla loro veridicità storica: dipende dalla loro capacità di plasmare identità collettive e legittimare scelte strategiche.
Accanto alla Dottrina Sansone opera la cosiddetta Dottrina Begin, elaborata dopo il bombardamento del reattore iracheno di Osirak nel 1981 e confermata dall’attacco al sito siriano di Deir Ezzor nel 2007: il diritto-dovere di colpire preventivamente qualsiasi programma nucleare percepito come minaccia esistenziale. Le due dottrine si integrano: Begin fornisce la giustificazione per l’attacco preventivo, Sansone garantisce l’ultima linea di deterrenza. Insieme delineano una postura strategica che non ha equivalenti nel panorama nucleare mondiale per la densità del suo retroterra teologico.
Le tre tradizioni abramitiche si trovano tutte, in modi diversi e asimmetrici, a fare i conti con questa tensione tra sacralità della vita e legittimazione della violenza estrema. Nell’ebraismo il principio del pikuach nefesh – salvare una vita prevale su quasi ogni precetto – convive con un mandato territoriale che per alcuni settori resta intoccabile e sovraordinato. Nel cristianesimo la dottrina della guerra giusta, nella sua formulazione classica da Agostino a Tommaso d’Aquino, condanna senza appello l’uso delle armi nucleari per la loro intrinseca indiscriminatezza; eppure correnti evangelicali dispensazionaliste, soprattutto negli Stati Uniti, leggono i conflitti mediorientali come tappe profetiche necessarie da assecondare piuttosto che da fermare: una postura che ha avuto peso reale nelle scelte di diversi governi americani. Nell’islam il Corano vieta esplicitamente l’uccisione indiscriminata e la devastazione della terra, eppure in alcuni contesti si è invocato l’interesse supremo della umma per giustificare deterrenti nucleari, come è avvenuto con il programma pakistano, benedetto da alcuni ulema come scudo dell’islam contro la preponderanza occidentale e indiana.
Il punto di maggiore pericolo si raggiunge quando lo Stato nazionale viene percepito come strumento diretto della volontà divina. In quel momento politica, identità collettiva ed escatologia si fondono in un amalgama che rende impossibile qualsiasi compromesso, perché negoziare significherebbe tradire non un interesse ma un comandamento. La logica del tempio che crolla può allora apparire non solo razionale, ma addirittura necessaria e santa.
A metà marzo 2026, il conflitto non mostra segni di esaurimento. L’Iran ha risposto con ondate di missili balistici e sciami di droni, Hezbollah ha intensificato gli attacchi dal Libano meridionale con centinaia di razzi in poche ore, petroliere esitano a transitare nello Stretto di Hormuz. Israele ha lanciato nuove ondate di bombardamenti su Teheran e altre città iraniane. Il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, ferito nell’attacco iniziale che ha ucciso suo padre, ha emesso il suo primo messaggio pubblico promettendo vendetta; la sua legittimità è ancora fragile, il che lo rende forse più pericoloso di un leader consolidato, perché più bisognoso di dimostrare intransigenza. Nei giorni scorsi un’immagine satellitare ha mostrato il fumo che saliva ancora da un hangar missilistico a Bandar Abbas, mentre in un villaggio druso sulle alture del Golan un anziano pastore contava le capre disperse dall’esplosione di un razzo caduto a duecento metri dal suo ovile. Il pastore non sa niente di Dottrina Sansone, né di fatwa sul nucleare, né di trattati firmati a New York mezzo secolo fa. Sa solo che le sue capre non trovano più erba buona e che il cielo, da qualche settimana, ha un odore diverso: un odore di metallo bruciato e di petrolio che arriva da lontano.
