di Daniela Piccolotto
“I sani sono dei malati che non sanno di esserlo”.
Così afferma in modo convinto il dr. Knock, protagonista di una nota commedia teatrale francese: la frase si adatta perfettamente alla trasformazione della società nel corso degli ultimi decenni, un assembramento di individui impauriti e potenzialmente malati.
Il periodo pandemico ha semplicemente portato alla ribalta uno stato di cose preesistente, parzialmente occultato da una generale, falsa percezione di presunto benessere.
Già nel 2013, in Francia veniva pubblicato La fabbrica dei malati, libro in cui si denunciava come l’industria farmaceutica partecipi alla creazione di nuovi malati.
La creazione di condizioni di pre-malattia ( il paziente pre-diabetico, pre-iperteso ecc… ) si ottiene facendo leva sulle paure dei pazienti e, parallelamente, abbassando progressivamente la soglia massima dei valori ritenuti normali nelle analisi del sangue (ad es. il colesterolo, dove limiti sempre più bassi contribuiscono all’aumento della prescrizione di statine, farmaco destinato, appunto, al controllo dei livelli di colesterolo).
In campo psichiatrico, l’aumento esponenziale nel consumo di antidepressivi ha contribuito a fare della depressione la malattia del secolo.
In questo contesto, associato al progressivo e inesorabile degrado dei valori fondanti di una società sana, non è difficile capire come la psicosi pandemica abbia trovato terreno fertile su cui attecchire.
L’uomo e la donna impauriti, costantemente alla ricerca di conferme del proprio stato di salute tramite i cosiddetti esami di prevenzione, diventano parte di un ingranaggio creato per distruggerne – anziché, come apparentemente sembra, tutelarne – il benessere psico-fisico.
Parallelamente, l’utilizzo massiccio della tecnologia, con la conseguente illusoria sensazione di connessione costante col mondo esterno, ha causato un deterioramento della qualità delle relazioni umane (fondamento essenziale del benessere, così come il contatto con la natura, la ricerca spirituale, l’attività fisica).
Ecco che appaiono, in tutta la loro fragilità, l’uomo e la donna attuali: monadi intente a protrarre indefinitamente la propria sopravvivenza biologica, privi di ogni contatto con il proprio nucleo, pedine in un gioco perverso dove la ricerca di un senso dell’esistenza viene barattata con la promessa di una manciata in più di anni di vita.
In questo contesto, resistere e combattere l’omologazione e la povertà morale dilaganti, attuando un modo di vivere autentico fondato sulla ricerca del benessere psico-fisico (come punto di partenza per agire nel mondo in modo proficuo per gli altri oltre che per se stessi) è l’unica soluzione possibile per chi non intende arrendersi e crede ancora nella possibilità di sconfessare, col proprio comportamento, i paradigmi dominanti nella società attuale.
