Corsari, cavalieri selvaggi e poesia. Lo strano ponte tra Fiume e Roman von Ungern-Sternberg
Corsari, cavalieri selvaggi e poesia. Lo strano ponte tra Fiume e Roman von Ungern-Sternberg

Corsari, cavalieri selvaggi e poesia. Lo strano ponte tra Fiume e Roman von Ungern-Sternberg

Di Maria Antonova e Andrea Giumetti

Generalmente, non ultimo per via delle sue stesse affermazioni, si tende a concepire il Barone Roman von Ungern-Sternberg come una figura contro-rivoluzionaria e un campione della reazione. Tuttavia, questa interpretazione pecca di quel senso di lettura della storia centrata sull’Occidente. Se infatti si elimina il bias determinato dalla percezione della storia come grande flusso che va in un’unica direzione, allora ci si accorge che in effetti la figura è molto più complessa. Ungern-Sternberg era sicuramente anticomunista, ma questo va contestualizzato all’interno dell’attualità degli anni ’20 del XX Secolo. 

La Rivoluzione socialista è qualcosa di fortemente indefinito, avvolto da un’aura di mistero e di forte mistica, ed è caratterizzato da una violenza estrema che si rivolge ai nemici di classe in modi e maniere che ricordano fortemente quelli della Rivoluzione francese. Tuttavia, rispetto a quest’ultima, quella sovietica porta con sé anche una forte carica utopica e pacifista, poiché non vuole limitarsi a scolpire nel sangue il presente, ma anche costruire un futuro in cui non ci sarà la proprietà privata, e quindi tutti i conflitti spariranno. Questa confusione di fondo è stata il grande spauracchio su cui i fascismi hanno poi costruito la loro fortuna, configurandosi come l’alternativa buona alla Rivoluzione, anche e soprattutto quando il pericolo che la rivoluzione si presentasse era sostanzialmente inesistente. 

Dunque, Roman von Ungern-Sternberg era evidentemente una figura anticomunista e, al tempo stesso, un fervente monarchico, percependo fin da subito la Rivoluzione come un cataclisma politico e la rottura di un ordine sacro che garantiva stabilità, essendo la trasposizione terrena della verticalità celeste. Ma se anche era un monarchico, nondimeno il Barone non era evidentemente un partigiano di casa Romanov, tanto è vero che la sua carriera di ufficiale bianco non fu caratterizzata né da aspirazioni di restaurazione, né dall’allineamento dei disegni imperialistici degli Alleati in Siberia. In un periodo in cui i governatori bianchi della regione trattavano con gli americani e i giapponesi per diventare protettorati oltremare, la stupenda follia di Roman von Ungern-Sternberg fu quella di dichiararsi Khan e concepire le sue truppe come una nuova Orda che dalla Mongolia avrebbe spazzato via il nuovo ordine mondiale. È a nostro giudizio piuttosto evidente che tra il fondare un ordine utopico senza proprietà privata, e creare nuovamente il Khanato dell’Orda d’Oro nel XX secolo, siamo sempre in un campo talmente sopra le righe e ucronico, da configurarsi come rivoluzionario. 

La parabola di Ungern-Sternberg in Mongolia è a nostro giudizio più configurabile come l’avventura di un uomo eccezionale e visionario, che cerca di metabolizzare la sua estraneità da un mondo che sta cambiando. Ungern Khan rifiutava tanto la Rivoluzione (e sarebbe interessante capire se questo rifiuto riguardava la Rivoluzione “bella” occidentalizzante, quella “plebea” che faceva inorridire Maksim Gorkij, oppure entrambe), ma al tempo stesso rifiutava la società affarista e borghese, che nell’Impero Zarista era qualcosa di tutto sommato ancora recente, e che aveva completamente destabilizzato l’aristocrazia meno cosmopolita. 

Nel territorio imperiale, infatti, i nobili avevano perso il loro potere assoluto dopo l’abolizione del servaggio, avvenuta molto tardivamente, nel 1861, ma nonostante questo, o forse proprio in considerazione di quanto tardi questo era avvenuto, la maggior parte dell’aristocrazia non era riuscita a ricostruire la propria collocazione all’interno del processo di modernizzazione. Nelle città, dove iniziavano ad entrare i capitali stranieri, molti nobili ebbero modo di consolidare decisamente i loro patrimoni. Questo fu ad esempio il caso del principe Jusupov, il protagonista dell’avvelenamento di Rasputin, che era anche a capo del principale conglomerato dell’industria di estrazione e semi lavorazione del ferro, e in virtù di questo era l’uomo più ricco dell’Impero. Nelle campagne, invece, la nobiltà generalmente non riuscì a capire che il vecchio stile di vita era ormai tramontato, e innumerevoli case nobiliari si ritrovarono rovinate. Ci furono certamente quelli che, come il principe di L’vov, futuro capo del Governo Provvisorio, abbracciarono uno stile di vita più spartano, riuscendo a rendere competitive le loro tenute, ma la maggior parte venne travolta dai debiti, mentre le grandi aree cerealicole venivano rastrellate dai fondi di investimento stranieri. Insomma, la folle cavalcata di Roman von Ungern-Sternberg sarebbe dunque un modo per metabolizzare un disagio esistenziale, il cercare di trovare un senso in una società che ormai andava inesorabilmente verso una modernità spoetizzante, e in cui al tempo stesso, mancavano sempre di più gli spazi fuori dalle mappe in cui poter fuggire. 

Ad ulteriore dimostrazione di questo, non si può trascurare nemmeno l’elemento mistico-religioso che permea fortemente l’esperienza di Ungern Khan: l’alleanza con il buddismo lamaista, ma anche e soprattutto il riconoscimento dell’autorità del Bogd Khan, vanno ad incastrarsi perfettamente nella mistica del personaggio. Il “barone sanguinario” Roman von Ungern-Sternberg è evidentemente sui generis, ma tutto sommato è perfettamente inserito all’interno di quei fenomeni che avevano provato a porre un freno rispetto a quella che era l’evidente direzione in cui la società positivista stava spingendo la storia, il cui climax e canto del cigno era stata proprio la Prima guerra mondiale. 

La poetica, il nichilistico disprezzo della morte a fronte di una cruda etica guerriera, ma anche la concezione profonda della necessità di opporsi alla marcia della storia, rimettendo la spiritualità al centro, per evitarne la fine, furono gli elementi fondativi del pensiero di Ungern-Khan. Per lui, la Mongolia rappresentava un preziosissimo frammento di antichità in cui il sangue antico manifestava ancora appieno la sua forza, e in cui uomini e donne, sotto l’immenso cielo blu, vivevano le loro esperienze con un occhio rivolto sempre verso l’eternità e la libertà. Tuttavia, si noti bene che la sua follia è quella dell’esaltazione, dell’assurdo atto contra mundi, non quella della mancanza di lucidità o della stupidità. In questo, riteniamo che si possa tranquillamente associare l’esperienza del khanato del Barone Roman von Ungern-Sternberg con un’altra esperienza geopolitica talmente rivoluzionaria da risultare ucronica: l’impresa di Fiume.

Esecuzione di Roman von Ungern-Sternberg

Naturalmente, non ci riferiamo alla concezione originaria della presa di Fiume, ovvero il colpo di mano con cui D’annunzio e i legionari intendevano forzare il governo italiano fuori dalla stasi politica del Primo Dopoguerra, quanto piuttosto alla sua evoluzione successiva, ovvero la Repubblica del Carnaro. Questa, come è noto, fu la scelta di Gabriele D’annunzio, nel momento in cui ci si rese conto che in Italia non ci sarebbe stato nessuna grande sommossa politica antigovernativa per appoggiare la rivendicazione della città, di definire Fiume come una città-stato repubblicana. La costituzione di Fiume indipendente poneva elementi di modernità (parità assoluta tra uomo e donna, centralità dei lavoratori nella vita politica, diritti sociali ed enorme ampliamento delle libertà civili e sessuali) assolutamente sconvolgenti per l’epoca. Esattamente come i pastori-cavalieri che militavano nell’Orda a cavallo del barone Roman von Ungern-Sternberg, anche l’esperienza di Fiume ebbe i suoi guerrieri usciti fuori dalle nebbie del tempo: mi riferisco evidentemente agli Uscocchi, i corsari agli ordini di Guido Keller che dal porto di Fiume salpavano nel Mar Adriatico per assaltare e sequestrare le navi commerciali, portandone il carico nella città sotto assedio affinché fosse rivenduto. Certo, gli uscocchi erano espressione culturale di una storia e di esperienze di vita ben diverse da quelle che formavano il vulnus culturale del cavaliere nomade della steppa. Allo stesso modo non è possibile tracciare un parallelo immediato tra il barone sanguinario Ungern-Sternberg, preso in una fervente mistica messianica, e il nudista, bisessuale e burlone Guido Keller, se non nella poetica profonda di un personaggio che interiorizza il disagio di un mondo che sta uccidendo la libertà, la poetica e l’eroismo a fronte del perbenismo, della ricerca del profitto e dell’omologazione. Non a caso Roman von Ungern-Sternberg, abbandonato dei suoi ufficiali e catturato dai bolscevichi, rifiutò fermamente, pagando questo rifiuto con la vita, di entrare nella neonata Armata Rossa; una fine tutto sommato molto simile a quella di Keller, che avrebbe potuto avere tutti gli onori possibili all’interno della neonata aeronautica fascista, ma preferì piuttosto lanciarsi in imprese di esplorazione per il mondo e tagliare i ponti con Mussolini. Entrambi morirono giovani, ribelli e senza essere giunti a compromessi.