Di Klaus M. (dagli Usa)
Il 7 maggio 2024 in un articolo precedente alla vittoria di Trump (Trump e America First cristiana di fronte al Sionismo e al multiculturalismo) pensavo che gli americani fossero prossimi a una vittoria del GOP di Trump nelle elezioni presidenziali 2024 e che il banco di prova del Sionismo americano (considerato antiamericano da esponenti di punta del fronte trumpiano, come già notavo) avrebbe portato a una guerra civile repubblicana.
Una guerra civile repubblicana è non a caso scoppiata nei giorni e nelle settimane che hanno preceduto il “bagno blu” di questi giorni, il trionfo dei democratici nella notte delle recenti elezioni tra cui quella del sindaco di New York.
L’omicidio Kirk ha sollevato un’insurrezione interna al mondo nazionalista e repubblicano, dato che milioni di “patrioti” hanno immediamente visto nel MOSSAD isrealiano l’indiscusso regista di tale omicidio. I neofascisti americani dell’estrema destra del GOP e di America First hanno talmente diffuso questa notizia, su cui non saprei esprimermi per mancanza di certe prove, che è divenuta una realtà per milioni di americani.
I cosiddetti “patrioti” americani sono impegnati in una lotta al coltello per il futuro del movimento MAGA. Nonostante la svolta nazionalista del conservatorismo americano nell’ultimo decennio, la guerra civile è incentrata, come nella più nota tradizione fascista europea, su una nazione straniera: Israele.
Giovani conservatori e luminari del MAGA come Steve Bannon sono diventati aspramente critici nei confronti del rapporto squilibrato e costoso di Washington con lo Stato ebraico. In reazione, Israele e i suoi sostenitori americani hanno cercato di puntellare la “relazione speciale” ostracizzando le voci critiche nei confronti di Israele. Il loro ultimo bersaglio: Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation, che ha recentemente espresso sostegno a Tucker Carlson, il più importante critico di Israele da parte del MAGA.
I conservatori filo-israeliani possono pure vantare vittorie a breve termine, ma alla fine, i cambiamenti sismici nell’opinione pubblica in tutto lo spettro politico assicurano che il mondo repubblicano di destra, nei prossimi anni, porrà fine alla sua politica di sostegno incondizionato al Sionismo. Nel frattempo, tuttavia, questo sviluppo, a parte le relativamente importanti manifestazioni di massa, si sta dimostrando più divisivo a destra che a sinistra, e in un momento in cui i repubblicani controllano tutti e tre i rami del governo federale.
La fazione America First, guidata da N. Fuentes ( Nick Fuentes, l’intervista all’“antisemita più pericoloso d’America” che sta spaccando la destra USA | Wired Italia) che è arrivata addirittura a riabilitare il padre dell’antisemitismo americano, l’industriale Henry Ford, e a dichiarare che è stato un grande errore storico, per gli Usa, sostenere e far vincere nel ‘900 l’Internazionale Comunista contro i regimi fascisti tedesco, italiano nipponico, sta ormai dilagando – dopo l’omicidio Kirk – nella gioventù americana. Non è un caso che Carlson, accusato di antisemitismo dalla comunità ebraica americana (tradizionalmente di sinistra e vicina ai Dem più radicali), faccia blocco con l’esplicitamente fascista Fuentes.
Per i repubblicani, un politico che può trovare un equilibrio tra queste fazioni e mettere a punto la transizione verso quello che oramai appare un GOP “post-israeliano” è il possibile candidato del partito alla presidenza nel 2028: il vicepresidente J.D. Vance.
Questo non vuol dire che farlo sarà facile, ma Vance pare orientato verso questa linea. Si sta ripresentando come un nuovo tipo di repubblicano, uno che vede Israele solo come un altro Paese straniero, non un alleato “speciale”, tutt’altro. Al tempo stesso, però, l’insistenza su un presunto antisemitismo delle classi operaie e medie occidentali di taluni conservatori classici del GOP potrebbe alienare a Vance il sostegno sino a oggi goduto dal GOP presso i ceti più bassi. Non a caso, il voto e il sostegno degli ebrei milionari – a iniziare da Soros – è andato e sta andando ai socialisti radicali Dem della linea Mamdani, futuro sindaco di New York, definita purtroppo in modo assai sprezzante Jew York da molti operai e piccoli imprenditori del GOP della cosiddetta America Profonda. Vi potrebbero essere da qui al 2028 una saldatura tra i metalmeccanici e i piccoli imprenditori USA e gli ebrei di New York attorno alla nuova linea comunista di Mamdani? Difficile ma non impossibile, se Trump non porrà completamente fine alla tradizionale relazione speciale tra Stati Uniti e Israele.
Una battaglia di fazioni si svolge anche alle spalle di tutto ciò: come scrive John Daniel Davidson del Federalist, i neoconservatori filoisraeliani vedono l’opportunità di legare l’America First e il MAGA all’antisemitismo fascista (storicamente estraneo alle classi dirigenti americane) e di condurre una battaglia per procura contro il “fascista” Vance prima del 2028. Con il fine, però, di far vincere i blu del Partito Democratico contro i “fascisti rossi” di America First.
Era inevitabile, per molti analisti, che il populismo di “destra” di Trump rendesse il GOP ostaggio di frazioni, come quella di Fuentes, che avrebbero generato la più pesante ostilità interna al paese verso il Sionismo, ritirando fuori la vecchia tesi di Ford su Comunismo internazionale e Sionismo quali stelle gemelle. È, però, anche d’altra parte vero che mentre i donatori filo-israeliani conservatori e centristi si preoccupano dell’ascesa al potere di democratici di estrema sinistra come Zohran Mamdani, Vance e il Partito Repubblicano potrebbero anche apparire come il male minore in una campagna presidenziale del 2028 dove la maggioranza silenziosa potrebbe essere ancora decisiva. Vance è in vantaggio nei sondaggi delle primarie del 2028 con ampi margini e, a meno che ciò non cambi, il calcolo rischio-rendimento del sostegno ai suoi avversari repubblicani sarà sfavorevole. E poiché ora esiste un’ampia fazione critica nei confronti di Israele nella destra americana, la lobby non può ragionevolmente aspettarsi di vincere ogni battaglia di fazione in un partito repubblicano guidato da Vance. In tal senso vediamo che Vance tende sempre più a allinearsi a America First nella sua posizione su Israele. In questi giorni, Vance percepisce chiaramente la necessità di allinearsi ai principi neofascisti e antisionisti dell’America First. Due settimane fa, ha condannato il voto del parlamento israeliano a sostegno dell’annessione della Cisgiordania palestinese, una politica a cui anche l’amministrazione Trump si oppone. La scorsa settimana, a una conferenza di Turning Point USA, Vance ha risposto con abilità alle domande critiche dei giovani conservatori sulla lobby israeliana, sul rapporto tra ebraismo e cristianesimo e sulla guerra di Israele a Gaza. “Israele”, ha detto Vance, “a volte ha interessi simili a quelli degli Stati Uniti, e in tal caso collaboreremo con loro, a volte non ha interessi simili a quelli degli Stati Uniti e in tal caso contrasteremo loro”. Quando un militante fascista di America First ha dichiarato di fronte a Vance che il sionismo sarebbe per l’identità nazionale americana un pericolo ben maggiore dell’Islam, perchè “incita apertamente alla persecuzione della nostra religione e della nostra nazionalità”, Vance sembrava condividere tale visione e non si è opposto. Se la vittoria della linea considerata islamica e di estrema sinistra nel fronte democratico spacca ancora di più una sinistra già assai frammentata, a destra non vige di certo l’unità.
Vance sembra voler perciò continuare la linea del “martire” Kirk trovando la cosiddetta quadra tra il neofascismo di America First e il tradizionale conservatorismo. Vi riuscirà da qui alle elezioni del 2028? Dipenderà, come azzardavo in conclusione dell’articolo del maggio 2024 (Trump e America First cristiana di fronte al Sionismo e al multiculturalismo), se sarà in grado di mobilitare attorno al concetto di resistenza popolare patriottica le fasce più laboriose, nazionaliste e numerose del Paese; non tanto a questo punto e non solo contro il più o meno vero pericolo rappresentato dal partito comunista cinese quanto da ogni più pesante interferenza nella vita sociale e politica americana, come sosteneva Kirk, che non perdonò mai proprio a Israele di aver sostenuto il comunismo vietnamita prima e di aver poi in un certo senso imposto agli Stati Uniti la politica neoconservatrice post 11 settembre, con migliaia e migliaia di ragazzi americani mandati al macello nel Medio Oriente, indebolendoli così in modo strategico e strutturale. Sia quella di Mamdani sia quella di un Vance in veste America First sarà una America sempre più isolata e pericolosa come scrivono molti analisti europei in questi giorni? Non sembra esservi più luce proveniente dall’America? In realtà, la guerra culturale e sociale di Trump contro le Big Three (i cosiddetti padroni del mondo di Black Rock, Vanguard, State Street) pare ancora a metà strada; se in parte ha ottenuto qualcosa con l’investimento produttivo negli Usa dei colossi protetti e sostenuti dai tre grandi (come Apple), d’altra parte è parso che per ora non volesse portare a fondo la battaglia sino alla fine per quanto le Imprese americane sono tornate con lui al centro della politica sociale senza guardare in faccia nè cinesi nè finanza globalista. È molto rispetto ai Democratici storici, partito delle Big Three, ma non è affatto abbastanza rispetto a quanto gli americani si aspettavano. Lo stesso sulla politica sociale metropolitana; se con Housing First ha per la prima volta con efficienza ridotto il numero dei senza casa metropolitani, i recenti tagli fiscali ai più poveri, oltre che poco significativi, sono un regalo alla propaganda avversaria e non hanno nulla di liberista, sono anzi una classica misura collettivista supercapitalista. In effetti, ha smorzato e ridotto al minimo la guerra culturale e propagandistica woke, con le mobilitazioni ideologiche universitarie antiamericane. Luci e ombre dunque; questi altri anni di Trump, la sua politica sociale anzitutto e anche quella su Israele e Medio Oriente dovranno dire perciò ancora qualcosa.
