Una riflessione e delle domande
Di Yuri Di Benedetto
I tempi che viviamo, tanto tremendi quanto fecondi, hanno una caratteristica ambivalente: distruggono assunti concettuali che hanno costituito la base della nostra società e che, paradossalmente, sono anche causa degli stessi eventi che oggi ci travolgono.
La nostra civiltà, nelle sue forme di affermazione come in quelle di dissidio, sembra incarnare quella che #Hegel definiva coscienza infelice. Non possiede una coscienza metafisica o artistica capace di generare una realtà nuova e determinante; sul piano politico e militare non riesce a compiere realizzazioni effettive.
La volontà appare scissa, incapace di incarnare l’unità tra fini ultimi e azione concreta.
Ne deriva un dolore ontologico: la società soffre della propria impotenza, della sua incapacità di tradurre ideali e principi in azione compiuta.
Prendiamo degli esempi.
(Ma è necessario dato il tema, che io ponga l’accento a scanso di equivoci, la riflessione che segue è nei confronti del movimento occidentale a sostegno della causa palestinese. Non nei confronti del popolo Palestinese. Ho e manterrò un rispetto sempre sacrale per i popoli che combattono, il sangue rende sacra ogni bandiera. Indipendentemente dagli interessi politici del momento.)
Detto ciò, analizziamo questa contrapposizione tra il movimento #propal e #Israele; quest’ultimo si presenta come un caso diametralmente opposto a quanto detto.
È un esempio di volontà di potenza pura: una purezza terribile, certo, ma terribilmente efficace. La sua ragion di Stato viene perseguita con coerenza e decisione implacabili, sino alla disponibilità al sacrificio estremo.
Israele mostra la forza di una volontà capace di sfidare l’opinione mondiale e di sopravvivere a qualunque isolamento.
Di fronte a ciò, una pongo una domanda cruciale che riguarda il futuro del movimento pro-palestinese.
Cosa accadrebbe se l’azione della flotta dovesse fallire?
Fino a che punto si è pronti ad arrivare?
Bloccare tutto? Per quanto? Ad ogni costo?
Credo sia una domanda che ci si dovrebbe porre ogni qualvolta si inizia qualcosa.

Fino a che punto si è disposti a sacrificarsi? Da tempo pongo l’accento su questioni pre-politiche, cioè attitudinali e antropologiche, i proclami lasciano sempre il tempo che trovano.
Personalmente è un quesito che mi pongo spesso e che consiglio ai tanti massimalisti da social di porsi, prima di saltare da una causa all’altra con azioni scomposte.
La controparte israeliana ha dimostrato da tempo di poter morire ed uccidere senza pietà per ciò in cui crede; dall’altra parte, dubito che sia presente tale decisione e impulso, quello che appare invece, è una volontà che di fronte ad una radicalità di facciata non stenta nella realtà a comunicare sfiducia, stanchezza, senso di impotenza e paura di una forte repressione.
Il rischio è che un inevitabile rinculo porti non solo a una crisi tattica, ma a un collasso strategico: un vuoto che non è stato né analizzato né compreso fino in fondo.
Alla luce di questo vuoto ontologico aggiungo che qualsiasi manifestazione o mobilitazione difficilmente diventa la scintilla che incendia la prateria, ma tutte diventano strumenti di gestione del dualismo governo-opposizione.
Ovviamente esistono capacità di pressione che le mobilitazioni possono raggiungere e che sono evidenti a tutti, ma sono movimenti tattici, utili ad altri fini piuttosto che alla risoluzione dei problemi in modo definitivo.
Il punto focale è che per strappare una vittoria concreta e strategica nel lungo periodo bisognerebbe ricordare un vecchio adagio che suonava così; “vince sempre chi più crede, chi più a lungo sa patir” esiste questo spirito?
Dal mio punto credo vada ripensata, e in modo radicale, la concezione della pratica politica, le sue strategie e tattiche e il ruolo individuale che ognuno è chiamato a risolvere con il proprio essere.
Il tutto con uno sviluppo di una visione del mondo innovativa capace di evitare le trappole delle semplificazioni.
Dunque il problema centrale, non è soltanto politico o militare, ma ontologico: chi non possiede chiarezza, volontà unitaria e purezza d’intenti non può reggere l’urto della storia.
Per il resto staremo a vedere.
