Il consumo come anestesia
Il consumo come anestesia

Il consumo come anestesia

Di Maria Antonova

Anestetizzati dal superfluo, abbiamo smesso di sentire il necessario. Per decenni la lotta politica è stata figlia del bisogno. Erano la fame, la miseria, l’alienazione operaia che generavano conflitto, le piazze che si riempivano di corpi e le fabbriche di slogan. Oggi, invece, viviamo in un tempo in cui la fame è stata sostituita dal desiderio e il desiderio è addomesticato dal mercato.

Il capitalismo non ci impone più regole ma ci seduce offrendoci possibilità e parlando il linguaggio della libertà, dell’autorealizzazione, dell’accesso illimitato. La lotta si è dissolta.

Certo, c’è ancora chi sciopera, chi si organizza, chi difende interessi collettivi, soprattutto quando la sopravvivenza stessa è in gioco, quando il lavoro è a rischio, quando i diritti vengono calpestati troppo visibilmente. Ma sono battaglie sempre più isolate, spesso frammentate, e faticano a diventare visione comune. Nel frattempo, il consumo anestetizza, rallenta, disinnesca.

Il consumo è diventato una forma sofisticata di anestesia. Ci distrae, ci consola, ci gratifica e ci impedisce di sentire il dolore: non quello individuale, ma quello collettivo, strutturale, storico. Siamo sempre più informati ma sempre meno indignati, sappiamo tutto ma non reagiamo.

Quando ci indigniamo, lo facciamo spesso nei modi previsti dalla piattaforma: reazioni, hashtag, indignazione lampo.

Jean Baudrillard osservava che “viviamo così al riparo dei segni e nella negazione del reale”, sottolineando come il consumo non risponda più a bisogni materiali, ma a una logica simbolica che ci addestra a desiderare ciò che ci viene proposto, trasformando gli oggetti in segni di distinzione sociale.

Il desiderio è stato privatizzato. Un tempo era forza rivoluzionaria, oggi è una pulsione da soddisfare nel più breve tempo possibile. Anche la rabbia viene trasformata in marketing con slogan ribelli stampati su t-shirt di catene globali, immagini iconiche ridotte a decorazione.

Ci hanno convinti che la felicità sia un fatto individuale. Se non riesci, è colpa tua. Se sei stanco, cambia routine. Se soffri, anestetizza il dolore con qualche offerta conveniente. In questo delirio di responsabilità personale, la società scompare. Non c’è più un sistema da cambiare, ma solo un io da ottimizzare.

Il conflitto sociale scompare, non c’è più un “noi” che lotta contro un sistema, ma una moltitudine di “io” stanchi, frustrati ma convinti che basti cambiare app, abbonamento o tendenza per sentirsi meglio.

Il consumo non ci rende liberi, ci rende docili. Non ci toglie la voce ma ci fa parlare di continuo di nulla. Ci dà l’illusione di scegliere, ma sempre dentro un recinto. Ci illude che basti desiderare per essere vivi ma desiderare ciò che ci viene offerto, predeterminato, algoritmizzato, non è desiderare. È acconsentire.