Psicopolitica: dal controllo alla seduzione
Psicopolitica: dal controllo alla seduzione

Psicopolitica: dal controllo alla seduzione

Di Maria Antonova

Negli ultimi decenni il modo in cui il potere agisce sulla societa è cambiato radicalmente. Non si tratta più di repressione o controllo diretto, ma di influssi sempre più sottili e diffusi. In altre parole, come osserva il filosofo Byung-Chul Han, “la psicopolitica neoliberale sfrutta la libertà invece di reprimerla” e “oggi il potere non si esercita più come disciplina, ma come seduzione”. II potere diventa meno autoritario e più seducente, meno imposto e più interiorizzato.

Michel Foucault aveva parlato di biopolitica e potere disciplinare. In altre parole, ha descritto un tipo di potere basato su regole rigide, sorveglianza e punizione (come nelle prigioni, scuole, fabbriche). La psicopolitica, invece, indica una forma di potere che opera attraverso la gestione e la manipolazione della mente, delle emozioni e della volontà individuale.

Non più punizioni e divieti, ma inviti a governarsi da soli, a “voler essere liberi” secondo certi parametri, a plasmarsi per adeguarsi a ideali imposti da fuori. È un potere che persuade più che costringere, che seduce invece di disciplinare. Studiosi come Han e altri come Wendy Brown e Shoshana Zuboff descrivono come questa nuova forma di dominio si fa strada attraverso la cultura digitale, la sorveglianza economica e sociale.

Il cuore della psicopolitica neoliberale è proprio questa idea di libertà che diventa uno strumento di controllo. Nel modello neoliberale, siamo “liberi” di scegliere come lavorare, quando e quanto, ma questa libertà nasconde spesso forme di auto-sfruttamento.

Basta guardare alla gig economy con piattaforme come Uber o Deliveroo promettono flessibilità, ma nei fatti impongono ritmi logoranti, precarietà cronica, assenza di tutele. Il lavoratore è lasciato solo, apparentemente libero, ma sotto costante pressione. È lui stesso a organizzare la sua fatica, a imporsi standard e tempi, a gestirsi come se fosse un’azienda senza protezione reale.

Lo stesso accade nei social media. Instagram, TikTok, YouTube sembrano spazi di espressione personale, di creatività, di partecipazione. Ma sotto questa superficie “democratica” si nasconde un sistema estremamente sofisticato di raccolta dati, profilazione emotiva, manipolazione del desiderio.

Gli algoritmi decidono cosa vediamo, cosa desideriamo, cosa compriamo, spingendoci a consumare contenuti e prodotti. La nostra “libertà” è incanalata e plasmata per mantenere alta l’attenzione e il profitto delle piattaforme. Siamo liberi di cliccare, certo, ma entro un recinto costruito apposta per noi.

Oggi il potere seduce più che reprimere. La pubblicità e il marketing non vendono prodotti ma stili di vita, sogni, identità. Gli influencer social sono emblematici di questa dinamica, appaiono come modelli di successo e libertà apparente ma in realtà rafforzano il conformismo e il consumo.

L’autocontrollo diventa norma sociale, e la paura di non conformarsi genera ansia e insicurezza. La “libertà” di esprimersi si trasforma in auto-sorveglianza, che spinge a conformarsi a modelli condivisi, riducendo la nostra autenticità e autonomia.

Così la psicopolitica ci svela come il potere sia diventato meno visibile ma più pervasivo, meno oppressivo ma più manipolatore. La libertà promessa diventa una trappola, uno strumento di seduzione che ci rende partecipi di una nuova forma di dominio a cui si può reagire sviluppando una consapevolezza critica su come questa libertà viene sfruttata.