Di Alex P.
In un precedente articolo sul Pontificato Gesuita di Francesco, pensavamo che il suo neo-marxismo in forma di teologia della liberazione ulteriormente secolarizzata avesse fallito il suo obiettivo storico, per quanto da un punto di vista mediatico e comunicativo Francesco abbia abilmente riportato al centro talune questioni della chiesa romana, dopo gli anni politicamente e socialmente poco chiari di Benedetto XVI. Scrivevamo però in conclusione che l’ecumenismo globalista – pure multipolarista se si vuole, post-antropologico e post-cristiano di Francesco, per il quale islamismo, ebraismo, culti sciamanici, comunismo guerrigliero, panmoralismo woke LGTBQ, espiazionismo penitenziario e cattolicesimo romano erano in fondo tutte vie, almeno in potenza, di eguale valore etico volte esclusivamente a captare un equivoco “perdono di Dio” – era stato comunque sconfitto dai fatti, come mostravano i nazionalismi religiosi incipienti non solo in Oriente (particolarmente significativo, al riguardo, l’esempio dell’Hindutva di Narendra Modi) ma anche quelli cristiani nel cuore d’Occidente; di conseguenza, pensavamo che la chiesa di Roma, “la cui flessibilità realista non è seconda a nessuno, dovrà di nuovo cambiare velocemente strategia qualora voglia giocare ancora un ruolo decisivo nella realtà contemporanea”.
Siamo ora più che mai convinti, dopo l’avvento di Leone XIV, per quanto le voci al riguardo siano assai discordi, che si è in presenza di un netto cambiamento di strategia e sul piano interno romano e su quello internazionale, che avrà nell’immediato e nel futuro conseguenze anche più significative dell’imprevisto e inaspettato ritorno di Trump alla guida del paese nord americano. Il nome Leone è già di per sé significativo. Dato il contesto storico, più che a Leone XIII, teorico del corporativismo, occorrerebbe fare riferimento a Leone Magno (440-461) che operando proprio durante il declino dell’impero occidentale ebbe un ruolo cruciale nella storia della chiesa e dell’oriente affrontando controversie dogmatiche e nello stabilire un’ortodossia cristiana.
Ma non solo per questo. Anche per quanto Raffaello rappresenta nel suo meraviglioso affresco (Incontro di Leone Magno con Attila, si veda sopra): l’incontro, avvenuto nel 452 nei pressi del Mincio, tra Attila, re degli Unni, e Papa Leone I, il quale avrebbe distolto il bellicoso capo barbaro dall’invadere l’Italia e distruggere definitivamente l’impero d’occidente. Come per la battaglia di Ponte Milvio, la chiesa cristiana fece dell’incontro un episodio miracoloso, con l’apparizione celeste di un’entità spirituale che avrebbe terrorizzato gli assalitori; il gruppo degli Unni di Attila, nell’affresco, si slancia con furioso rivoluzionarismo dileguante e nichilista, ma viene placato dalla miracolosa apparizione degli apostoli armati di spada divina. La spada rimanda al culto dell’Arcangelo Michele e la tradizione dei pontefici chiamati Leone (tra cui quella dello stesso Leone X contemporaneo di Raffaello e di Leone XIII con la sua invocazione a Michele contro il male) è strettamente unita a una diffusione religiosa attiva del culto michelita.
La domanda da farsi, a questo punto, è così: chi è oggi Attila se il papa romano ha deciso di passare alla storia come Leone XIV? In questo senso l’attuale pontefice pare su una linea differente da quella del precedente papa. In più casi Leone XIV ha combattuto in prima linea proprio contro l’ideologia woke neomarxista, comunista o gender; il 15 marzo del 2001 alla congregazione Lima, in Perù, affermava che il “comunismo è l’errore e l’orrore del XX secolo che ancora minaccia le nostre comunità: è il più grande veleno”; il 23 giugno 2003 nel ritiro spirituale a Cusco affermava che la missione dei veri cristiani “è resistere alle tentazioni delle ideologie comuniste”; nella lettera pastorale dell’8 dicembre 2007 alla diocesi di Chiclayo si poteva leggere che “il relativismo morale del comunismo distrugge la coscienza dei nostri giovani e nega la verità di Cristo”; il 14 maggio 2010 sostiene che il “veleno comunista è penetrato nei nostri ambienti cristiani, noi dobbiamo smascherarlo e combatterlo” e via di seguito sino alle dichiarazioni del 18 febbraio 2023 del futuro Leone XIV secondo cui: “Coloro che promuovono l’abolizione del binarismo sessuale vogliono reinventare la creazione. Questa è l’arroganza moderna mascherata da inclusione” (18 febbraio 2023). Inoltre, assai palese la volontà di arrestare l’idolatria della tecnica e del meccanicismo che sia in Cina sia a Davos ha raggiunto vertici di regressivismo e primitivismo più che di futurismo.
“Papa americano” o pontefice romano d’occidente?
Non di “papa americano” dovremmo allora parlare – a differenza di quanto, con la solita meschina o interessata partigianeria, gli ormai illeggibili e insalubri quotidiani di casa nostra stanno facendo. Potremmo forse parlare di Pontefice romano-italiano (grazie alla Conciliazione), forse più dei candidati “italiani” assai prossimi al “neomarxismo” che vedevamo negli scorsi giorni scorrere sotto i nostri occhi? Di certo possiamo parlare oggi di un papa che punta strategicamente nel tornare a essere la guida spirituale e “politica” di un cristianesimo autenticamente romano-occidentale e che tenterà, quindi, di riportare al centro la chiesa di Roma e una certa prassi di universale romanità oltre le differenze etniche e geografiche. Non prenderà di certo ordini da una Unione europeista del tutto scristianizzata e non le farà l’occhiolino, a differenza di Bergoglio; ma nemmeno prenderà ordini da Washington, vi sia alla Casa Bianca Trump o Vance o un democratico; tantomeno ne prenderà dal partito comunista di Pechino, così vicino a settori postcristiani della chiesa rappresentati da un Parolin o un Zuppi.
Un Pontefice che punta quindi a riportare al centro Roma cristiana e la pace di Cristo risorto (che non è dottrinariamente né praticamente la pace mondana); legge eterna di Roma cristiana da cui in ultima istanza gli stessi Stati Uniti, se vorranno veramente restare occidentali, debbono moralmente e spiritualmente tornare a dipendere come avvenuto durante il pontificato di Pio XII. Trump e Vance sembrano averlo intuito; vedremo se saranno consequenziali. Nell’insegna indossata da Leone XIV il giorno dell’elezione, l’8 maggio 2025, sul braccio destro vi era peraltro il richiamo ideale al beato Anselmo Polanco Fontecha, vescovo di Teruel, assassinato e martirizzato dai rivoluzionari antifascisti spagnoli il 7 febbraio del 1939.
Chiaramente ci pare che si possa affermare che vi sia un orientamento già differente rispetto alla linea del “neomarxismo” gesuitico della CEI o di Sant’Egidio che agita continuamente, guarda caso, lo spettro di un presunto detestabile “partito romano” interno al Vaticano; un neomarxismo per molti versi pure multipolarista – oltre a essere globalista – ma di certo relativista, antiromano e postcristiano.
