Giornalismo con l’elmetto

08/04/2022 Off Di Roberto Baldini
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Manifesto di propaganda della Prima Guerra Mondiale

Maggio 1915. L’Europa è da quasi un anno ormai impegnata in quello che sarebbe stato il primo – devastante – conflitto mondiale. Un conflitto che avrebbe comportato milioni di morti e il crollo totale della potenza europea, a favore di quella nascente degli Stati Uniti d’America. Solo vent’anni dopo, le logiche del conflitto sarebbero tornate a riproporsi vent’anni dopo, gettando nuovamente il mondo in una guerra il cui orrore si sarebbe manifestato nell’orrore dei totalitarismi e dei lager, per raggiungere il suo culmine con l’esplosione degli ordigni atomici su Hiroshima e Nagasaki.

Eppure, nella primavera del 1915, la guerra “sola igiene del mondo”, sembra l’unica alternativa ad una Italia che vuole affermare se stessa come potenza mondiale e che vuole – assieme alle altre potenze liberali – frenare l’avanzata degli imperi militaristi – ovvero Germania e Austria – che puntano a dominare il mondo.

La guerra, unico modo per frenare coloro che vogliono la guerra.

L’orrore dei due conflitti mondiali portò tutte le nazioni del mondo, dopo il 1945, a manifestare il loro orrore nei confronti della guerra. L’Italia inserì nella sua Costituzione il famoso (e – oggi – purtroppo retorico) Articolo 11, in cui rifiuta il ricorso alle armi come mezzo per risolvere le controversie internazionali. In ogni Stato scomparvero i Ministeri della Guerra, sostituiti dai molto più politicamente corretti Ministeri della Difesa.

Lo storico Hobsbawm definì il Novecento “secolo breve”. Un secolo radicalmente modificato dai conflitti mondiali, canto del cigno di politiche imperialiste.

Oggi, a settant’anni dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale, sembra che siamo da capo. Non sto dicendo che siamo di fronte – ora – ad un nuovo conflitto globale (per quanto le cose cambino ad una grande velocità e in modo inaspettato), ma le logiche novecentesche si stanno ripetendo: corsa agli armamenti, politiche di potenza, imperialismi, militarismo. Come ha giustamente sottolineato in un suo recente post il filosofo Pasquale Pugliese, autore del libro “Disarmare il virus della violenza”, il Novecento – che credevamo essere un secolo breve – si è invece rivelato un secolo lunghissimo, talmente lungo che vi siamo ancora immersi.

Dulce et decorum est pro patria mori

Se c’è una cosa che i conflitti del Novecento hanno insegnato al Potere è che un popolo – se spinto dalla propaganda – farà qualsiasi cosa.

Già a fine Ottocento, Gustav Le Bon, in “Psicologia delle folle”, osservava profeticamente:


“L’età che inizia sarà veramente l’età delle folle[…] Poco inclini al ragionamento, le folle si dimostrano al contrario adattissime all’azione.”

Una folla, un popolo, è una sorta di mente collettiva in stato ipnotico, pronta ad agire e poco a riflettere, quindi suscettibilissima a informazioni semplici e chiare. La folla non ama la complessità, che la costringe a fermarsi e farsi domande, vuole avere istruzioni semplici, che rendano il mondo un luogo facilmente abitabile dominabile.

Per chi mira a dominare, questo costituisce una opportunità straordinaria: basta identificare un nemico chiaro, costruire una narrativa avvincente, che tenga il popolo sulle spine, e quest’ultimo sarà disposto a sacrificare se stesso e tutti i valori professati sino ad un attimo prima per passare all’azione.

L’Italia della Prima Guerra Mondiale ci mostra già un fulgido esempio della forze terribile della propaganda. Nei mesi che corsero fra lo scoppio del conflitto e il 24 maggio 1915 – data fatidica dell’ingresso italiano nel conflitto – il Parlamento italiano, guidato da Giovanni Giolitti, era ben consapevole dell’impossibilità del paese di farsi coinvolgere in un conflitto di tale portata. La propaganda si mosse allora, organizzando le imponenti manifestazioni note col nome (già di per sé carico di propaganda) di “radiose giornate di maggio”; D’Annunzio fu l’assoluto protagonista della manifestazione: maestro di come si poteva sfruttare la pancia emotiva della folle, pronunciò il violentissimo discorso del 1915:


Le nostre sorti non si misurano con la spanna del merciaio, ma con la spada lunga. Però con bastone e col ceffone, con la pedata e col pugno si misurano i manutengoli e i mezzani, i leccapiatti e i leccazampe dell’ex-cancelliere tedesco che sopra un colle quirite fa il grosso Giove trasformandosi a volta a volta in bue tenero e in pioggia d’oro. Codesto servidorame di bassa mano teme i colpi, ha paura delle busse, ha spavento del castigo corporale. Io ve li raccomando. Vorrei poter dire: io ve li consegno. I più maneschi di voi saranno della città e della salute pubblica benemeritissimi. Formatevi in drappelli, formatevi in pattuglie civiche; e fate la ronda, ponetevi alla posta per catturarli. Non una folla urlante, ma siate una milizia vigilante. Questo vi chiedo. Questo è necessario. È necessario che non sia consumato in Roma l’assassinio della Patria. Voi me ne state mallevadori, o Romani. Viva Roma Vendicatrice !

Qualunque discorso di pace e di neutralità venne ritenuto vile e traditore e la politica si impegnò in una guerra che costò all’Italia milioni di morti.

Un altro – tragico – esempio di come la propaganda agisca lo abbiamo avuto negli anni ’90, con la storia del presunto massacro di Timisoara: nel 1989 una grande manifestazione di piazza venne organizzata nella città romena per protestare contro il regime del dittatore comunista Caesescu. La protesta venne repressa e si arrivò a parlare addirittura di 600mila morti, violenze e fosse comuni. I giornali italiani ci si buttarono a pesce: Repubblica arrivò addirittura a pubblicare 53 articoli a riguardo, corredati di immagini. L’unico problema era che – in realtà – il massacro di Timisoara non era mai avvenuto: si trattava di una trovata propagandistica volta a generare in Europa un’ondata di sdegno contro il regime comunista in Romania.

I media d’altronde hanno sempre avuto una doppia faccia: da un lato sono strumenti di diffusione di idee e notizie. Dall’altro sono canali attraverso cui vengono fatte circolare informazioni false o parziali, allo scopo di manipolare il consenso.

Nel 1889, quando la popolazione di Cuba si ribellò alla dominazione spagnola, gli Stati Uniti erano ancora incerti se intervenire. Il magnate della stampa William Randolph Hearst inviò un suo celebre disegnatore – Frederic Remington – a L’Avana per documentare la situazione. Dopo una settimana, l’inviato comunicò ad Hearst che la situazione era tranquilla, che non c’era nulla da documentare e chiedeva quindi il permesso di rientrare. Hearst, in modo eloquente, rispose: “Vi prego di restare. Datemi le immagini, io vi darò la guerra”.

E’ inevitabile osservare come, di fronte alla guerra in Ucraina, stiamo assistendo anche ad una ferocissima battaglia mediatica: i giornalisti prendono parte, e chiunque manifesti idee pacifiste o tenti di discutere della complessità della situazione viene tacciato di essere putinista. In queste settimane, gli intellettuali italiani che si sono schierati per la pace, come Luciano Canfora, sono stati violentemente attaccati. Nei programmi televisivi, un giornalista come Luttwack viene osannato mentre dichiara di aver partecipato a tre guerre, ed invita i giovani a imitarlo, in quanto sarebbero esperienze bellissime; “dolce e onorevole è morire per la patria”. Al di là della novecentesca retorica di queste parole, porterei l’attenzione su un grande non detto della guerra: partecipare alla guerra non vuol dire solamente sperimentare il brivido del rischio e mettere a rischio se stessi per la patria; vuol dire essere pronti ad uccidere altre persone. Cosa c’è di bellissimo in questo?

Mentre Luttwak viene esaltato, il prof. Orsini viene accusato di essere putinista perchè osa affermare che preferisce pensare ai bambini vivi seppur sotto una dittatura piuttosto che morti sotto le bombe. Addirittura i nostri media – consapevoli di come i neologismi diventino potentissimi meme – ha coniato il termine orsinismo per definire chi non indossa l’elmetto del bravo soldatino NATO.

E’ un tema questo che non è cominciato con la guerra in Ucraina: da diverso tempo i nostri media hanno portato il discorso pubblico ad una forma preoccupante di manicheismo: o sei a favore del sistema o sei nemico. Lo abbiamo visto con la stagione del Green Pass: intellettuali – come Barbero, Benozzo, Cacciari o Agamben – presentati dai media come i peggiori complottisti perchè critici nei confronti del provvedimento. Complottista: altra bellissima parola nelle mani della propaganda; se non ti attieni alla narrazione ufficiale allora sei solo un complottista. E i complottisti sono tutti uguali: chi non è perfettamente allineato è nemico per eccellenza. Così, in twitter, il Presidente della Regione Emilia Romagna scriveva “Da no-vax a pro-putin è un attimo”.

Badate bene: non si tratta di dire che ogni singola opinione abbia uguale peso. Ma la realtà è complessa e può essere esplorata solo attraverso una costruzione condivisa di sapere. Certo, sarebbe proprio bellissimo se bene e male fossero chiaramente divisibili e se fosse vero che noi siamo sempre tra i buoni. Purtroppo le cose non sono così semplici.

Preferite la pace o i condizionatori accesi?

Il grosso problema della propaganda non è solo che è una manipolazione che induce le folle ad agire in accordo con i desideri del potere di turno. Il vero problema è che la propaganda manipola il nostro immaginario, deformando la nostra visione della realtà. Baudrillard definì questo fenomeno “telemorfosi”: le immagini da cui siamo costantemente bombardati diventano il metro sulla cui base stabiliamo la realtà. Se la realtà non corrisponde alle immagini, allora la realtà è sbagliata.

Il vero potere della propaganda è questo: essa agisce sul nostro immaginario, modellandolo, creando nemici e rendendo pensabili cose che poco prima non lo sarebbero state.

La vera tragedia è che oggi la guerra è tornata ad essere una alternativa pensabile. Talmente pensabile che abbiamo giornalisti che ammettono candidamente che persino un conflitto nucleare sarebbe praticabile. Qualche milione di morti poi si riparte.

La vera tragedia è che siamo di fronte ad un mondo complesso, che richiederebbe sforzi condivisi e invece le nazioni europee – rispondendo al diktat della NATO – alzano le loro spese militari.

Sì, perchè c’è chi ci guadagna in questi conflitti. Chi produce e commercia armi stappa bottiglie di champagne di fronte a queste situazioni.

E così la nostra nazione è chiamata al sacrificio. Perchè, come ha sostenuto il premier Draghi in una recente intervista, rispetto alle sanzioni verso l’importazione di gas russo, dobbiamo scegliere fra la pace e il condizionatore acceso. Questo significa che tutti noi dovremo prepararci a periodi di sacrificio e difficoltà in nome della pace. Questa sarebbe una cosa di per sé nobilissima. Chi potrebbe infatti dire che preferirebbe una banale comodità rispetto alla pace? Il grande non detto, però, è che noi saremo chiamati al sacrificio, intanto il nostro governo ha tolto IVA e accise alle industrie che producono e commerciano armi. Noi ci sacrifichiamo per la pace, l’industria bellica ci guadagna.

Come ci insegna la Storia, le armi non vengono mai prodotte per la difesa. Le armi vengono prodotte per essere usate. L’enorme spesa bellica delle nazioni europee nei primi del Novecento è stata fra le cause della Prima Guerra Mondiale. Oggi ripetiamo lo stesso schema, nella favola che stavolta sarà diverso, che ci stiamo armando solamente perchè “non vorrai mai che Putin ci invada!”

Già Kant, nel suo progetto “Per la pace perpetua” scrive come un passaggio fondamentale per eliminare il rischio di guerre sia la cancellazione delle spese militari:


Infatti, pronti come sono a mostrarsi sempre armati per questo scopo, minacciano costantemente di guerra gli altri stati e spingono questi a superarsi a vicenda nella quantità degli armati… con i costi che ciò richiede, la pace diventa alla fine ancora più pesante di una breve guerra, sono allora essi stessi causa di guerre di aggressione, per liberarsi da questo peso

In questa situazione, il nostro potere di azione è poco ma non è nullo. Innanzitutto abbiamo la necessità di pensare in modo diverso. Dobbiamo disinnescare l’idea che un mondo più armato sia un mondo più sicuro. Dobbiamo recuperare il senso dell’umano e il senso della Terra. Superare le visioni dicotomiche “pace o condizionatore acceso” e pensare la complessità. Occorre lucidità. Poi, ricordiamoci che un minimo di potere lo abbiamo: possiamo scegliere se acquistare o meno da multinazionali che investano anche in armamenti. Possiamo scegliere se affidare i nostri soldi o no alle cosiddette “banche armate”. Se ognuno agisce nel suo piccolo, il risultato degli sforzi comuni può cambiare il mondo.