L’AMOR FATI AURORALE E LA MISTICA DEL CLITUNNO

L’AMOR FATI AURORALE E LA MISTICA DEL CLITUNNO

05/02/2022 Off Di Yuri Di Benedetto
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Nel nulla di questo mondo, emerge la voce di una dimensione che si era creduta persa nel tempo

E’ forse un caso se il nostro progetto, il progetto dell’Associazione Aurora sia nato in un determinato luogo e ha la sua sede nazionale in un posto estremamente particolare? Un luogo dove antiche leggende, antichi destini si manifestano ancora. Lo chiamiamo Amor fati. I grandi cambiamenti di questi tempi ci offrono la possibilità di affrontare una riflessione da punti di vista mai presi in considerazione fino ad oggi. Tutto ci è servito e ci ha spinto fino a qui.  Come se delle voci di un passato creduto perso e dimenticato siano tornante a guidarci verso ipotesi nuove. Non è forse tutto ciò, una manifestazione di un destino che si è ricostruito? Lasciamo allora entrare in noi questi canti sublimi e sovrumani: ci aiuteranno a diradare la nebbia del nostro tempo.

Ma qual è questo luogo? Dove si trova?

E’ a Campello sul Clitunno che il progetto Aurora, un progetto di respiro nazionale, è nato ed ha la sua sede nazionale, a poche centinaia di metri dalle Fonti del Clitunno. Il Clitunno è un fiume umbro, affluente del Topino, che nasce proprio in questo luogo. Le fonti vengono alimentate da acque sorgive sotterranee che scaturiscono da un lembo di terra ai piedi del monte Serano, e in epoca romana formavano un vero e proprio fiume navigabile fino alla città eterna. Grazie al riflesso della vegetazione sulla superficie, alla flora presente sul fondale del lago e al riverbero della luce, lo specchio d’acqua si colora di incredibili sfumature che vanno dal giallo al turchese, passando per il verde e l’azzurro.

Ma non è solo uno spicchio di natura, se pure oggi risparmiato dalla volgare violenza della modernità. In realtà, si tratta di natura sacra.  È un luogo carico di una mistica particolare, antica, sottile, divina.                                                                                                                                                                           Anzi, il fiume stesso è un Dio.    

Hai mai visto le fonti del Clitunno? Se non ancora – e credo di no, altrimenti me ne avresti parlato – valle a vedere. Io l’ho viste da poco e mi rammarico d’averlo fatto troppo tardi. V’è una piccola collina tutta coperta da antichi e ombrosi cipressi: ai suoi piedi scaturisce una fonte da molte e ineguali vene, e prorompendo forma un laghetto che si spande così puro e cristallino che potresti contare le monete che vi si gettano e le pietruzze rilucenti… Sorge là presso un tempio antico e venerato. V’è dentro lo stesso dio Clitunno, avvolto nella pretesta che l’adorna
(Plinio il Giovane)

Questo passo tratto dalle Epistole di Plino il Giovane testimonia quanto questo luogo fosse straordinariamente suggestivo sin dalla antichità; è il caso tipico del Genius Loci, quando, cioè, in taluni luoghi naturali – un bosco, una fonte, un fiume, una grotta – il paganesimo credeva celarsi le energie misteriose della natura, geni e anime cosmiche che tutelano speciali rifugi del sacro.

Entità mistiche, spazi divini.

Il fiume Clitumno fu oggetto di devozione forse per gli Etruschi, certamente per gli Umbri, una delle più fiere e compatte stirpi italiche. Il suo nome, da taluni creduto etrusco, viene considerato di origine umbra e alla fine sorto dalla corruzione di inclytus amnis, cioè “fiume insigne”.  Esso rivela assonanze precise con altri toponimi della zona, come il famoso Ipogeo dei Volumni, non lontano da Perugia. In seguito, i Romani fecero del fiume un’emanazione del loro dio sovrano. E fu Giove Clitumno; “Clitumnus Umbriae, ubi Juppiter eodem nomine est”, come recita un’antica epigrafe: «Il dio Clitumno dell’Umbria, che è chiamato anche Giove».

Un arcaico dio umbro latinizzato, dunque, e da Roma assunto nel pantheon minore dei numi locali. Le acque, in antico spesso oggetto di divinizzazione, richiamano il simbolo della purezza, della virginea trasparenza.                                                                                                                                            Esse sono la limpida sostanza da cui traluce l’ulteriore, il mondo delle vite invisibili. Come uno specchio, le acque nascondono mondi di arcana e inesplorata profondità metafisica. E le Fonti del Clitumno, in prossimità del borgo di Pissignano (piscina Jani, la polla di Giano), proprio accosto alla via Flaminia, formano un laghetto di straordinaria suggestione. Qui, in questo recinto di muta bellezza, sopravvive certamente un dio ancestrale. Lo si sente con chiarezza. Chiunque abbia ancora vivo il senso religioso del nume avverte che non si è in un posto normale, ma in un concentrato tellurico di occulte energie.

Tra salici piangenti, ombrose sinuosità, ponticelli e verdi isolette, in un’atmosfera di calma sospesa, davvero si percepisce la sostanza della fede pagana nella divinità della natura. Quel perduto rispetto che gli antichi avevano per la solennità di speciali posti, raccolti in magico silenzio. Le vene sorgive che danno vita a numerosi ruscelletti compiono il loro capolavoro nella meraviglia naturalistica delle Fonti: qui il Clitumno crea una fantastica oasi lacustre, circondata da filari di pioppi, da frassini, gelsi, cipressi. Una ricca vegetazione acquatica e la presenza del cigno nobilitano questo quadro d’altri tempi.

Ben conosciuto dai Romani, questo luogo di magica evocazione vide il sorgere, a poca distanza dalle Fonti, di un tempietto dedicato al dio Clitumno, ancora oggi visibile. Era la consacrazione. E i poeti latini non tardarono a cantare tanta armonia, tanta dolce e riparata suggestione.   A cominciare da Virgilio che celebrò queste acque e i pascoli del luogo che davano nutrimento ai buoi da condurre al sacrificio. Properzio ribadì la leggenda, confermata dal naturalista Plinio, che le acque del Clitumno conferissero ulteriore candore al bianco mantello dei buoi che ad esse si abbeveravano.  Molte voci cantarono la magia del luogo: da Stazio a Giovenale, fino a Claudiano che ne sancì la portata di lavacro atto a purificare la vittoria e i trionfi: «Le onde del Clitumno, sacre ai vincitori, che ai trionfi romani offrono candidi armenti».

È Svetonio, inoltre, a raccontarci di come l’imperatore Caligola in persona consultasse l’oracolo del dio Clitumno, riportandone il verdetto di guardarsi dai nemici e di rinsaldare l’alleanza con il popolo germanico dei Batavi, a garanzia dei confini dell’Impero.  Questo umile luogo era pertanto per i Romani uno spazio di grande fascino, ma anche di occulta potenza ultraterrena, legata ad annunci di vittoria. Il nume era ritenuto divinità profetica, il dio Clitumno aveva fama di infallibile oracolo, le Feste Clitumnali si celebravano il primo di maggio presso il tempio delle Fonti, iscrizioni romane provano la rinomanza del dio e attorno alla polla sorsero tempietti e si alzarono simulacri rivestiti di toga pretesta bianca orlata di rosso, alla maniera etrusca. Ancora oggi, al Museo di Spoleto esiste un manufatto in argilla, risalente al VII secolo a.C., ritenuto esemplare arcaico di uno degli idoli che recavano l’effigie del dio Clitumno, una piccola testa dalla bocca dischiusa, in attitudine oracolare, che serviva a scopi rituali.

Scosso da vari terremoti nel corso dei secoli, il luogo non perse il suo potere incantatore. E fu anche visto come una di quelle rare plaghe in cui il mondo pagano legato alla natura si era ritirato dopo l’avvento del Cristianesimo.                                                                                                            Lord Byron, nel corso del suo “grand tour” italiano, non mancò di soffermarvisi, cogliendone appieno il valore di intoccato misticismo. Nel suo Pellegrinaggio del giovane Aroldo celebrò la manifestazione del Genio della Natura, ancora ben visibile ai suoi occhi: «Ma tu, o Clitumno! Dalla tua dolcissima onda del più lucente cristallo che mai abbia offerto rifugio a ninfa fluviale…». Poeta pagano, Byron invitò ogni viandante a non oltrepassare, senza benedirlo, il Genio del Luogo. E uguale incantesimo riconobbe il Carducci quando, nel 1876, passò di qui in carrozza, e subito volle fermarsi, vedere, farsi spiegare.  Quel geniale vate dell’Italia unita, nella quale vedeva l’erede naturale di Roma, non poteva non dire la sua parola su un tale vivente spaccato di arcaica paganità. E ne fece uno scrigno delle glorie delle nostre stirpi: «Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte nume Clitumno! Sento in cuor l’antica patria e aleggiarmi su l’accesa fronte gl’itali iddii». Cantando il Clitumno come “testimone di tre imperi” e della lotta di Italici, Etruschi e Romani, il Carducci immaginò che, proprio partendo da un luogo simile, carico di fato, l’epica storia del nostro popolo sarebbe giunta sino ai «segni fieri di Roma». Roma nata dal cuore ancestrale della civiltà italica. Il Carducci colse con grandezza di poeta il fulcro di una vicenda che storici e antropologi sanciscono con la loro “scienza”. La nostra civiltà è sgorgata come limpida fonte dalle pieghe più intime della nostra terra e delle nostre genti più antiche. E il Clitumno, “nume indigete” e simbolo di autoctonìa, con le sue acque tranquille e sognanti, è in realtà un dio della terra che custodisce la nostra identità.  L’oracolo oggi è muto, ma noi vogliamo pensare alle Fonti del Clitumno come a ciò che furono in origine: un simbolo di purezza. Sarà certo l’ultimo, tra i luoghi che ancora proteggono la nostra identità, così antica, così sacra, ad essere contaminato dall’aggressione consumistica, cosmopolita e globalizzante, e forse non è un caso se proprio da questo luogo è nata e sorta una nuova grande volontà di storia e riscatto, una volontà di vedere sorgere un’Aurora vittoriosa.