HODIE NON CRAS VIII – LA SOVRANITÀ DELLA SCODELLA
HODIE NON CRAS VIII – LA SOVRANITÀ DELLA SCODELLA

HODIE NON CRAS VIII – LA SOVRANITÀ DELLA SCODELLA

Di Silvio Turri Bruzzese

Quando ero piccolo, almeno fino all’adolescenza, esistevano due tipologie di negozi che erano mete fisse sia per noi ragazzi che per i nostri genitori: le cartolerie ed i rivenditori di articoli per la casa.

Mete fisse erano per noi le cartolerie perché elargivano a modici prezzi tutti quei fantastici oggetti che mettevamo nelle cartelle: quaderni, matite, diari scolastici, album da disegno ed anche qualche romanzo per ragazzi che faceva il giro delle case (rammento ancora – con nostalgia – l’odore di grafite e di legno che impregnava quei negozi), ma molti di noi non disdegnavano di farsi trascinare dalla mamma in carenza di detersivi o di scodelle verso il negozio di articoli per la casa perché accanto al sapone ed alle mollette da bucato eravamo certi di trovare soldatini e carri armati, forse non di particolare fattura ma molto desiderabili per alimentare le battaglie condotte con gli amici nei cortili delle case.

Mentre la nostra generazione cresceva, questi negozi sono scomparsi uno dopo l’altro senza riuscire a meritarsi nemmeno un ricordo nostalgico da Roma sparita.

Quando queste realtà cominciarono a sparire se ne dette la colpa prima ai supermercati e poi ai centri commerciali, ma via via che il tempo passava e le nostre avventure fra scaffali interminabili – destinate spesso a contenere l’esuberanza filiale tra un pacco di pasta ed una bottiglia di conserva – diventavano l’unica modalità di approvvigionamento familiare, cominciò ad emergere un’altra verità: in quegli enormi templi del consumo di massa non si trovava più tutto quello che nei nostri ricordi di bambini affollava le mensole dei piccoli negozi di articoli per la casa.

A sopperire alle carenze cominciò a provvedere una particolare tipologia di commercianti etnicamente ben definita nei cui negozi si può tuttora trovare ad esempio la radiolina AM/FM del tutto analoga a quella che calamitava i maschietti dei nostri tempi la domenica pomeriggio oppure vassoi, scodelle e vaschette per cucina e bucato o anche quaderni, matite e calamite che magari non profumano più il negozio come un tempo ma soddisfano le esigenze dei nostri figli.

Beninteso loro non sono i colpevoli, anzi hanno il merito di aver saputo intercettare e soddisfare una specifica tipologia di esigenze che la grande distribuzione non sembra essere stata più in grado di raggiungere appieno, ovvero la necessità di reperire gli oggetti di uso comune in casa.

Quindi colpa della grande distribuzione? Sì, solo se vogliamo limitare la nostra analisi alla durata di vita di un crodino prima di cena e soprattutto se serve a nascondere il vero problema.

La grande distribuzione si è fatta largo negli stessi anni in cui ha preso piede nel sistema economico imprenditoriale italiano la convinzione che la soluzione ai problemi salariali, sindacali e di profitti che assillavano il management industriale potevano essere risolti, quasi d’incanto, dalla globalizzazione del mercato, dalla delocalizzazione delle fabbriche; all’imprenditore nostrano non pareva vero di poter guadagnare di più dalla produzione dei suoi articoli quando questi venivano prodotti in Romania oppure in Cina con costi del lavoro e dei materiali sensibilmente inferiori; in questo modo sono apparsi tutti quei prodotti di marca italiana ma “made in China” che facevano bella mostra di sé sugli scaffali dei centri commerciali però allo stesso prezzo che se fossero stati prodotti in Italia.

Ecco quindi trovato il comodo capro espiatorio nella grande distribuzione contro cui inveire, da parte del popolo consumatore, tra uno sciopero e l’altro per protestare contro la chiusura delle fabbriche mentre altri accumulavano importanti guadagni dalla delocalizzazione industriale con una prospettiva di cortissimo respiro e non sistemica.

Infatti, ciò che il tessuto produttivo italiano perdeva non erano solamente posti di lavoro, bensì professionalità, creatività, originalità, capacità di creare e produrre oggetti d’uso comune da immettere sul mercato del Paese in cui venivano prodotti.

Il panorama non è desolante perché è principalmente composto da eccellenze industriali che però nei fatti concreti si traduce nella possibilità di ristrutturare il bagno o la cucina di casa con materiali e componenti di grande qualità e tutti italiani, ma poi di vivere questi spazi utilizzando pettini, forcine e phon o pentole e stoviglie prodotti fuori dei confini nazionali.

Ad un certo punto, tuttavia, quelli che con la classica supponenza propria degli occidentali venivano considerati lavoratori di serie B hanno acquisito capacità, mestiere, professionalità e mezzi ed hanno rilevato gli impianti industriali costruiti nei propri Paesi producendo, guadagnando in proprio ed esportando la merce riversandola nei mercati dei loro ex padroni sfruttando soprattutto quelle fette di mercato abbandonate da questi ultimi ed espandendosi verso settori anche strategici non solo per il sistema economico ma anche per le strutture essenziali dei Paesi importatori quali ad esempio la componentistica per la difesa.

Ora la domanda, al termine di questa breve ed un po’ polemica riflessione, sorge spontanea: come è possibile promuovere una vera sovranità del nostro Paese quando questo può essere considerato sulla via della deindustrializzazione?

Come si sa, da ormai due-tre decenni in Italia è in corso una dinamica di deindustrializzazione, ovvero di declino del secondario, soprattutto manifatturiero, causato non solo dalla delocalizzazione delle realtà produttive italiane verso l’esterno ma anche dalla cessione di marchi e complessi industriali a multinazionali ed infine dalla finanziarizzazione dell’economia.

Deindustrializzazione però vuol dire anche dipendenza dalle importazioni dei prodotti finiti o dei semilavorati e nel nostro caso, quello di un Paese in cui scarseggiano le materie prime e le fonti di energia, la combinazione di entrambi i fattori di dipendenza diventano fattore politico di primaria importanza in quanto in grado di condizionare anche in maniera radicale le relazioni con gli altri Paesi e quindi equilibri ed alleanze che però rischiano di non essere fondate sull’interdipendenza, ovvero sulla contrapposizione di interessi da soddisfare da entrambe le parti, bensì su obblighi dettati da una subalternità causata dalla necessità di approvvigionamento di ciò che il mercato interno non ha o non può più offrire.

Non vuole essere questo un invito all’autarchia, che può essere conseguita solo tramite una società organica fondata sui corpi intermedi o le corporazioni, ovvero avere una struttura di tipo societista[1], ma una sottolineatura di una dinamica contraddittoria che può essere in grado di depotenziare qualsiasi politica volta a recuperare indipendenza politica del nostro Paese giacché questa verrebbe quantomeno indebolita se non addirittura vanificata dalla dipendenza economica prodotta dall’importazione non solo di materie prime ed energia ma anche, appunto, di molti beni di uso comune.

Sembra una fissazione questo continuo richiamo ad una determinata categoria di beni di consumo, ma in realtà tenta di esprimere la convinzione che la vera autonomia di un sistema industriale nazionale, soprattutto del sistema italiano, può essere raggiunta non solo quando è in grado di esportare con profitto i prodotti d’eccellenza sia agroalimentari che manifatturieri ma anche quando, attraverso un solido insieme di piccole e medie industrie, è in grado di fornire ai propri connazionali tutti quei beni di consumo che possano consentirgli di sostenere il proprio tenore di vita, dalla pasta alle lenzuola, agli asciugamani, ai pettini, agli aspirapolvere, senza costringerli ad andarli a reperire da aziende extra nazionali o addirittura extra comunitarie.

Raggiungere questo livello di autonomia industriale, che detto in altri termini si chiama re-industrializzazione del Paese, consentirebbe il perseguimento di politiche di recupero della sovranità nazionale non viziate più del necessario da problemi di dipendenza economica da altri Paesi; negli ultimi anni d’altronde abbiamo visto gli Stati Uniti d’America perseguire politiche di re-industrializzazione attraverso l’attrazione di insediamenti industriali ed anche attraverso una politica di imposizione dei dazi volta a rendere le proprie esportazioni più competitive delle importazioni dall’Europa.

La focalizzazione sui beni di uso comune ha anche, a mio avviso, un fondamento morale nell’esercizio ordinato della carità.

L’esercizio della carità, ovvero il soccorso nei confronti degli altri nelle loro necessità sia spirituali che temporali, è sicuramente un movimento della volontà di ciascun uomo protesa a dare corpo all’affetto, naturale e soprannaturale – cioè spinto dalla fede come risposta all’amore di Dio – verso gli altri, ma come tutte le attività umane anch’esso deve essere compiuto secondo un determinato ordine.

Se noi, trovandoci attorno ad una tavola insieme ad altre persone, notassimo una di loro consumare prima un piatto di carne e poi una minestra oppure mettere nello stesso piatto una porzione di insalata ed una fetta di torta, diremmo che costui mangia in modo disordinato e lo diremmo non solo per una questione di salute fisica della persona o di atteggiamento da tenersi durante una cena comunitaria; lo diremmo perché il rispetto di ambedue queste condizioni può essere ottenuto solo rispettando l’ordine stabilito nella consumazione dei pasti che ognuno di noi ha imparato (o avrebbe dovuto imparare) sin dall’età dello svezzamento.

Ad un livello più complesso e più profondo anche l’esercizio della carità deve essere ordinato. L’autentica dottrina tradizionale cattolica, il cui unico fine è quello di condurre ciascun fedele al raggiungimento di quel grado di perfezione di vita richiesto ad ognuno da Nostro Signore perché possa salvarsi e godere della visione beatifica eterna, nell’insegnare che non esistono luoghi o relazioni nelle quali non si può esercitare la carità ciascuno secondo la sua propria vocazione[2], insegna che l’esercizio della carità non può essere posto in essere in modo impulsivo o emotivo, secondo ciò che al momento sembra urgere come necessità, e neppure può essere perseguito sotto la spinta di un qualche senso di colpa qualche volta pure indotto dai mass-media.

Perché l’esercizio della carità possa essere proficuo per chi lo compie e per chi viene soccorso è necessario quindi che sia compiuto secondo un determinato ordine sia dell’azione che del soggetto che ne beneficia.

San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, prova a dare indicazioni su quale debba essere l’ordine della carità nella Seconda parte della seconda parte, Questione 26; all’art. 1 il Dottore Angelico dimostra che “La carità tende all’ultimo fine proprio in quanto ultimo fine; il che non avviene per le altre virtù e che il fine nel campo delle cose appetibili ed operabili ha natura di principio. Perciò la carità implica più d’ogni altra un rapporto col primo principio. Ecco perché in essa specialmente si considera l’ordine in relazione al primo principio. La fede appartiene alla potenza conoscitiva, nella cui operazione gli oggetti conosciuti vengono a trovarsi nel conoscente. Invece la carità risiede in una potenza affettiva, la cui operazione consiste nel tendere dell’anima verso le cose stesse. Ora, l’ordine si trova principalmente nelle cose; e da esse viene nella nostra conoscenza. Ecco perché l’ordine viene attribuito più alla carità che alla fede. L’ordine si attribuisce alla ragione come a un principio ordinatore; ma va attribuito alla facoltà appetitiva come a un soggetto ordinato. Ed è in questo senso che l’ordine è riscontrato nella carità.”

Il primo principio, ovvero il principio ordinatore dell’esercizio della carità, per San Tommaso è ovviamente Dio: “l’ordine implica una disposizione di cose secondo un prima e un dopo. Perciò dove c’è un principio deve esserci un ordine. Ma sopra abbiamo detto che l’amore di carità ha di mira Dio quale principio di quella beatitudine, sulla cui compartecipazione è fondata l’amicizia della carità. Ecco perché negli esseri che sono amati con la carità si riscontra un ordine, in rapporto al primo principio di questo amore, che è Dio.”

Con i successivi articoli che compongono la Questione 26, dal 2 al 13, San Tommaso delinea la composizione di questo ordine: all’art. 2 dimostra che Dio deve essere amato più del prossimo; all’art. 3 che Dio deve essere amato più di noi stessi; all’art. 4 che l’uomo deve amare se stesso più del prossimo; all’art. 5 che l’uomo deve amare il prossimo più del proprio corpo; all’art. 6 che tra i prossimi alcuni sono da amarsi più di altri; all’art. 7 che l’uomo deve amare più i propri congiunti che le persone più buone; all’art. 8 che l’uomo deve amare più di tutti coloro che gli sono uniti per vincoli di sangue ed infine all’art. 13 che l’ordine della carità rimane anche in paradiso.

Ciascuno di questi articoli meriterebbe una discussione ampia che però esula da queste note ma che senz’altro consolerebbe il fedele che la approfondisse poiché gli darebbe una serenità nell’azione molto forte; tuttavia, proprio per ciò che concerne questa riflessione, l’argomento affrontato da San Tommaso nell’articolo 6 della Questione 26 merita di essere maggiormente focalizzato.

Riprendendo un aforisma agostiniano che così recita: “Si devono amare ugualmente tutti gli uomini. Siccome però tu non puoi aiutare tutti, devi pensare specialmente a coloro che per le varie circostanze di tempo e di luogo sono a te più strettamente uniti come per un destino”, San Tommaso conclude che “Nell’amore può esserci disuguaglianza in due maniere. Primo, per la diversità del bene che desideriamo agli amici. E da questo lato amiamo ugualmente tutti gli uomini con la carità: perché a tutti desideriamo un bene dello stesso genere, cioè la beatitudine eterna. Secondo, un amore può essere più grande per una intensità maggiore dell’atto. E in tal senso non è necessario amare tutti ugualmente. Oppure si potrebbe rispondere che l’amore verso gli altri può essere disuguale in due maniere. Primo, per il fatto che alcuni sono amati ed altri non lo sono. E questa disuguaglianza nella beneficenza va rispettata, perché non possiamo aiutare tutti: ma nella benevolenza dell’amore tale disuguaglianza non è tollerabile.”

Quindi secondo il Dottore Angelico, l’uguaglianza nell’amore verso gli altri deve essere preservata nel desiderio e nelle opere protese a condurre tutti alla salvezza, ma nell’esercizio della carità concreta tale uguaglianza non può essere rispettata ed allora prevale l’amore di carità verso i più prossimi.

Nell’arco dei 13 articoli che compongono la Questione 26 San Tommaso definisce un ordine di prossimità nell’esercizio della carità che, come detto, ha come principio ordinatore Dio e da Lui ordina i rapporti di prossimità con sé stessi, con i familiari, con gli altri.

Guardando ai cambiamenti sociali che si sono succeduti da allora sino ad oggi ed ai nuovi soggetti nei confronti dei quali siamo chiamati a comprenderne il rapporto di prossimità nel momento in cui andiamo ad esercitare ordinatamente l’amore di carità, potremmo annoverare fra i prossimi non solo la famiglia ed i vicini, ma anche i compaesani e perfino i compatrioti, ovvero coloro con i quali esistono vincoli connessi alla terra ed agli avi, alla storia ed alla cultura, ovvero coloro con i quali si condivide la Patria concreta, sia quella piccola, il territorio di origine, che quella grande, la Nazione in cui quel territorio è inserito.

In questo senso l’esercizio ordinato della carità diventa il fondamento morale della proposizione e l’attuazione di politiche economiche miranti alla reindustrializzazione del proprio Paese a partire dalla produzione dei beni di uso comune perché si rivolge ai più prossimi secondo la comune appartenenza alla medesima Patria; nel momento in cui viene stabilito tale fondamento morale e viene quindi posto come priorità politica il recupero di questo settore della produzione industriale, si può dire di aver intrapreso il percorso di riappropriazione della nostra sovranità nazionale. Una classe politica che concepisse le proprie iniziative come esercizio ordinato della carità sarebbe difesa da Dio stesso.


[1] Per una definizione di questa dottrina politica si veda: https://vanthuanobservatory.com/2026/02/06/il-societismo/

[2]  In questo senso va intesa l’elencazione delle opere di misericordia, la quale è divisa in sette opere di misericordia spirituale e sette di misericordia corporale, proprio a voler sottolineare che nessuno è esentato dall’esercizio della carità ma che questa deve essere esercitata da ciascuno secondo il proprio stato di laici, sposati o meno, o di ecclesiastici. Anche questo è un modo per ordinare l’esercizio della carità.

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