Di Simone Raffaele
«Il sangue degli eroi è più vicino a Dio delle preghiere dei santi e delle parole dei dotti.»
Sin dal principio, l’umanità ha sempre cercato e percepito un qualcosa che andava oltre la sua limitata percezione sensoriale: molti sminuiscono questo qualcosa come semplice superstizione, illusione, un modo per affrontare i misteri della vita quando ancora non ci sono risposte. Per molti altri, invece, il solo avvertire questa sensazione dimostrerebbe che c’è sicuramente qualcosa oltre la nostra realtà percepita.
Ad ogni modo, in entrambe le visioni si può osservare un fenomeno molto ricorrente che è legato ad un unico concetto chiave, cioè quello che i credenti chiamano destino o “piano divino” e i non-credenti chiamano determinismo scientifico: lasciarsi trasportare da questa forza motrice in modo passivo e involontario, come se non fossimo in alcuna maniera liberi dalle catene del tempo.
Ma è davvero così semplice la vita? Basta “lasciare andare” tutto come dovrebbero andare le cose intorno a noi per trovare la quiete interiore, spogliandoci di qualsiasi tipo di responsabilità e sacrificio?
Fedeli passivi e non-credenti: facce diverse, stessa sostanza
Nella cultura europea degli ultimi due millenni, con l’avvento del Cristianesimo, abbiamo affrontato più e più volte, nel corso di questo periodo, l’estrema tensione tra realtà oggettiva – ovvero ciò che possiamo percepire, misurare e studiare in natura – e il trascendente – ciò che sentiamo interiormente, che ci spinge a trovare un motivo per esistere, che smuove inspiegabilmente le nostre emozioni e i nostri sentimenti.
Ma oggi non siamo qui per riaccendere questo dibattito, anche per il semplice fatto che, con tutte le informazioni accessibili oggigiorno, ognuno sceglie o viene influenzato su cosa credere o meno. C’è, infatti, chi riesce a far coesistere scienza e fede senza problemi nella sua vita, o c’è chi ignora una cosa o l’altra, o ancora c’è chi viene accecato da uno dei due aspetti.
Oggi dovremmo parlare, piuttosto, della imperante passività che affligge persone credenti e non-credenti.
Quel fatalismo di cui oggi se ne parla frequentemente in podcast, libri, articoli e sedute terapeutiche, ma il quale nessuno fa nulla per sradicarlo.
Ho accennato l’argomento del dibattito tra fede e scienza perché questo fatalismo spirituale, come anticipato poc’anzi, affligge chiunque, al di là delle loro convinzioni o credenze. Da una parte, infatti, vi sono credenti che preferiscono lasciare le cose come stanno perché è già stato deciso così dall’Altissimo: ogni crudeltà, ogni evento catastrofico e ogni malvagità viene posizionata nel “grande piano di Dio” per raggiungere l’evento finale: l’Apocalisse.
Sebbene siano coscienti del male intorno a loro, si sentono così tanto impotenti che semplicemente lasciano tutto nelle mani di Dio. Si buttano quindi nelle incessanti preghiere, nell’isolamento, nell’accettazione passiva del male: un vero e proprio fatalismo da manuale. Piuttosto che partecipare attivamente sulla strada verso l’Apocalisse, preferiscono osservare e sperare che un domani arriverà il Bene trionfante per resettare una volta per tutte l’universo, ormai corrotto oltre qualsiasi limite conosciuto.
Ovviamente questo fenomeno non si estende a tutti i fedeli: ci sono chiaramente delle persone che credono con tutta la loro volontà di servire il Bene Assoluto e agiscono di conseguenza. La dottrina Cattolica, per esempio, spiega benissimo cosa significa essere un buon Cattolico: la fede senza opere è una fede vuota e superficiale.
Negare o minimizzare l’esistenza dei credenti passivi e fatalisti, però, è irrealistica e ignorarli potrebbe portare a quello che chiamerei il nulla religioso, ovvero una fede vuota, fatta soltanto di parole dette al vuoto cosmico e di egoismo spirituale… Dopotutto, finché la loro anima è salva, il resto può bruciare.
Nella nostra epoca, dove ogni informazione a livello globale può essere letta da chiunque e dovunque – e dunque anche notizie di cronaca nera, catastrofi o disastri naturali, eccetera – vi è un crescente fatalismo che, purtroppo, sta bloccando la visione a chi potrebbe fare tanto, ma è fermato dalla sensazione di essere schiacciato dalla malvagità del mondo moderno.
Questi fedeli, nel loro fatalismo, credono comunque che arriveranno tempi migliori quando arriverà la salvezza dall’alto, ma i fatalisti non-credenti fanno un passo più lungo: come esseri umani, infatti, siamo spacciati in modo determinato e assolutistico. Nessun finale buono.
Essi incarnano la vera definizione di fatalismo, ma spesso preferiscono nascondersi dietro l’etichettatura di “deterministi”. Ciò significa, senza entrare nei minimi dettagli, che ogni singola cosa della nostra realtà sia già meccanicamente e chimicamente determinata da cause-effetto a loro volta determinate, sin dal principio stesso dell’universo. Ogni cosa è dunque già decisa dalla materia, nessuno può sfuggirvi. Tutto quello che avviene sul nostro pianeta è semplicemente la conseguenza di moti predeterminati: ogni atto di violenza, ogni abuso, ogni morte e ogni lacrima era predestinata ad essere lì. Possiamo restarci male, ma è quello che doveva essere.
Ed ecco che nasce il nichilismo, la passività dell’anima di fronte al terrorizzante silenzio dell’universo, l’insignificanza della materia e, di conseguenza, dei nostri pensieri – ridotti a semplici pulsioni neurali.
Una via oltre il fatalismo
Come si può intuire facilmente, queste due visioni del mondo cambiano soltanto nelle aspettative: i “fatalisti fedeli” aspettano miracolosamente il bene, gli altri non lo riconoscono nemmeno. Ma il fulcro è lo stesso: accettazione dello status quo delle cose perché non si può fare altrimenti. Nessuna volontà di cambiamento, solo sottomissione alla natura umana o al piano di Dio. Nessuna riflessione, solo lasciarsi trasportare ciecamente dai propri impulsi o dalla propria vocazione.
L’anima muore nel frastuono delle preghiere e nel silenzio della volontà dei fatalisti.
Se è vero che non sempre le cose vadano per il verso giusto – specie negli ultimi decenni – dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà e, qualche volta, andare oltre ad essa. Ciò non significa abbandonare qualsiasi credenza che vada oltre a quello che effettivamente possiamo constatare scientificamente, né di abbandonare il metodo scientifico per ritornare a forme più spirituali della società, come quella medievale.
Significa fare i conti con una nuova visione della vita: una che non lascia a un ipotetico “destino” il controllo, ma che lo vuole creare ogni giorno e in ogni istante.
Dobbiamo avere il coraggio di forgiare delle volontà che non si fermano al domani, ma che guardano oltre mille anni dinanzi a loro senza il terrore del nulla.
Dovremo fare i conti con il fatto che noi umani, allo stato attuale, non sappiamo assolutamente nulla della realtà, e che ogni tipo di influenza oltre la nostra percezione è da indagare, esplorare, riconoscere.
Questo cosicché il fedele possa trovare nella fede il suo ingranaggio per portare il Regno di Dio sulla terra, e il non-credente possa trovare nell’assurdità della vita la sua tela su cui dipingere un dipinto mozzafiato.
Ciò che conta in questo sforzo non è diventare un tutt’uno con il pensiero dell’altro o viceversa, ma trovare il coraggio necessario per un sacrificio maggiore: l’unità e la civiltà.
Per trovare un tale coraggio, è necessario sbarazzarsi del fatalismo in ogni sua forma. Solo allora potremo ambire a diventare impero. Solo allora potremo fare il prossimo passo evolutivo della nostra specie.
