HODIE NON CRAS IV – NOI, LE IDEOLOGIE, IL PRINCIPE E LE RADICI CRISTIANE
HODIE NON CRAS IV – NOI, LE IDEOLOGIE, IL PRINCIPE E LE RADICI CRISTIANE

HODIE NON CRAS IV – NOI, LE IDEOLOGIE, IL PRINCIPE E LE RADICI CRISTIANE

Di Silvio Turri Bruzzese

Prima di questo Grande Reset in cui siamo immersi, l’Europa ha già vissuto nel corso dell’Età Moderna almeno altri due grandi reset, ovvero momenti in cui non sono cambiati solo gli equilibri geopolitici o economici ma sono state modificate irreversibilmente le strutture sociali, culturali, istituzionali, giuridiche delle comunità nazionali europee.

Sono stati momenti che hanno condotto alla ristrutturazione persino delle fondamenta valoriali sulle quali queste comunità fondavano e percepivano sé stesse, giungendo perfino al cambiamento delle fonti della sovranità e quindi del senso stesso del legame comunitario.

Questi due momenti sono stati due conflitti che hanno insanguinato l’Europa: la Guerra dei Trent’anni, conclusasi con la Pace di Vestfalia e le Guerre Napoleoniche.

Questi due momenti sono stati così decisivi perché hanno segnato il passaggio da una visione del mondo, da un ordine mondiale ad un altro: nel primo caso dalla societas christiana incarnata dalla Monarchia Federativa delle Spagne, sopravvivenza della società medievale, alla società mercantilista inglese affiancata all’assolutismo laico di stampo francese che ha dato forma alle monarchie europee sei-settecentesche; nel secondo caso dall’assolutismo laico alla società liberale, alle monarchie costituzionali, alle repubbliche di stampo giacobino.

Il tramonto della Christianitas Minor incarnata dalla Spagna aveva prodotto in Italia anche il declino delle Signorie e quindi di un modello di governo dello stato incentrato sulla figura del principe, dalla cui autorità, di concessione divina, promanava non solo l’iniziativa politica o militare, ma anche l’indirizzo, l’orientamento, il progetto politico diremmo oggi, sul quale si fondava l’azione dello stato.

Percependo sé stessi come distinti dalla società cristiana, che peraltro nel frattempo si era violentemente frammentata a causa della riforma protestante, il modello assolutista laico incarnato principalmente dalla monarchia francese ed il modello mercantilista inglese, ambedue emergenti, promossero la formazione di sistemi di pensiero politico autonomi che potessero fungere da orientamento per l’azione politica; questa necessità dette origine ad importanti correnti di pensiero che seppero descrivere, in sostegno od in opposizione, la realizzazione del cosiddetto dispotismo illuminato, sponda politica dell’Illuminismo: basti pensare alle riflessioni di grandi esponenti del pensiero politico come Grozio, Hobbes, Locke, Vico, Spinoza, Montesquieu, Constant.

Per quanto tali correnti di pensiero non riuscirono a strutturarsi in ideologie vere e proprie e non si diffusero, per ragioni oggettive, al di fuori delle cerchie aristocratiche ed alto borghesi, contribuirono in maniera essenziale alla formazione delle ideologie di massa che presero forma a partire dalla Rivoluzione Francese e si diffusero in tutta Europa grazie a Napoleone ed a chi lo avversò.

La Restaurazione vide quindi opporsi, principalmente, due movimenti di pensiero politico: quello liberale, scaturito anche dal pensiero di Adam Smith ed Edmund Burke e quello giacobino, al quale avrebbero poi attinto le ideologie totalitarie novecentesche, fondato sulle opere di Jean-Jacques Rousseau.

Questa contrapposizione ideologica si sarebbe espressa in tutta la sua virulenza all’interno delle dinamiche socio-economiche ed industriali le quali stavano subendo, proprio contemporaneamente al grande reset napoleonico, la loro più importante trasformazione causata dalla Rivoluzione Industriale, dalla nascita delle fabbriche e dallo sviluppo dell’estrazione mineraria delle materie prime necessarie all’industria.

Mentre da una parte i settori agiati della società si riconobbero nella strutturazione economica della società di stampo capitalistico, i piccoli borghesi e gli operai credettero di trovare nella versione sociale del giacobinismo, il sindacalismo ed il socialismo, quel progetto politico, quella visione di società futura da costruire in grado di promuovere il loro benessere ed i loro diritti.

Quando alle rivendicazioni economiche e sociali si affiancarono le pretese di indipendenza da parte di molteplici comunità nazionali (pretese di indipendenza spesso alimentate da influenze esterne e strumentalizzate ai fini di un maggior controllo geopolitico da parte delle grandi potenze dell’epoca, prima fra tutte l’Impero Britannico creato dall’espansionismo della Compagnia delle Indie), le ideologie divennero la forza aggregante di larghi strati della popolazione degli stati europei e la base progettuale sulla quale furono edificati i partiti di massa che avrebbero dato vita alla lotta politica, parlamentare e civile, a partire dalla fine dell’Ottocento, toccando il culmine, almeno in Italia, nel secondo dopoguerra.

La storia istituzionale e politica dell’Italia unita rende evidente in modo efficace questa transizione: la forma di stato vigente al momento della proclamazione del Regno nel 1861, fondata sullo Statuto Albertino, può essere definita come una monarchia costituzionale nella quale il potere legislativo, ovvero il luogo ove si svolge la lotta politica, é affidato a due camere una delle quali, il Senato, é di nomina regia e la seconda, la Camera dei Deputati, é composta da membri eletti da cittadini aventi diritto al voto sulla base del censo e solo di sesso maschile.

Non a caso la storiografia politica parla di sinistra e destra storica intendendo tuttavia tratteggiare schieramenti politici conservatori o progressisti insistenti però nel medesimo segmento sociale dell’alta borghesia e della nobiltà.

A scompaginare questo sistema intervenne prima l’ascesa del movimento socialista che aggregava un numero di persone molto più ampio attorno ad un progetto politico, ad una ideologia, molto ben definiti nei fini da perseguire e nei mezzi da utilizzare e che iniziò ben presto a rendersi presente nelle sedi istituzionali; successivamente, dandogli la spallata definitiva, arrivò la rivoluzione fascista, anch’essa portatrice di un’ideologia forte che intendeva ristrutturare la società sin dalle fondamenta e che richiedeva la partecipazione di massa alla vita politica attiva sulla base però della partecipazione dei singoli alla vita produttiva del Paese, aggregando le persone attraverso le Corporazioni.

Il radicamento nella popolazione del concetto del partito di massa come mezzo di supporto di una ideologia che diviene il collante ideale, il fattore comune, il discrimine per la partecipazione dei singoli alla vita politica attiva è ormai compiuto.

Tanto è vero che alla caduta del Regime ed al passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, la nuova forma di stato diviene la Repubblica parlamentare nella quale il potere legislativo è affidato a due Camere composte da membri eletti attraverso il suffragio universale all’interno di liste promosse dai singoli partiti sulla base delle specifiche ideologie.

Il singolo parlamentare democristiano, come quello comunista, venivano votati sulla base della coerenza delle loro azioni politiche all’ideologia di partito e queste ultime erano tendenzialmente ben riconoscibili e distinguibili fra loro, e spesso erano inconciliabili; l’adesione del singolo al partito, al movimento, all’associazione, al sindacato avveniva per adesione preliminare all’ideologia promossa dall’aggregatore nel quale si militava.

In sintesi, quindi, il partito di massa aggregava in base all’ideologia promossa; il militante aderiva in base alla medesima ideologia; l’eletto agiva anch’esso in base alla stessa e veniva giudicato sulla coerenza alla stessa.

Questa esperienza peraltro era comune a tutta la società occidentale ed a tutti quei paesi, pur non ricompresi tradizionalmente nell’Occidente, che hanno accolto in varia misura i sistemi di pensiero politico occidentali.

Difatti, quando le principali ideologie anticapitaliste assunsero il potere in Russia, in Italia ed in Germania a cavallo delle due Guerre Mondiali proponendo una forma di Stato ed un un sistema di governo antitetici rispetto al passato ed alternativi al capitalismo, le dinamiche di contrapposizione fra fazioni aggregate dalle ideologie, più o meno vicine ai modelli originari, divennero la modalità principale di svolgimento della lotta politica.

La contrapposizione però non si limitò alla sfera politico-economica ma si estese a tutte le dimensioni del vivere comunitario e delle relazioni interpersonali fra i membri di specifiche comunità nazionali; le ideologie totalitarie anticapitaliste infatti promuovevano un modello di vita individuale e comunitario che si proponeva di riformare la vita sociale disegnando nuove modalità di costruzione delle aggregazioni a partire dai singoli e dalle famiglie.

Questa originale e pervasiva forma di assimilazione ideologica costrinse i sostenitori dell’ideologia liberale, in tutte le sue variegate forme, a portare lo scontro sul territorio della morale civile; soprattutto durante la Guerra Fredda, la contrapposizione divenne sociale, culturale, morale: l’american way of life divenne l’arma più potente spiegata per combattere l’utopia comunista.

Costoro però non agirono attraverso gli intellettuali più esplicitamente avversi al socialismo ma si rivolsero a quell’ampio settore dell’intellighenzia europea che promuoveva libertà ed uguaglianza – i nipoti dei giacobini ma più moderati – senza però aderire esplicitamente alla dottrina marxista propugnata dai comunisti; il successo di questa strategia divenne palese quando questi intellettuali si convinsero di aver ottenuto l’egemonia culturale della sinistra mentre in realtà prepararono il terreno per l’avvento del libertarianesimo, ovvero dell’espressione più radicale dell’ideologia liberale in campo culturale e morale (ne fu un esempio l’azione politica di Pannella fiancheggiata e sostenuta dal PCI in funzione anticonservatrice ed anticlericale).

La presunzione dei libertari di farsi percepire come soggetto al di sopra del conflitto ideologico politico dette il via alla liquefazione delle ideologie stesse e quindi alla formazione della società liquida che non a caso prese il sopravvento al termine della Guerra Fredda quando l’occidente liberale/libertario credette di aver vinto, di essere arrivato alla fine della storia, di poter imporre, indisturbato, a tutto il mondo la sua ideologia come l’unica veramente liberante quando al contrario era funzionale al proprio predominio.

Quando in Italia il sistema dei partiti di massa entrò in crisi con la dissoluzione traumatica delle strutture politiche che avevano retto il potere fino a quel momento – parliamo di quel momento storico che ha preso il nome di Tangentopoli e che a guardarlo retrospettivamente assomiglia molto di più ad una rivoluzione colorata eterodiretta che ad una protesta popolare autoctona – il sentimento popolare attribuì (o fu indotto ad attribuire) ogni colpa alla preminenza dell’ideologia politica sulle capacità personali; conseguentemente, i partiti presero ad aggregarsi attorno a leaders carismatici che si incaricavano di incarnare, con le loro scelte personali, una determinata prospettiva politica da perseguire.

L’eletto diventa quindi un collaboratore fedele del capo ed il militante un seguace del leader; l’aggregazione dei singoli al movimento politico privato però dell’ideologia politica si trasforma nel raggruppamento in un gregge: al militante, reso incapace di valutare l’azione politica degli eletti o dei governanti sulla base di un progetto politico condiviso, non resta che la sequela passiva dell’idolo cui si è affidato; il movimento politico è abbandonato alla volatilità delle volontà e/o capacità dei leaders ed alla rapidità con la quale possono essere rimpiazzati da governi tecnici quando le influenze esterne diventano ineludibili od insostenibili.

Tuttavia non possiamo parlare sic et simpliciter di rifiuto dell’ideologia politica ma di uno spostamento definitivo della costruzione di un sistema ideologico dal campo politico a quello morale: le ideologie politiche, limitate in quanto all’azione, hanno dovuto cedere il passo ad una ideologia che si è posta l’obiettivo di trasformare i comportamenti delle singole persone sino ad alterarne i corpi e le menti e che per ottenere questo risultato ha dovuto demonizzare le ideologie politiche, darne una connotazione dispregiativa come di sovrastrutture oppressive della piena realizzazione della radicale autodeterminazione dell’uomo.

La rivoluzione informatica, che si é sviluppata contestualmente, forse non a caso, al declino del consenso ideologico di massa, ha inoltre favorito il predominio della dimensione globalistica delle dinamiche sociali, economiche e politiche contribuendo alla creazione di nuovi modelli sociali che veicolassero e consolidassero nei singoli l’irreversibilità del globalismo, nuovi modelli protesi alla dissoluzione di qualsiasi identità specifica ed alla promozione di un unico modello liquido ed indistinto, funzionale agli interessi dominanti.

L’acquisizione passiva e gregaria dell’ideologia libertaria globalista imposta mediaticamente da parte della maggioranza dei membri delle comunità sociali occidentali condotta tramite un processo dissolutivo delle identità particolari ed assimilativo in un unico gregge è culminata nella eliminazione dei muri di separazione naturali: fra i generi, fra esseri umani ed animali; fra esseri umani e macchine declinato in tutte le forme possibili dall’ibridazione fisica di corpi e strumenti alla elevazione degli algoritmi alla categoria del pensiero umano; in una parola, ha aperto la strada che conduce al transumanesimo.

Questo gregge è però molto particolare, poiché non fa mai massa spontaneamente se non costretto dall’alto e nel quale ogni membro si percepisce come monade abbandonata a sé stessa.

Ciò che si sta prefigurando quindi é la riproposizione degli schemi di potere già sperimentati al tempo del Rinascimento ma ora operanti a livello globale e sostenuti dalla struttura informatica: entità geopolitiche e/o economico-finanziarie gestite da principi che fondano il loro potere sul dominio finanziario dei sudditi e che governano e controllano attraverso la transizione digitale un popolo polverizzato, atomizzato e quindi manipolabile, come è stato ampiamente dimostrato negli ultimi anni dalle reazioni di massa alle ultime emergenze sanitarie, sociali e geopolitiche.

Un principe transumano globale che domina attraverso una tecnocrazia una moltitudine transumanizzata.

Una domanda sorge ineludibile a questo punto: per quale ragione queste ideologie totalizzanti hanno potuto e saputo conquistare l’anima e la mente (ed ora pure i corpi) di milioni di persone?

La risposta credo risieda nel fenomeno descritto in principio di questa riflessione: il lento ma progressivo distacco dalla fede, la progressiva perdita della consapevolezza della dimensione spirituale del proprio essere.

La disponibilità ad accogliere una ideologia politica, un progetto politico condiviso nei fini da raggiungere e nelle azioni da intraprendere, senza che questo si trasformi in un modello di vita è possibile solo se i membri della specifica comunità politica che la accoglie è già inserita in un sistema di vita che performa i comportamenti interiori, individuali e collettivi e che trae origine da una causa esterna all’uomo, ovvero dal rapporto con la divinità.

Mancando l’ancoraggio alla fede, i singoli ed i popoli, cercando un surrogato di quest’ultima, abbracciano qualsiasi ideologia gli prometta la conquista del paradiso su questa terra, salvo poi scoprire, magari soffrendo, che ciò é impossibile e rifugiandosi, essendosi ormai privati della fede, nell’ideologia successiva che ogni potere che si alterna al vertice della catena di comando propone.

La fine della societas christiana, avviatasi con il declino delle Spagne – della christianitas minor, dove il progetto politico discendeva direttamente dalla fede cattolica che definiva comportamenti individuali e collettivi – e proseguita durante il periodo assolutista ed in maniera più marcata dopo la Restaurazione, ha aperto la strada all’insorgenza di modelli di vita alternativi che fungessero da fondamenta alle ideologie politiche e che si sono concretizzati prima con le ideologie totalitarie e poi con l’ideologia libertaria che ha costruito la società liquida in cui viviamo con tutto il suo carico autodistruttivo.

Senza la fede, nel senso più alto di relazione spirituale soprannaturale, l’orizzonte si è ristretto alla sola dimensione naturale che però impedisce la costruzione di modelli di vita stabili e di sistemi morali perenni; non casualmente, infatti, volendo allargare lo sguardo oltre la fede cattolica, le virtù civili hanno preso la loro forma classica all’interno di una società profondamente religiosa come quella romana, nella quale il culto era assolutamente pubblico ed era la dimensione spirituale fondativa della societas.

Questa consapevolezza consente di poter dare una prima essenziale indicazione, diciamo così militante, per comprendere cosa fare per scongiurare l’avvento definitivo del Principe transumano: recuperare la dimensione spirituale della vita individuale e comunitaria.

Il movimento di verticalizzazione dell’orizzonte dell’esistenza consente di poter agganciare la propria esistenza a qualcosa che la trascende e che di per sé può unire le persone consegnando alla comunità un modello di vita che può dare un senso allo stare insieme ed un obiettivo comune da conseguire.

Avendo scoperto, o riscoperto, l’esistenza di un bene comune spirituale e sociale da conseguire è possibile riscoprire la centralità dell’ideologia politica, concepita come progetto condiviso nei fini, nei mezzi e nelle azioni e finalizzato alla costruzione od alla riforma della società, che sia promanazione del bene comune spirituale e che possa essere nuovamente il fondamento dell’azione degli eletti e dei leaders politici ed il criterio di giudizio di questi ultimi da parte dei militanti.

Affinché possa essere efficace nel contesto attuale e conseguente applicazione del bene comune spirituale, questa ideologia politica dovrebbe porre al centro della propria elaborazione l’identità concreta della comunità di riferimento, le sue radici, la sua storia, le leggi e gli usi che la contraddistinguono, le tradizioni, affinché gli aderenti a questo progetto politico possano maturare amore ed attaccamento per la piccola patria all’interno della quale sono nati e cresciuti e che tale amore li renda poi capaci di amare la grande patria, la Nazione, come aggregazione di tante piccole patrie unite anch’esse da un bene comune spirituale.

Per un cattolico questo percorso è stato già tracciato dalla storia, poiché, come abbiamo visto all’inizio, una realtà che federava le diverse patrie particolari impegnandosi, nella persona del Re, al rispetto dei privilegi particolari e che poneva tutta sé stessa sotto la signorìa di Nostro Signore Gesù Cristo è esistita nel tempo e si è concretizzata nella Monarchia Federativa delle Spagne; a quanto questa realtà ha lasciato in eredità in termini di bene comune spirituale ed ideologia politica il cattolico può ancorarsi per ritrovare le sue vere radici cristiane ed invero, avendo questo realtà influenzato sostanzialmente non solo la geopolitica e l’economia ma anche la cultura e la spiritualità di tutto l’Occidente, si può senz’altro affermare che queste sono le vere radici cristiane dell’Europa e dell’Italia.

Questa affermazione è sicuramente conforme al magistero perenne della Chiesa Cattolica in materia di governo temporale dei cristiani, magistero che ha trovato la sua massima espressione nell’Enciclica “Quas Primas” promulgata dal Sommo Pontefice Pio XI l’11 dicembre 1925 sulla necessità di proclamare la sovranità di Cristo non solo sulle singole persone ma anche sulle società nel loro complesso che a Lui dovevano rendere pubblico culto.

Come ho già avuto modo di accennare altrove, le esperienze politiche dei cattolici, soprattutto in epoca repubblicana, nonché le riforme ecclesiali conciliari e post-conciliari hanno modificato questa impostazione ponendo la Chiesa ed i credenti in posizione di parità rispetto ad altre istanze politico-culturali e così sottraendole quella posizione di primazia che poteva legittimare il richiamo alle radici cristiane del nostro Paese.

Tra l’altro, quella esperienza, soprattutto al suo culmine durante il cosiddetto Siglo de Oro nel XVI secolo, é stata particolarmente feconda in Italia: accanto a luminose figure di santi vissuti negli stati italiani appartenenti alle Spagne quali S. Antonio Maria Zaccaria, S. Andrea Avellino, S. Carlo Borromeo, sono vissuti uomini, per quanto con incarichi ufficiali presso gli stati italiani e la corte pontificia che faremmo fatica con le categorie attuali ad associare a loro, legati indissolubilmente alla cultura italiana quali Baldassar Castiglione, Giovanni Della Casa, Pietro Bembo.

Tuttavia recuperare la dimensione spirituale della vita individuale e comunitaria, agganciare la propria esistenza a qualcosa che la trascende e che diventi modello di vita da condividere, bene comune spirituale sul quale appoggiare una ideologia politica come quella poc’anzi descritta é alla portata anche di un non cattolico nella misura in cui informa la sua vita interiore e di conseguenza la vita di relazione sociale e politica sulla base di quelle virtù civili tanto care ai romani quali onore, rispetto, lealtà, solidarietà e via discorrendo.

Per quanta fatica possa costare, per quanti contrasti possa sollevare, per quanti fallimenti possa implicare, questa battaglia resta la migliore opportunità per restituire dignità alla politica, alla società, alla propria esistenza.