Perché guardare la parata del 9 maggio
Perché guardare la parata del 9 maggio

Perché guardare la parata del 9 maggio

Di Yuri Di Benedetto

Guardare la Parata del 9 Maggio a Mosca per Capire Chi Siamo. Non per nostalgia. Non per ideologia. Ma per sovranità.

Nel 2025, in un tempo di caos globale, in cui si disgregano alleanze, si ridefiniscono le sfere d’influenza e i popoli cercano punti fermi, guardare la parata della Vittoria in Russia il 9 maggio non è un gesto di tifoseria politica o nostalgica. È un’occasione di confronto, crudele ma fecondo, con la nostra condizione storica.

Guardare non significa approvare.Significa interrogarsi sul perché certi popoli possono permettersi di sfilare, e altri no.

La Russia e l’Italia: due condizioni simboliche imparagonabili

È ovvio che Russia e Italia non sono comparabili sul piano storico e simbolico. La Russia è una potenza vincitrice della Seconda guerra mondiale e ha costruito attorno alla Grande Guerra Patriottica un mito nazionale unificante.

Sotto ogni regime – zarista, sovietico o federale – la Russia ha sempre coltivato una narrazione continua di sé: madre patria, terra dei sacrifici, baluardo contro l’invasione.

L’Italia, invece, quella guerra l’ha persa.E ha vissuto una transizione spezzata, che include non solo la sconfitta militare, ma anche una guerra civile interna.

La memoria nazionale, da allora, è diventata campo di battaglia permanente. Ogni tentativo di celebrarla è stato egemonizzato da una delle due fazioni: chi esclude, chi demonizza, chi rivendica.

Non è strano, dunque, che il nostro rapporto con la memoria sia più frammentato. Ma è un problema che non può più essere ignorato.

Soprattutto perché — e questo va detto chiaramente — abbiamo perso una guerra ottant’anni fa, e i vincitori continuano, consapevolmente o meno, a fomentare le nostre divisioni interne, impedendo una vera autonomia culturale e politica.

Una riconciliazione, non una parata

Per questo motivo, non serve inseguire il modello russo, né sperare in una parata che ricomponga magicamente le fratture.

No, ciò che serve oggi è una riconciliazione reale e profonda.Non simbolica. Non diplomatica. Ma civile, culturale e psicologica.

Una comunità politica coesa non si costruisce con le uniformi, ma con la capacità di integrare le ferite del proprio passato in una memoria complessa, sì, ma finalmente condivisa.

O almeno reciprocamente riconosciuta.

Il nodo storico rimosso: Valle d’Aosta 1945A tal proposito, vale la pena ricordare un evento poco noto e deliberatamente rimosso:nell’aprile del 1945, partigiani e militari della Repubblica Sociale Italiana combatterono fianco a fianco per impedire l’annessione francese della Valle d’Aosta.

Un fatto apparentemente assurdo per l’odierna storiografia, ma storicamente vero.

Quando il confine fu minacciato, l’identità nazionale prevalse sulle appartenenze ideologiche.

In quel gesto c’è un segno potente: la possibilità di un punto d’incontro tra mondi divisi, quando la posta in gioco è la terra, la continuità, il popolo.

Perché allora non fare di questo episodio il simbolo di un nuovo inizio?Perché non partire da qui per immaginare una memoria che unisca invece di dividere?

L’accettazione come atto fondativo

E qui si entra nel cuore della questione. Per sublimare un trauma storico, individuale o collettivo, serve un processo di accettazione.

Questo non significa giustificare, cancellare o appiattire.Significa guardare il passato nella sua complessità, rinunciando a pretendere che uno solo sia il “bene” e l’altro il “male”.

Accettare non è rassegnarsi, ma integrare il conflitto nella coscienza, affinché possa evolversi.

La psicologia lo insegna: ciò che non viene accettato, ritorna come sintomo. E così accade nella nostra Nazione: l’irrisolta guerra civile si manifesta ancora oggi in politica, nell’informazione, nella cultura, nell’identità spezzata degli italiani, divisi su tutto, persino sul tricolore.

Solo un processo collettivo di accettazione del dolore, del sacrificio e anche dell’ambiguità del passato può generare una coscienza politica adulta.

Solo da lì si può partire per costruire una nuova idea di Nazione.

Guardare Mosca per vedere Roma

E allora, guardare la parata russa del 9 maggio non è una forma di ammirazione passiva, né un’adesione ideologica.

È un’occasione per specchiarsi.

È osservare cosa significa possedere la propria storia, e domandarsi perché noi non possiamo ancora farlo.

Abbiamo bisogno di un luogo dove tutte le memorie possano stare insieme.

Non per confondere, ma per trasformare il conflitto in coscienza e la coscienza in progetto.Perché solo chi ha integrato la propria storia può generare un futuro.

E questo, oggi, è il vero atto rivoluzionario.

Non la parata.

Ma la riconciliazione.