Della crisi ucraina o Cassandra, l’avvocatessa del diavolo

20/04/2022 Off Di Aurora Admin
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Di Franz Trinchera

Vorrei iniziare con due citazioni, quanto mai, in questo momento storico, particolarmente pregnanti: la prima, di Eschilo, recita “in guerra la prima vittima è la verità”, la seconda, di Carlo Dossi, sentenzia “chi molto dice, pensa poco”. Mai come in questo momento in Italia pochissimo si sta pensando e moltissimo si sta dicendo, per altro falsamente. Sarà il caso di cercare di dipanare un minimo la nebbia che – sempre più fitta e tossica – si innalza.

Trovarsi, dopo il 1945, una guerra nel proprio continente, è per gli europei qualcosa di abbastanza insolito, anche se bisognerebbe ricordare, a chi come la senatrice Segre riferisce che non sentiva i cannoni dai tempi del Reich, che negli anni 90 in Jugoslavia, a due passi da casa nostra, i cannoni rombarono tremendi, e i soli bombardamenti Nato su Belgrado portarono a 2500 vittime civili, vittime per altro non casuali visto che si scelse deliberatamente di colpire strutture non militari. Ma quella sporca guerra – quella in cui gli occidentali usarono l’uranio impoverito, anche a discapito dei propri militari, che ignoravano di star maneggiando sostanze radioattive (qualcuno lo scoprì anni dopo in seguito a visite oncologiche, con esiti nefasti) – si sta cercando di cancellarla e ignorarla, oggi più che mai. Il motivo è presto detto: un paese, la Serbia, esercita pressioni etniche, spesso in modo violento e criminoso, contro una repubblica autoproclamata, il Kosovo, e – nonostante la Serbia non abbia mai attaccato altri stati – la Nato decide di intervenire per annichilirla. Tutto l’Occidente ha sempre proclamato: “fu una guerra giusta! La Serbia praticava omicidi di massa! Si sono salvati dei popoli! Abbiamo le coscienze pulite!”; insomma: giustificazione bella e servita. Ma sostituite alla parola Serbia la parola Ucraina, alla parola Kosovo la parola Donbass, e alla parola Nato la parola Russia e il discorso fila liscio, fin troppo liscio; ecco perché è necessario tagliare corto su ogni paragone: perché se si vuole seguire il filo del ragionamento logico, oso dire sillogistico, se ciò giustificava la Nato, ciò dovrebbe giustificare anche Putin, e se i morti civili a Mariupol sono un prezzo da pagare troppo alto, lo sarebbero dovuti essere anche quelli di Belgrado.

Invece no, o sono guerre giuste entrambe, o sono guerre criminali entrambe.

Non si può rischiare, meglio mettere in campo la geniale teoria di Schmitt che racchiudeva tutta la politica in due uniche macrocategorie “Freund” und “Feind”, amico e nemico, ciò che vale per il mio amico non vale per il mio nemico e viceversa. Tutto il resto, aggiungeva Schmitt, è superfluo. Torto non ne aveva.

Analizziamo ora un’altra questione, spinosa ma di facile soluzione, se si vogliono dare per giusti gli esiti delle analisi di due organismi sovranazionali, che, simpatici o antipatici che siano, godono di sicura indipendenza politica e nazionale: il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Europea per la Sicurezza e la Cooperazione. La questione è fondamentalmente questa: “Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, Serbia erano paesi si sovrani, ma retti da dittatori criminali, l’Ucraina è una democrazia”. No signori miei, ma non perché lo dice il sottoscritto: lo dicono le due organizzazioni, di indubbio prestigio, citate precedentemente. Il FMI rifiutò appena un anno fa a Zelensky un prestito basandosi su tre motivazioni, tre motivazioni che contravvenivano alle clausole minime che l’FMI richiede: stabilità economica e democratica. L’Ucraina, a detta del FMI, è un paese con un tasso di corruzione altissimo, retto da oligarchi, prestare soldi significherebbe non avere certezza di dove essi finiscano e di quando essi ritornerebbero. Terza motivazione: il governo Ucraino pratica la costante repressione dei partiti di opposizione, non lasciando trasparire pratiche proprie delle democrazie liberali.

Ma non voglio fermarmi al FMI, voglio passare all’OSCE.

L’OSCE, nel 2016, si recò in Donbass per diverso tempo con una missione internazionale, rilasciando un documento, scaricabile da chiunque online, dove affermava, in seguito ad attente verifiche, che il personale in forze al Ministero della Difesa e al Ministero degli Interni ucraini, praticava, su precisa strategia indicata e pianificata dalla leadership amministrativa, ovvero il governo, omicidi di massa, occultamento di cadaveri in fosse comuni e torture fisiche e psicologiche sulla popolazione civile del Donbass. L’OSCE, dopo aver descritto nel dettaglio le orribili torture, che consistevano, giusto per citarne alcune, in corse dei prigionieri sui campi minati, stupri e omicidi delle famiglie dei detenuti di fronte a questi, soffocamenti, annegamenti, utilizzo di oggetti elettrificati o roventi per effettuare pestaggi, aggiungeva che ciò era praticato non verso prigionieri di guerra o milizie separatiste, ma verso civili, anche se completamente slegati da organizzazione militari indipendentiste. Cosa vogliamo dire, che FMI e OSCE sono due giocattoli di Putin?

Ecco ora colleghiamoci al terzo punto: bisogna portare Putin alla sbarra di un tribunale e condannarlo con i suoi generali per i crimini. No, mi dispiace, non si può fare, per due motivi, uno di carattere giuridico e l’altro di carattere, chiamiamolo, “razionale”.

Analizziamo prima il giuridico: il Tribunale dell’Aja, quello che si è occupato dei crimini in Jugoslavia (di quelli serbi, mica di quelli Nato), non può, come qualsiasi tribunale internazionale, processare in contumacia, detto in soldoni, o Putin si siede alla sbarra degli imputati o niente. Specificato ciò bisogna anche affermare come un Tribunale internazionale per avere legittimità deve godere del riconoscimento degli Stati. Russia, Ucraina e Stati Uniti non riconoscono tale tribunale. Perché? Presto detto: tutti e tre da questo tribunale dovrebbero essere processati. I russi per i fatti ceceni, gli americani per i fatti iraqeni e afghani (oltre un milione di morti civili) e gli ucraini per i fatti descritti dall’OSCE.

Ah, a proposito di chi dice “Putin la chiama operazione militare speciale perché non ha il coraggio di chiamarla guerra”: chi era che chiamava la guerra in Iraq e Afghanistan “missione di pace”?

Comunque se si vuole processare Putin, una scappatoia c’è, ma questa decade presupponendo la motivazione “razionale”: per processare Putin, indipendentemente dal fatto che esso riconosca o meno come legittimo il tribunale, devi dichiarare guerra alla Russia, sconfiggerla, raggiungere il Cremlino, prelevare Putin e portarlo alla sbarra. Ma è anche inutile andare così avanti, fermatevi al “dichiarare guerra alla Russia”: l’olocausto nucleare che ne conseguirebbe renderebbe impossibili i successivi passaggi. Ecco perché parlo di motivazione razionale, perché per voler scatenare un conflitto nucleare con relativa fine del genere umano bisogna essere per forza soggetti affetti da gravissime menomazioni mentali.

Ma quindi cosa vi sto dicendo, che Putin fa bene? Che deve passarla liscia? No. Vi sto dicendo che se affermate che la Nato ha fatto bene in Jugoslavia, Siria, Iraq e Afghanistan allora affermate voi stessi che fa bene anche Putin, perché grosso modo differenze non ce ne sono (oddio si, in Iraq le famigerate armi di distruzione di massa, casus belli, non c’erano), se invece, con onestà intellettuale, riconoscete che le sue mani non sono meno sporche di sangue rispetto a quelle di Bush, Clinton o Obama vi renderete conto, per dirla con le parole del professor Orsini, che se: “Putin fa schifo, solo noi, che facciamo schifo quanto lui, possiamo sederci a un tavolo per parlare di pace”. Perché l’argomento è questo: l’Occidente deve capire che il tempo in cui dettava bello e cattivo tempo è finito. Deve capire che la nuova alleanza tra Russia, Cina, India e Pakistan conta 3 miliardi e 300 milioni di persone, ovvero la metà della popolazione mondiale. Che moltissimi stati del terzo mondo (Asia, Sud America e Africa) si stanno schierando contro il blocco occidentale. E, da questo punto di vista, la guerra l’ha stravinta Putin e l’ha strapersa l’Europa, scudo umano degli Stati Uniti. Stringendo accordi commerciali su derrate alimentari e gas con la Cina, basati sull’utilizzo come valuta del rublo, Putin ha, per la prima volta nella storia, eliminato il dollaro come unica moneta di scambio in quei due settori strategici.

Lo ripeto se non è chiaro: era dal 1945 che una moneta diversa dal dollaro non si poneva sui mercati internazionali come punto di riferimento. E comunque, tanto per ribadirlo, è l’Europa che ha perso Putin e non Putin l’Europa. Perché i mercati asiatici sono enormemente più vasti e ricchi di quelli europei. Perché gli USA stanno continuando a comprare dai russi, imponendo agli europei di non farlo. Perché le bombe cadono in Europa e non in America. Perché i mezzi navali NATO e russi si stanno scrutando minacciosi nel Mediterraneo al largo del sud Italia e non nel pacifico o nell’atlantico al largo di San Francisco o Boston e soprattutto perché senza Russia l’Europa, in particolare l’Italia, è fregata. Giacimenti qui non c’è ne sono e gli americani favori non ce ne faranno; ve lo spiego con un ultimo esempio: l’Europa non compra grano dalla Russia a causa delle sanzioni, lo compra l’America, che poi lo tratta geneticamente e lo rivende a prezzo maggiorato all’Europa che, per le proprie leggi interne, non lo potrebbe acquistare in quanto OGM.

Geniale vero?

Insomma la pace significa stabilità in Europa, dialogo con la Russia, mentre per gli USA vorrebbe significare perdere un vantaggio economico sul vecchio continente e, soprattutto, non poter stare seduti a guardare Putin dissanguarsi (il termine è proprio questo in ambito militare, bleeding, ovvero lasciare un nemico a dissanguarsi in una guerra lunga e di logoramento, tipo Vietnam per intenderci) ottenendo anche il vantaggio tattico di poter studiare sul campo i suoi mezzi e le sue strategie militari. Perché gli USA la pace non la vogliono, e mica son fessi: dopotutto stanno chiudendo ogni via diplomatica, stanno gettando benzina sul fuoco e dichiarano beatamente “che la guerra sarà probabilmente lunghissima”. Tanto, ripeto, le bombe se le prendono gli ucraini non i cowboys. Capite che non si tratta di scegliere, per usare le parole di un turista della politica quale Draghi, tra la pace ed un condizionatore acceso, ma tra la neutralità politica e la carestia prolungata (quando Draghi dovette scegliere tra la carestia in Grecia e la salvezza dell’Euro in Grecia scelse comunque quest’ultimo).