Di Rosa Nubi
Ecco uno dei riferimenti testuali che confermano l’inesorabilmente diversa prospettiva dalla quale Nietzsche guarda e sente il problema rispetto a Preve. Ma ciò non li allontana automaticamente. Anzi. Entrambi confermano la nascita di un nuovo processo nel sentire e nel pensare dell’uomo contemporaneo: il problema dell’unità tra macrocosmo naturale e microcosmo sociale, con le parole di Preve; e il problema dell’equilibrio tra energia apollinea ed energia dionisiaca, con le parole di Nietzsche. Stanno entrambi cercando in quella direzione là: l’unità tra materia ed energia, l’unità tra essere e pensiero.
Nietzsche stesso riconosce, a posteriori, la sua creatività, la sensazionalità con la quale ha scavato, ha interpretato la cultura greca antica (dispensato dal dimostrare, diffidente verso la stessa convenienza del dimostrare, come libro per iniziati, come «musica», vedi sotto). Io oserei dire che uno, Preve, ha scavato con un più forte bisogno di interpretare la cultura greca dall’esterno, e con uno spirito più apollineo, discorsivo, ragionativo, filosofico, esplicativo, storico-genetico, appunto: ha voluto spiegare e rivolgersi anche alla maggioranza degli studiosi di filosofia oggi, scagliandosi contro gli accademici. E l’altro, Nietzsche, ha tentato di penetrare la cultura della Grecia antica sentendola come un poeta, come un visionario, provando ad immedesimarsi nelle emozioni, nelle sensazioni, nelle forze, nelle energie naturali e interiori dell’essere umano, anche lui in quel punto dell’evoluzione umana che è l’Antica Grecia, senza sentire il bisogno di concentrare la sua ricerca nell’aderenza dei pensieri e delle emozioni stesse alla storia dei modi di produzione. Non era il suo compito.
Lascio le parole a Nietzsche:
Ciò che allora mi venne fatto di afferrare, qualcosa di terribile e di pericoloso, un problema con le corna, non proprio necessariamente un toro, ma in ogni caso un problema nuovo: ecco, oggi direi che si trattava dello stesso problema della scienza – la scienza concepita per la prima volta come problematica, da mettere in questione. Ma il libro in cui si sfogarono allora il mio ardore e la mia diffidenza giovanili – che libro impossibile doveva risultare da un compito così contrario alla giovinezza! Costruito su mere esperienze interiori precoci e troppo verdi, che giacevano tutte proprio alla soglia del comunicabile, collocato sul terreno dell’arte – giacché il problema della scienza non può essere riconosciuto sul terreno della scienza -, un libro forse per artisti con un’aggiunta di capacità analitiche e retrospettive (ossia per una specie eccezionale di artisti, che si devono cercare e che nemmeno si vorrebbero cercare…), pieno di innovazioni psicologiche e di segreti da artisti, con sullo sfondo una metafisica da artisti, un’opera giovanile piena di coraggio giovanile e melanconia giovanile, indipendente, caparbia e autonoma anche là dove sembra inchinarsi a un’autorità e a una partocolare venerazione, insomma un’opera giovanile anche in ogni senso negativo del termine, gravata da ogni difetto della giovinezza, nonostante il suo problema da vecchi, gravata soprattutto dalla prolissità della giovinezza, dal suo Sturm und Drang; d’altra parte, tenuto conto del successo che ebbe (soprattutto presso il grande artista cui si rivolgeva come in un dialogo, presso Richard Wagner), un libro provato, voglio dire un libro che in ogni caso ha soddisfatto «i migliori del suo tempo». Già in considerazione di ciò esso dovrebbe essere trattato con un certo riguardo e una certa discrezione; tuttavia non voglio del tutto nascondere quanto esso mi appaia oggi spiacevole, quanto estraneo mi si presenti oggi, dopo sedici anni, – ai miei occhi divenuti più vecchi, cento volte più viziati, ma nien’taffatto più freddi; i miei occhi del resto non sono divenuti più estranei a quello stesso compito cui osò accostarsi per la prima volta quel libro temerario – cioè a vedere la scienza con l’ottica dell’artista e l’arte invece con quella della vita… Diciamolo ancora una volta, oggi è per me un libro impossibile, – voglio dire scritto male, pesante, tormentoso, pieno di immagini smaniose e confuse, sentimentale, qua e là sdolcinato sino al femmineo, disuguale nel ritmo, senza volontà di pulizia logica, molto convinto e perciò dispensato dal dimostrare, diffidente verso la stessa convenienza del dimostrare, come libro per iniziati, come «musica» per coloro che sono stati battezzati nella musica, che sono stati legati fin dal principio a rare esperienze artistiche in comune, come segno di riconoscimento per consanguinei in artibus, – un libro arrogante ed esaltato, che fin dall’inizio si isola dal profanum vulgus delle «persone cólte» ancor più che dal «popolo», ma che, come i suoi effetti dimostrarono e dimostrano, deve intendersi abbastanza bene anche nel cercare i compagni di esaltazione e nell’attirarli su vie nuove e tortuose e su nuovi luoghi di distanza. Qui parla comunque – lo si confessava a sé stessi tanto con curiosità quanto con avversione – una voce estranea, il discepolo di un «Dio» ancora «sconosciuto», che si cela per il momento sotto il cappuccio del dotto, sotto la gravità e dialettica uggiosità del Tedesco, e finanche sotto le cattive maniere del wagneriano; qui c’è uno spirito con bisogni estranei e ancora senza nome, una memoria riboccante di questioni, esperienze, cose nascoste, su cui sta scritto come un ulteriore punto interrogativo il nome di Dioniso; qui parla – si diceva con sospetto – qualcosa come un’anima mistica e quasi di menade, che balbetta con sforzo e arbitrariamente, quasi incerta se palesarsi o nascondersi, per così dire in una lingua straniera. Avrebbe dovuto cantare, quest’«anima nuova» – e non parlare! Che peccato che io, ciò che allora avevo da dire, non abbia osato dirlo da poeta: forse lo avrei potuto! O almeno da filologo: eppure in questo campo per il filologo rimane ancora oggi quasi tutto da scoprire e da scavare! Innanzitutto il problema, il fatto che qui ci troviamo di fronte a un problema, e che i Greci, finché non avremo trovato una risposta alla domanda «che cosa è dionisiaco?», saranno, ora come prima, completamente sconosciuti e inimmaginabili…
— F. NIETZSCHE, Tentativo di autocritica, in La nascita della tragedia, ovvero grecità e pessimismo, Adelphi, Milano 2020, pp. 5-7.
A riconferma della differenza del contesto interiore da cui partono Nietzsche e Preve per la loro analisi, ecco, per contro, l’obiettivo che si pone Preve, ecco i concetti che sono il suo oggetto di studio:
Il termine ontologia, il cui uso moderno deve essere contestualizzato nel suo significato polemico e oppositivo a “gnoseologia”, e al criticismo gnoseologico di Kant e dei suoi epigoni neokantiani in particolare, significa ristabilimento – nelle nuove condizioni e nei nuovi contesti storici – del punto di vista di Aristotele dell’unità fra categorie del pensiero e categorie dell’essere, unità infranta appunto dal criticismo e da altre scuole consimili. Questo ristabilimento, iniziato con Spinoza, si sviluppa poi con Fichte, Hegel e Marx, e Lukács deve esserne considerato solo l’ultimo sistematizzatore di buon livello. Il termine essere sociale, a sua volta, deve essere interpretato come opposizione determinata a due impostazioni filosofiche scorrette, responsabili di due ricadute ideologiche ancora più scorrette, e cioè da un lato il “materialismo dialettico” di Engels, Lenin, Stalin e Mao, che unifica presunte (e in realtà inesistenti) leggi della natura e della società – che in questo modo viene scorrettamente “naturalizzata” -, e dall’altro lato l’individualismo borghese anti-comunitario, definito a suo tempo da Marx «robinsonismo», che invece costruisce il concetto di società non in modo “sociale”, ma in modo programmaticamente “asociale” (individualismo possessivo, ecc.). Appare chiaro che questi tre complessi concettuali (ristabilimento dell’unità ontologica delle categorie dell’essere e delle categorie del pensiero, critica del “naturalismo” del materialismo dialettico, e infine critica dell’individuo anticomunitario) sono in realtà lati di un unico complesso teorico che tratta di rifiutare consapevolmente. […] Offriamo dunque al lettore una ricostruzione dialettica e ontologico-sociale dell’intera storia del pensiero occidentale a partire dai presocratici greci fino a Lukács. Che significa ricostruzione ontologico-sociale? Significa ricostruzione storico-genetica, in quanto non basta dichiarare in modo aprioristico l’unità ontologica delle categorie del pensiero e delle categorie dell’essere se poi non si riesce a dare la genesi storica e sociale di questa unità. Soltanto una ricostruzione – sia pure sommaria e inevitabilmente con qualche errore, semplificazione e imprecisione – della storia del pensiero filosofico occidentale, ricostruzione compiuta con il metodo dialettico della genesi sociale delle categorie, può rendere plausibile la teoria dell’unità ontologica delle categorie dell’essere e del pensiero, unica alternativa da un lato a quella che Hegel aveva definito la «dossografia della filastrocca di opinioni casuali» (dossografia con cui vengono confezionati abitualmente i manuali di storia della filosofia per i licei e per le università), e dall’altro a tutte le costituzioni aprioristiche e formalistiche del soggetto conoscente (Cogito di Cartesio, Soggetto come flusso di sensazioni e “me variopinto” di Hume, Io Penso di Kant, Soggetto come funzione energetica della volontà di potenza in Nietzsche, ecc.)
— C. PREVE, Una nuova storia alternativa della filosofia, Petite plaisance editrice, Milano 2013, p. 10-11.
Non c’è dei due chi abbia ragione o chi abbia torto. C’è un diverso modo di sentire e di studiare il problema. Preve è interessato a dimostrare l’unità di essere e pensiero, l’unità di rapporti sociali e interiorità umana. Nietzsche vuole studiare il dionisiaco! È interessato al movimento delle forze emozionali, sensazionali interiori, al dolore, alla passione che hanno preceduto e seguito e accompagnato quei rapporti sociali lì. E questo modo di studio e di ricerca dipende anzitutto dai bisogni interiori dello studioso stesso.
In questo caso, sia Nietzsche che Preve tentano finalmente di riunificare il visibile con l’invisibile, di ridonare senso alla materia e al pensiero, ch’eppur non si muovono da soli, ma da forze son gestiti e in quanto forze esistono. Nietzsche indaga queste forze, e trova una danza-scontro tra apollineo e dionisiaco, due grandi gruppi di energie-forze-passioni con le rispettive trasfigurazioni artistiche-sociali-storiche nel mondo della Materia; Preve è interessato al rapporto tra l’invisibile e i modi di produzione, a capire come i rapporti tra società e natura influiscano sui modi di produzione e viceversa. Inoltre, anche Preve parla di “trasfigurazione”. Citando Thomson nota che «le figure mitiche delle Moire rappresentavano le antenate del clan matriarcale, deputate dalla tradizione al mantenimento dell’eguaglianza non ancora mediata dalla politica, che era in un certo modo vissuta direttamente (katà physin) in quanto si originava e fioriva direttamente (phyo) dalla comunità sociale stessa intuita, pensata e intesa come una sua spontanea e naturale espansione vitale (bios)» e che «le Erinni non erano in origine niente altro che queste stesse Moire nel loro aspetto negativo della condanna dell’ingiustizia (adikia), in quanto la loro funzione sociale specifica era proprio quella di perseguitare coloro che avevano violato queste antichissime leggi religiose egualitarie».
A questo punto potremmo anche provare ad individuare i movimenti della forza apollinea e di quella dionisiaca nel discorso di Preve. Sarebbe interessante, per chi ha voglia di approfondire.
In questo commento si voleva, però, solo mettere in luce come, in base alla prospettiva e al proponimento dello studioso, interpretazioni diverse non corrispondano necessariamente (sembra banale a dirlo per alcuni, ma oggi non è così per i più) a risposte vere o sbagliate a uno stesso problema, perché cambiano la prospettiva, l’intenzione e il proponimento con i quali lo si guarda. Ma in questo commento torna anche evidente il fatto che diverse interpretazioni di uno stesso problema possano essere a loro volta interpretate, lette e sentite in modi diversi. E quest’ultimo è il caso della mia interpretazione dei discorsi di Nietzsche e di Preve sulla Grecia antica messi a confronto. Sento che entrambi indagano il rapporto tra il visibile e l’invisibile, tra l’essere e il pensiero, tra la materia e l’energia che la anima.
Non ha più senso, per la comprensione e per l’evoluzione del mondo, politicizzare, fazionare, etichettare, e assimilarsi. Ha senso comprendere, prendere in sé, ognuno la sua verità, con una propria interpretazione.
Tutti i grandi studiosi portano in luce nuove verità. Bisogna dunque stare attenti a non perdersene qualcuna.
