Intervista a Michele Postiglione Bellamy, tra radici familiari e il futuro del Paese
Il Myanmar, l’antica Birmania, è un Paese in cui la promessa della democrazia si è infranta più volte contro il potere delle forze armate. Indipendente dal Regno Unito dal 1948, ha vissuto decenni di dittatura e di conflitti nelle regioni delle minoranze etniche. Nemmeno l’apertura che nel 2015 aveva portato alla vittoria la Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi aveva scalfito il dominio dei generali. Il golpe del 1° febbraio 2021 ha chiuso quella stagione.

Alla repressione delle proteste è seguita la lotta armata di una nuova generazione, unita alle organizzazioni etniche da tempo in guerra con il governo centrale. Le elezioni organizzate dalla giunta tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, giudicate una farsa da gran parte della comunità internazionale, hanno portato alla presidenza Min Aung Hlaing, l’artefice del golpe. Aung San Suu Kyi è ancora detenuta, oggi agli arresti domiciliari. Intanto l’esodo dei Rohingya e i centri di truffe online alimentati dalla tratta di esseri umani mostrano un Paese segnato dalla violenza e dall’impunità.
Ne abbiamo parlato con Michele Postiglione Bellamy, figlio di June Rose Yadana Bellamy (1932-2020), principessa discendente dell’antica casa reale di Birmania.

Lei ha un legame familiare con la storia della Birmania. Che rapporto ha oggi con il Paese e con che sguardo segue ciò che vi accade?
La Birmania è il mio paese natio, dove è nata anche mia madre, la mia casa esiste ancora ed è abitata da parenti, in questo senso il legame con la Birmania non si è mai interrotto. Tutto quanto vi accade mi interessa e seguo costantemente l’evolversi di qualsiasi situazione, non posso nascondere che attualmente sono molto preoccupato.
Sono passati più di cinque anni dal colpo di Stato del 2021. Come descriverebbe oggi la situazione del Myanmar a un lettore italiano?
Dal colpo di stato del 1°febbraio 2021 la situazione si è consolidata dal punto di vista politico nella misura in cui il senior general Min Aung Hlaing, autore del colpo di Stato, ha raggiunto il suo obiettivo di farsi eleggere presidente del Paese. Di contro, in tutto il Paese continua la lotta armata contro il suo regime che continua a provocare danni a città e villaggi, oltre a mietere vittime con una continuità preoccupante.
Nell’aprile 2026 il parlamento uscito dalle elezioni organizzate dai militari ha eletto presidente il generale Min Aung Hlaing. Che giudizio dà di questo passaggio e del governo che ne è nato?
Il mio giudizio rimane quello di sempre, assolutamente negativo per come Min Aung Hlaing ha reagito al risultato delle libere elezioni del novembre 2020 stravinte dal NLD, il partito capeggiato da Aun San Suu Kyi, con tutto quello che di drammatico è seguito: azzeramento del risultato elettorale, arresto di Aun San Suu Kyi e del presidente Win Myint, chiusura di NLD, arresto dei parlamentari eletti, imposizione della legge marziale per fronteggiare e reprimere la rivolta della popolazione civile da cui migliaia di arresti e centinaia di morti nei primi scontri urbani, fuga dei giovani nel nord del Paese, nei campi di addestramento militare delle milizie indipendenti, fino al giorno d’oggi dove la situazione non si è affatto calmata.
Al conflitto partecipano molte organizzazioni armate delle minoranze etniche, tra cui Karen, Kachin, Shan e Rakhine, insieme alle Forze di Difesa Popolare. Che peso hanno nella crisi e che futuro immagina per queste popolazioni?
Quelle che vengono definite minoranze etniche in realtà sono vere e proprie comunità con una forte identità culturale e profondamente radicati sul proprio territorio, organizzate come piccoli Stati che vivono delle risorse locali e forniti di un proprio esercito. Questo rappresenta una realtà, distribuita sul territorio birmano, che si contrappone al Tatmadaw ovvero l’esercito dei militari oppressori e che appoggia e lotta a fianco del NDF fronte di difesa popolare che è il braccio armato di NUG governo di unità nazione operante in esilio.
Per come la vedo io e per quello di cui sono a conoscenza, l’unico futuro possibile è che tutte le componenti in causa si costituiscano come stati liberi e indipendenti alla ricerca di un modus vivendi conveniente a tutti.

Lungo il confine con la Thailandia, per esempio nell’area di Myawaddy, nello Stato Karen, sono sorti grandi centri di truffe online, le cosiddette “scam city”. Migliaia di persone sono trattenute in questi centri contro la loro volontà, e i centri continuano a moltiplicarsi nonostante le operazioni annunciate. Chi li controlla e chi ne trae profitto? Perché è così difficile smantellarli?
Le scam city nascono dalla criminalità organizzata cinese e, detto in parole povere, sono macchine per fare soldi attraverso truffe online. Sono strutturate in alveari abitativi popolati da persone che in vari modi sono cadute nella rete dei truffatori e che lavorano come schiavi informatici. Per continuare a esistere e operare, queste realtà sono costrette a trovare un comune accordo economico con l’etnia che fa capo e controlla la città o villaggio dove sono impiantate.

Cina, Russia e India hanno interessi diversi nel Paese. Che ruolo hanno oggi negli equilibri del Myanmar?
Il Myanmar è un Paese con ricche risorse naturali e ben collocato nella geografia del sud-est asiatico. La Cina ne sfrutta importanti miniere di giada e terre rare così come il gas naturale, che viene trasferito in Cina attraverso un importante gasdotto lungo oltre 800 km. In cambio sostiene economicamente il governo militare permettendo allo stesso tempo di sostenere l’ingente spesa militare e a comprare armi dalla Russia. Il rapporto con l’India è per il momento di natura politica, quindi non di ingerenza nelle questioni politiche interne e non di ostracismo nei rapporti con Paesi confinanti e facente parte dell’ASEAN, così come la pressione sul Bangladesh per la gestione del Cox’s Bazar, che altro non è che un vasto agglomerato che ospita decine di insediamenti collegati popolati da oltre 1 milione di profughi Rohingya.
Negli anni dell’apertura democratica, gli Stati Uniti hanno mostrato un forte interesse per il Myanmar, mentre oggi la loro presenza sembra molto meno incisiva. Come interpreta questo cambiamento?
Nel 1991 il premio nobel per la pace venne assegnato ad Aung San Suu Kyi sotto la spinta degli USA con la speranza, in questo modo, di crearsi una via di accesso nell’area del sud-est asiatico. In realtà la geopolitica internazionale risponde a delle regole variabili e bizzarre che possono indurre a scelte apparentemente contraddittorie se non si tengono conto di interessi che si giocano a livello mondiale. Un risiko non più da intendere come appassionante gioco da tavolo, bensì come una intricata e interessata strategia di politica estera condizionata da interessi economici.
Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, secondo la giunta è agli arresti domiciliari, ma il luogo non è noto e le notizie su di lei sono rarissime. Che cosa rappresenta ancora per il Paese? E quanto conta la sua liberazione per il futuro del Myanmar?
Nell’immaginario collettivo del Paese, Aung San Suu Kyi rimane ancora oggi un simbolo di democrazia e libertà. Non darne notizia è, per la giunta militare, un tentativo di affievolire il ricordo della sua figura fino a renderlo lontano. Non è così e non lo sarà mai, piuttosto penso che il rischio che lei muoia in prigione probabilmente potrebbe indurre Min Aung Hlaing a concederle la grazia in cambio di un abbandono della vita politica e forse una vita in esilio all’’estero.
Più di un milione di Rohingya vive ancora nei campi profughi in Bangladesh. Come valuta la loro situazione e quali soluzioni ritiene percorribili?
La questione Rohingya è veramente paradossale: sono birmani esiliati in quanto musulmani, cosa resa possibile in quanto abitavano nello stato Rakhine, vicino al confine con il Bangladesh, che li ha accolti perché musulmani ma mai integrati in quanto profughi. Posso solo sperare che, nell’ipotesi dell’indipendenza delle etnie in Stati autonomi, facciano ritorno nella terra in cui abitavano.

Da dove può passare l’uscita del Myanmar dalla crisi? C’è un’esperienza storica che le sembra utile come termine di paragone?
Per fare un esempio semplice ma chiaro, penso all’ex Jugoslavia o all’ex Unione Sovietica.
Che contributo possono dare l’Europa e, in particolare, l’Italia?
Il Myanmar è un paese del sud-est asiatico, quindi fisicamente lontano dall’Europa, con una percezione di lontananza ancora maggiore in quanto non rientra nelle dinamiche economiche e politiche dell’Unione Europea.

La crisi del Myanmar pone interrogativi che investono il futuro delle istituzioni, la convivenza tra comunità etniche e il ruolo delle potenze regionali e internazionali. Le parole di Michele Postiglione Bellamy restituiscono lo sguardo di chi conserva un legame personale con la storia del Paese e ne segue con preoccupazione le vicende. Sullo sfondo rimane la questione fondamentale: quale assetto politico potrà garantire alle diverse popolazioni un futuro di pace, autonomia e sicurezza? La risposta dipenderà dagli sviluppi del conflitto, dalla capacità delle forze di opposizione di trovare un terreno comune e dalla disponibilità degli attori internazionali a contribuire a una soluzione duratura.
