Di Silvio Turri Bruzzese
Spinta dalle diseguaglianze sociali ed economiche indotte dall’esponenziale espansione del fenomeno migratorio sostanzialmente incontrollato, dal consapevole rifiuto delle comunità degli immigrati di integrarsi nella cultura originaria della comunità ospitante, accettando il sistema politico-sociale e morale di quest’ultima, e dalla forte influenza dell’ideologia dell’inclusività dogmatica, ha cominciato a manifestarsi in Francia una contrapposizione radicale ed insanabile fra due autodefinite componenti sociali: la prima, identitaria, che si autodefinisce “français de souche”, francesi d’origine, perché si richiamano alla loro discendenza da antenati francesi ed il loro radicamento generazionale sul territorio; la seconda, definita dagli oppositori, “français de papier”, francesi in base ai documenti, quanti preferiscono sottolineare la loro appartenenza ad una nuova forma di popolo francese, un popolo formato dall’aggregazione e dalla confusione fra le varie culture ed etnie presenti oggi sul suolo d’oltralpe.
Questa contrapposizione alimentata, come s’è detto, dalle diseguaglianze socio-economiche, dal fallimento delle politiche migratorie e dalle crisi sociali, emerge ogni volta che il disagio degenera in rivolte o disordini di piazza, soprattutto nelle periferie delle grandi città francesi; questa contrapposizione avrà un ruolo preponderante nella scelta del nuovo capo dello Stato l’anno prossimo, al termine della fallimentare esperienza macronista, guerra mondiale permettendo.
In Italia non sembra ancora essersi formata una contrapposizione sociale così marcata innanzitutto a causa degli eventi che hanno coinvolto le popolazioni della penisola dal Medioevo ad oggi e che hanno consegnato alla storia un Paese quasi costantemente politicamente e socialmente frammentato ed una comunità umana che ancora fatica, nel profondo, a percepirsi come popolo italiano unito, a differenza di spagnoli e francesi che hanno una storia unitaria plurisecolare.
Questa difficoltà a percepirsi come parte di un percorso comune da parte del popolo italiano è stata ulteriormente aggravata dall’esplosione, dalla metà degli anni Ottanta del Novecento, del fenomeno migratorio e dal prevalere, nel corso dei decenni, delle ideologie globaliste che lo hanno governato sia a livello istituzionale, sia di sentimento comune: l’obiettivo perseguito dalle politiche migratorie, fino all’inizio del nuovo millennio, era improntato all’assimilazione dello straniero alla cultura ricevente; gradualmente ma inesorabilmente si è poi orientato verso l’integrazione dello stesso, consentendogli di considerarsi illusoriamente integrato pur mantenendo intatto il proprio bagaglio culturale creando nei fatti le premesse per l’ampliamento di quelle diseguaglianze che ideologicamente si riteneva necessario combattere. La pretesa di costruire una società multiculturale si è sempre più dimostrata come la giustificazione utilizzata per instaurare una cultura orientata alla disgregazione non solo sociale ma anche culturale e familiare fino a raggiungere, come abbiamo detto molte volte in precedenza, la dissoluzione dell’individuo in sé stesso.
Non casualmente la contrapposizione si è spostata dal piano puramente sociale, ove le dinamiche conflittuali che si sono verificate nel corso del tempo hanno dimostrato il fallimento nei fatti del multiculturalismo e lo smascheramento del suo effettivo principio motore, il transumanesimo, per approdare al piano giuridico-istituzionale mettendo in discussione il concetto stesso di cittadinanza, basato in Italia sullo “ius sanguinis”, quindi sull’acquisto della cittadinanza fondato sulla discendenza o sulla filiazione tramite attribuzione tenendo conto di quella dei genitori, attraverso l’inserimento nell’ordinamento di altre forme di acquisto della cittadinanza basate sul luogo ove si nasce (“ius soli”) o sul percorso scolastico compiuto in un determinato luogo (“ius scholae”).
Questi fenomeni ci costringono una volta di più ad affrontare il discorso identitario per consolidarlo in noi; ma per poter anche solo tentare di affrontare un discorso sull’identità nazionale di un individuo o di un popolo è necessario partire dalle radici dalle quali questa identità ha preso corpo, guardare alle spalle della comunità per capire le ragioni che l’hanno costituita, stabilita e mantenuta nel tempo; in altri termini, guardare e comprendere la dimensione della Tradizione.
Nell’immaginario collettivo identitario la parola Tradizione ha assunto ed assume una molteplicità di significati legati principalmente ai molti sistemi di pensiero militante i cui fondamenti ideologici si richiamano a movimenti o esperienze socio-politico-culturali e/o spirituali del passato: la tradizione greco-romana, la tradizione medievale, la tradizione ispanica, la tradizione controrivoluzionaria, la tradizione preconciliare ecc.
Ognuna di queste declinazioni fa riferimento ad uno specifico corpus di valori che vengono accolti da singoli o da collettivi quali riferimenti ideologici a cui conformare la propria condotta in vista del raggiungimento di un determinato obiettivo indipendentemente dal passato o dalla provenienza personale di ciascuno; insomma è una dimensione della Tradizione ideale, astratta che viene assunta spesso in maniera totalizzante e portata avanti da molti alla stregua di un manifesto politico da attuare in sé e nella società in cui si vive e si opera.
Esiste però un altro genere di Tradizione: la Tradizione familiare, della comunità d’origine e del luogo di nascita.
Questa dimensione della Tradizione è, al contrario della prima, una dimensione concreta del vissuto di ogni singola persona: poiché nessuno nasce monade apolide (nonostante quello che le grancasse del pensiero unico predicano ormai da tempo), ciascuno di noi viene al mondo con un bagaglio ben definito di convinzioni culturali e sociali, paure, preconcetti, luoghi comuni e pregiudizi presenti nell’ambiente sociale e culturale che ci accoglie e ci forma sia a livello familiare che comunitario; come scrisse il filosofo spagnolo José Ortega Y Gasset (1883 – 1955), ciò che differenzia l’uomo dall’animale è il suo essere un erede e non un semplice discendente.
Questa dimensione concreta della Tradizione plasma ciascun individuo sin dal grembo materno attraverso le consuetudini e le tradizioni familiari e della comunità in cui la famiglia è inserita in un determinato momento storico: attraverso l’universo culturale ed ideale che quel momento storico ha prodotto; attraverso le relazioni prossime e remote, oppure la mancanza di queste, che i singoli e le comunità intraprendono nel tempo; attraverso le aggregazioni istituzionali all’interno delle quali la comunità di origine vive.
Per quanto tutto questo possa apparire quasi banale nel momento in cui lo si esplicita, non molti si soffermano a riflettere su quanta parte delle loro convinzioni, dei loro comportamenti, dei loro desideri o delle loro repulsioni praticamente in ogni ambito della loro vita quotidiana sia quantomeno influenzato da tutto questo patrimonio immateriale e che tale microcosmo interiore ed esteriore può essere a buon titolo definito Tradizione.
Prendendo consapevolezza di tutto questo ci si accorge con un misto di nostalgia e di stupore, non sempre piacevole, che sono Tradizione il libro di ricette della nonna e le idee politiche del nonno, il piatto principale del pranzo di Natale secondo tutte le famiglie del paese, la processione del Venerdì Santo, quella del Patrono e la benedizione dei cibi del pranzo di Pasqua, la casa di famiglia, la fede trasmessa dagli avi e le loro passioni politiche, le maschere e gli stornelli, i modi di dire locali, i popoli amici e quelli nemici. È la Tradizione concreta, minuta, che si affianca e si fonde con la Tradizione concreta maggiore costituita dalla storia e dalla cultura del proprio Paese.
Quando si parla di Tradizione concreta quindi si può certamente far riferimento a tutto questo insieme di gesti, luoghi e persone che preesiste rispetto al singolo e che ha a sua volta un’origine ed una causa; essendo Tradizione concreta e facendo parte del bagaglio di ciascuno è sempre pronta a manifestarsi nelle discussioni gesticolanti, nelle parole utilizzate, nel cibo preferito.
La Tradizione concreta ha una caratteristica specifica che la distingue nettamente dalla Tradizione ideale: è il suo essere donata e ricevuta, trasmessa ed acquisita; nessuno può darsi una particolare Tradizione concreta perché nessuno può predeterminare con un proprio atto di volontà il tempo, il luogo, la cultura nella quale nascere e formarsi nonché l’insieme di relazioni familiari e comunitarie all’interno del quale inserirsi sin dal principio della vita così da assorbire una particolare Tradizione come se fosse propria fino in fondo o più propriamente alla quale appartenere completamente.
Per molti è stato possibile integrarsi in una Tradizione concreta presente in una realtà locale diversa da quella originaria nella quale ci si trasferisce a causa del matrimonio o del lavoro, ma inevitabilmente questa integrazione è avvenuta tra ciò che si è portato con sé e ciò che si è trovato e non di rado il bagaglio d’origine ha fatto maturare un senso di nostalgia verso ciò che si è lasciato dietro di sé.
Ci si ritrova così talmente intrisi di Tradizione concreta da non poter far altro che prendere consapevolezza di ciò che si è assorbito, è il caso di dirlo, con il latte materno ed in un certo senso è un percorso interiore da intraprendere necessariamente poiché l’alternativa, tentare il rifiuto della propria peculiare Tradizione concreta, causerebbe uno sradicamento interiore profondo impossibile da colmare.
Questa presa di coscienza, tuttavia, non si riduce in una ineluttabile meccanica condivisione di tutto il portato della Tradizione concreta ma è tuttavia essenziale che si traduca in appropriazione consapevole della Tradizione stessa, ovvero nel radicamento di sé in un determinato luogo, tempo ed insieme di relazioni affinché anche la propria identità individuale e sociale si connoti come identità concreta indipendentemente da qualsiasi valutazione morale o giudizio politico si maturi su tutto quanto compone questa Tradizione concreta.
A partire da questa appropriazione e dalla definizione della propria identità concreta è possibile per ciascuno operare un discernimento proteso a far emergere, da questo coacervo apparentemente indistinto, tutti quegli elementi che posseggono carattere di perennità e che possono essere vissuti e poi trasmessi e conseguentemente a consegnare al passato quelli propri ed esclusivi delle generazioni precedenti poiché la Tradizione concreta non è possesso di un agglomerato del passato da trasmettere acriticamente ma è custodia di quanto ha forza sufficiente per influire sul presente ed autorità necessaria per essere trasmesso al futuro; è possibile pertanto affermare che la Tradizione concreta, pur essendo parte essenziale dell’identità di ciascuno, non è proprietà esclusiva di nessuno ma ognuno la custodisce e la setaccia, la decanta e la estrae per la propria vita e per le generazioni future.
Quest’opera di selezione, di ricerca degli elementi di perennità, abbisogna di una griglia di riferimento, di un setaccio interiore che consenta di trattenere ciò che appare perenne ed abbandonare ciò che è al contrario caduco; allorquando si è stabilito di partire dalla Tradizione concreta per costruire identità, la via maestra risiede nel giudicarne il valore morale e questa selezione morale può essere effettuata secondo due criteri: un primo criterio legato alle virtù civili ed un secondo criterio legato al deposito della fede, agli insegnamenti ed ai comandamenti di Dio.
Esiste peraltro una differenza fra questi due criteri ed è rilevante per lo scopo prefissato: la determinazione delle virtù civili da porre a riferimento morale può essere influenzata dal comune sentire della comunità e dalle priorità sociali e familiari di un determinato luogo o momento poiché le virtù civili sorgono dai patti fondativi delle varie società succedutesi nel tempo e nel corso di questo quelle che sono state trasmesse lo sono state perché considerate edificanti da ciascuna generazione o società che è succeduta alla precedente; sono insomma valori posti dall’uomo e quindi in qualche modo transeunti se non rinnovati.
Il deposito della fede al contrario, trattandosi di un insieme di regole e di insegnamenti rivelati da Dio, si pongono come una fonte esterna all’uomo ed immutabile, dinanzi alla quale l’uomo si può porre solo in atteggiamento di accoglimento o di rifiuto; questa caratteristica, anzi, rende il deposito della fede l’espressione più pura del carattere di dono posseduto dalla Tradizione poiché si presenta come la manifestazione dell’azione oblativa della divinità verso l’uomo, come la concretizzazione del rapporto creaturale che l’uomo stabilisce con quel Dio che lo ha creato e che si relaziona con lui con amore paterno.
Proprio a causa di questa relazione diseguale in tutte le società, precedenti a quella infelice in cui ci troviamo a vivere, la dimensione religiosa è sempre stata predominante ed ordinatrice della società stessa, percepita come superiore rispetto a qualsiasi morale unicamente umana, di una superiorità che le deriva proprio dal non essere sorta da forme di condivisione ma dall’essere ricevuta ed accolta dall’alto; per il credente cattolico, gli insegnamenti ed i precetti evangelici e la dottrina costante della Chiesa costituiscono non solo le norme che regolano il comportamento individuale e quello della comunità – il riconoscimento della regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo – ma anche le linee direttrici del proprio percorso spirituale di conformità ed unione con Cristo del quale egli, il credente, può percepire gli effetti concreti nella propria vita.
Vagliare tuttavia qualcosa che appartiene ad ognuno così fortemente, che coinvolge anche affettivamente come la Tradizione concreta non è facile né comodo e trattandosi di un patrimonio accumulato nel corso del tempo potrebbe rendersi necessario, all’interno dei due criteri appena descritti, individuare un fattore comune ricorrente che confermi la scelta degli elementi vagliati.
Questo fattore comune potrebbe essere lo stile. Esiste uno stile che è proprio della Tradizione concreta di una comunità che si è sviluppata nel corso dei secoli all’interno del territorio italiano e che viene riconosciuto come peculiare e distintivo degli italiani?
Si potrebbero tentare molte risposte ad un quesito indubbiamente impegnativo come questo ed ogni risposta porterebbe con sé consensi e repulsioni perché la storia del nostro Paese è così ricca ed intensa da far quasi desistere dal tentativo nel momento in cui ci si rende conto che il problema non è la carenza ma l’abbondanza, una abbondanza di cui verrà chiesto conto ad ogni italiano; per questo motivo la presenza di uno stile comune richiede di essere verificata attraverso l’osservazione dei protagonisti della storia italiana e delle dinamiche che hanno causato o promosso e come hanno forgiato società ed istituzioni ed attraverso queste individuare il filo rosso che li accomuna.
Ed allora si potrebbe discutere l’esistenza di una particolare forma di stile come fattore comune tramite il quale operare il vaglio secondo i due criteri morali sopra indicati ponendo come ipotesi che un carattere distintivo degli italiani sia il ricorso innanzitutto al confronto dialettico, alla proposta del dialogo o della disputa, all’utilizzo della parola prima della spada per difendere, promuovere, tutelare le ragioni e gli interessi individuali o comunitari. È la forma di stile dei diplomatici, dei mediatori e dei predicatori, degli uomini di Stato e dei maestri spirituali.
È possibile individuare e riconoscere questa forma di stile nella Tradizione concreta italiana, come ha preso vita e si è dipanata nel corso della storia, grazie a quegli uomini e quelle donne che hanno saputo incarnare in forma eminente le virtù civili e le hanno vissute alla luce della fede cattolica, linfa vitale della Tradizione maggiore italiana, all’interno di un percorso personale e professionale – se così si può dire – che si è espresso con questo taglio peculiare.
Alcuni di questi uomini e di queste donne portano nomi molto evocativi, altri sono meno conosciuti, ma ognuno di questi possiamo indicarli come paradigmatici di questo stile: San Francesco d’Assisi, Francesco Petrarca, Santa Chiara di Montefalco, Santa Rita da Cascia, Santa Caterina da Siena, Giovanni Pontano, Baldassar Castiglione, Giovanni Della Casa, Sant’Antonio Maria Zaccaria, San Filippo Neri, Giovanni Botero, Ottavio Sammarco, Antonio Genovesi, Sant’Alfonso Maria De Liguori, Clemente Solaro della Margarita, Silvio Pellico.
Le vite e le opere di questi grandi italiani raccontano storie di folgoranti conversioni e grandi predicazioni; di missioni volte a riconciliare nella fede famiglie, paesi, stati; di incarichi diplomatici per duchi, re e papi; di consigli per i principi cristiani per governare i popoli nella giustizia e nell’onore conformemente alla fede professata.
Tutti loro sono senz’altro figure essenziali della nostra Tradizione concreta maggiore e questo rende possibile rintracciare la loro influenza sulla Tradizione concreta minuta di ciascuno di noi dando rilievo, autorità e consistenza di perennità a quegli elementi che meritano di essere vissuti e trasmessi.
L’esistenza di questa forma di stile potrebbe essere confermata anche dal riscontro, nella storia e nella Tradizione maggiore, della perversione di questo carattere distintivo allorquando si manifestano uomini e donne eccellenti nella piaggeria, nella disinvoltura, nella spregiudicatezza, nel tradimento dei patti di lealtà ed onore, nelle scelte di appartenenza secondo convenienze personali anche in danno dei popoli governati sia temporalmente che spiritualmente.
Anche la presa di coscienza dell’influenza di queste dinamiche nella propria Tradizione minuta consente di portare avanti l’opera di discernimento attraverso il rigetto di ciò che non è conforme ai criteri ed al riferimento comune.
Ecco quindi pronto il setaccio: individuati i criteri ed il riferimento comune da utilizzare per mettere mano a quest’opera di consolidamento delle fondamenta sulle quali costruire l’edificio della nostra identità. Ora non resta che iniziare e condurla a termine ad ogni costo per costruire e/o consolidare la fortezza della propria identità.
Sarebbe tuttavia un’opera banale se la Tradizione concreta fosse un fatto da accettare ineluttabilmente e se la Tradizione ideale non fosse altro che l’inevitabile conseguenza della prima; è però indispensabile prendere coscienza della Tradizione concreta e vagliarla per non ridurre l’assunzione su di sé di una determinata Tradizione ideale ad una aggiunta artificiosa, slegata radicalmente dal proprio vissuto individuale e da quello della propria comunità d’origine.
Il percorso necessario risiede quindi nella comprensione di quale Tradizione ideale fra quelle proposte dalla storia possa essere incardinato nel proprio percorso personale a partire dalla Tradizione concreta, sia quella minuta che quella maggiore, vagliata e decantata.
In questo senso collegarsi con la Tradizione ideale greco-romana potrebbe trasformarsi in una operazione artificiosa nella misura in cui ci si consideri eredi diretti di quella cultura senza tener conto degli eventi della storia successivi al tramonto della civiltà romana e la contaminazione di questa causata dalle culture e tradizioni portate con sé dalle popolazioni germaniche e che hanno concorso alla formazione di una nuova società, quella società romano-barbarica dalla quale ha preso vita la società cristiana medievale e dalla quale sono sorte le esperienze successive fino alle nostre generazioni che quindi inevitabilmente non possono richiamarsi sic et simpliciter alla Tradizione ideale greco-romana se non assumendo anche le sue trasformazioni.
Medesimo discorso può essere fatto in ordine alla Tradizione ideale cattolico-ispanica erede della società cristiana medievale e tramontata nel 1648 se non si cerca un percorso tradizionale che colleghi vitalmente la propria Tradizione concreta a quella esperienza, quali ad esempio potrebbero essere le esperienze spirituali ed i percorsi dottrinali della Chiesa Cattolica sorti quale reazione allo scisma protestante e che hanno plasmato la fede e la devozione del popolo cattolico perlomeno fino alla rivoluzione francese ma anche oltre, seppure con mille contraddizioni, fino alla seconda metà del Novecento.
Parlando politicamente, un vitale collegamento con quest’ultima Tradizione ideale potrebbe essere scorto nel movimento carlista nato in Spagna a metà dell’Ottocento ma valido per tutti quei paesi, Italia compresa, influenzati dall’eredità ispanica deposta nelle società e nelle culture integrate nella Monarchia Federativa delle Spagne: “Non sufficit orbis” fu il motto coniato nel 1583 da Filippo II di Spagna per sottolineare l’estensione del suo regno, che comunque riconosceva sottomesso a Cristo poiché lui riteneva di governare per mandato divino e non come sovrano assoluto, ed anche solo uno sguardo alle capitali ispano-americane quali Lima, Santiago del Chile, Quito così come alle grandi città del nostro meridione come Napoli, Palermo, Noto può attestare la verità di quella asserzione.
Per un credente cattolico, ovvero colui che anela all’instaurazione della Regalità Sociale di Cristo nella propria società e che ha scoperto come elementi di perennità della propria Tradizione concreta minuta esperienze, valori e persone legate alla fede, prendere su di sé questa Tradizione ideale assume il significato di prendere consapevolezza di quali siano le vere radici cristiane dell’Italia e dell’Europa; in questo senso la Tradizione ideale viene a dare forma e compiutezza alla Tradizione concreta minuta e maggiore ed in questa pienezza divenire Tradizione concreta definitiva.
In conclusione, pertanto, nel momento in cui si sceglie la Tradizione ideale questa deve essere ritenuta come connessa con la Tradizione concreta sia minuta che maggiore perché entrambe si saldino nell’anima del patriota e del fedele e concorrano a determinarne stabilmente l’identità.
È un percorso necessario pur se faticoso ma è anche un percorso da affrontare con urgenza non solo allorquando se ne percepisce l’impellenza motivata dalla propria maturazione personale ma anche nel momento in cui si prende coscienza del pieno svolgimento e per certi versi del trionfo nella società di quella dinamica di liquefazione delle identità prima politico-sociali poi culturali ed infine individuali in un’unica identità indistinta vorace assimilatrice delle volontà dei singoli ormai isolati e manipolabili per asservirli a vampiresche potenze economiche transumane e transnazionali e che quindi odiando le distinzioni delle identità odiano anche ogni Tradizione.
Da questo odio nasce l’urgenza, poiché tale dinamica di liquefazione, già più volte accennata sia qui che altrove, avviata quantomeno dall’esplosione della società dei consumi di massa (quando ancora non coinvolgeva contaminazioni culturali derivanti dalla migrazione) e fortemente veicolata dai mezzi di comunicazione sociale, rende, per sua propria natura, sempre più difficile per le generazioni nate all’interno di questo periodo e per quelle avvenire il poter individuare gli elementi costitutivi e distintivi della Tradizione concreta minuta e maggiore di ciascun individuo e conseguentemente quasi impossibile acquisire consapevolezza dell’esistenza di sistemi di pensiero che possono essere compresi come Tradizione ideale.
Interrompere o quantomeno frenare tale degrado diventa quindi irrimandabile se si vuole impedire l’estinzione delle identità.
