L’incubo americano
L’incubo americano

L’incubo americano

Di Tommaso Russo

There are no mean people in the world

 just thirsty ones

~ Coca Colonisation (Chumbawamba)

Isole luminose s’affacciano lontano tra le nubi accalcate ai margini occidentali dell’Atlantico. Al primo sguardo distante, reso più incerto dai veli di smog, non si sa se le sagome degli edifici sono il miraggio di una ricchezza trasognata, oppure sono soltanto una foresta di cemento, resa più incerta dalle luci fioche dei formicai umani. L’aereo degrada nello spazio, s’affaccia appena e china il muso lontano, quasi a non voler sfiorare la frastagliata linea dei grattacieli. New York attende, simbolo del sogno americano che fu. Immagini di vita, fotogrammi di film s’illuminano nel bianconero dei ricordi: stralci di cinema e di cartelloni pubblicitari descrivono con tinte consunte ciò che forse è stato, ma che non è più qui. 

Alla sola vicinanza con quel presente bagnato dall’oceano dei media e della propaganda, la Grande Mela s’ingrigisce e rattrappisce sotto il peso delle speranze, come un fiore lasciato a lungo senz’acqua. New York è il biglietto da visita dell’impero statunitense, cartolina del Nuovo Mondo: forse esiste davvero questo sogno americano, al di là delle porte di vetro dell’aeroporto. Forse, da vicino le sagome dei grattacieli assumeranno un’altra tinta, non si sa se sarà tinta a stelle e strisce, colore della democrazia, o il tenue colore verdastro del dollaro, divinità incerta e capricciosa del continente. 

A mano a mano che s’attraversano le autostrade del New Jersey, la facciata incerta della città assume contorni sempre più nitidi e distinti, le streets e le avenues si riempiono di colori e con loro risale un gorgoglio frastornante. È il Rumore della Gente Bassa. Risale le strade come una scarica epilettica, assale le orecchie. Non è il chiacchiericcio distaccato dei bar, né la baldoria del sabato sera, ma è una cacofonia di suoni indistinti: grida sfasate, lavori pesanti incisi sul cemento o nelle case, clacson suonati in coro, segnali lontani di vita o di morte augurata. Ogni bidone, ogni barile e attrezzo, ogni strumento cavo è reso tamburo o percussione: non importa l’intonazione, l’orchestra si regolerà da sé con la mano invisibile di Adam Smith. Ciascuno reclama prepotentemente lo spazio sonoro, in una dichiarazione incerta e violenta d’individualità. Si procede a strattoni, distratti, si porta lo sguardo in alto, verso i grattacieli.

I contorni aguzzi risalgono in alto. Forse, viene da chiedersi, il potere è lassù, tra le nubi la Gente Alta. Forse lassù il Rumore diviene solo un ovattata ed indistinta colonna sonora tra le ragnatele del potere cieco, della ricchezza capace soltanto di ingravidarsi, senza produrre più alcuna vita. Queste torri di Babele serviranno pure a qualcosa, viene da chiedersi, s’affollano nel cielo per un motivo che non sia la crassa opulenza né la bieca ostentazione. Il senso di claustrofobia che si prova è alienante. Sia esso per la vetta spettrale dei grattacieli, o forse per la punizione divina rivolta alle strade. La Torre di Babele porta l’ombra del suo castigo in ogni strada di Manhattan, nel mescolio delle lingue diverse, delle culture livellate dall’unico amorfo ideale americano, quello di consumare. Consumare tutto, finché si può, anche a costo di spegnersi. 

Eppure la Gente Alta, quella vera, parla sempre la stessa lingua. Nessuno di loro passeggia per strada: sarà forse la paura, o forse l’odore pervasivo di urina e di marjuana. O forse sarà che loro, come noi, non hanno più motivo di abitare laggiù. Manhattan può essere ora lasciata a turisti e straccioni: la Gente Alta si limita a contemplare da dietro la coltre silenziosa delle nubi, sperando che l’attesa ripaghi. L’attesa di un mondo migliore, o forse d’un altro sogno americano. Come creatori insoddisfatti, rifuggono questa chimera di acciaio e rancore, s’abbandonano alla vacua speranza d’un altro Nuovo Mondo, forse d’un mito mai realizzatosi. L’unica traccia del loro passaggio è nelle insegne, nei locali ormai troppo cari per la gente comune, nei prezzi inflazionati al solo scopo di spremere soldi ai turisti. Questi sono gli unici ospiti ammessi, ossia quelli che non ci saranno più.

La Gente Alta odia la Gente Bassa. Odia il loro olezzo, la loro voce, gli spasimi con cui cadono nei lunghi periodi di astinenza, il gorgoglio indistinto che producono a raffica non appena ritornano nell’estasi patologica dei drogati. Per questo la Gente Alta li tiene lontani, lontani dai palazzi, dai cantieri, lontani da qualsiasi appoggio che rassomigli ad un letto, con le spine aguzze disseminate su idranti, davanzali e marciapiedi. Eppure, non fa a meno di compatirli, di esaltare l’inevitabilità della loro condizione, così come appare da lontano, sulle sommità dei grattacieli. Sono loro, la Gente Bassa, gli ultimi abitanti rimasti, abitanti in un mondo perennemente ostile, in guerra dichiarata contro il tutto e contro il nulla, contro l’illusione di un sogno che ha assunto da tempo immemore le tinte cupe di un incubo. Contro l’illusione o contro i turisti, viandanti esperti del consumismo, bersagli collaterali di un odio sempre rappreso e mai materializzato, disperso in mille fazioni, in mille lotte continue. L’individuo trionfa dove la povertà regna.

E lo sguardo ritorna là dove era partito, verso il mare. Verso Ellis Island, madre sbrigativa di tanti immigrati. Gente europea, mediterranea, che lasciò le proprie terre per un profumo di mondo migliore, un mondo che oggi ha lasciato a malapena qualche traccia, tra le grida bercianti delle Genti Basse ed il Rumore assordante della città. Laggiù, sull’isola, si sentono ancora riecheggiare le speranze dei nostri parenti perduti. Ellis Island non era soltanto accoglienza, al contrario era essa stessa giudice o madre. Il sogno americano non è mai stato un sogno a porte aperte; il sogno americano è stata la coda fuori da un ufficio immigrazione o da uno studio medico, è stata il rumore degli imprenditori, accalcati attorno ai nuovi arrivati, con la speranza di estorcere condizioni sempre peggiori a lavoratori sempre migliori. E tali erano, perché il sogno americano non ha ammesso storture nemmeno al suo apice: l’intera Ellis Island trasuda l’aria di un grottesco Minosse, le cui spire avvolgono i traghettati dell’Atlantico. Una forma fisica non perfetta, una piccola menomazione intellettuale erano biglietti di ritorno garantiti, corrieri espressi che riportavano i migranti là dov’erano partiti. Ogni ammalato era un peso troppo oneroso per la bilancia sempre gonfia del capitalismo novecentesco: ogni immigrato doveva essere forza lavoro all’attivo e non un malato al passivo, capace soltanto di drenare le gonfie tasche della New York che fu. Eppure, è chiaro, tali erano soltanto le considerazioni novecentesche. Tali erano soltanto i colori della tavolozza di un sogno americano che, forse, non è mai esistito.

Lo sguardo tentenna, ritorna a riva. Nessuno è in grado di dire chi comanda qui. Sarà forse l’incerto potere presidenziale, perso in opere tanto grandiose quanto assurde, o forse il martellante consumismo neocapitalista, reso assordante dalle insegne abbacinanti dei negozi; o forse la piccola politica locale, tutta intenta dietro alle miopie di una grandezza che è stata e, forse, non sarà più. Pesi e contrappesi garantiscono la fragile potenza dell’America. Le banconote, l’unica cosa che conti davvero, rinviano immagini fuorvianti, specchio di ciò che appare e non è, nascosto dai pesanti e bronzei portoni della finanza. Non importa da che parte lo si volti: il denaro mostra sempre l’unica faccia a tutti. Mostra la stessa faccia alle Genti Basse, racimolate tra gli angoli e la sporcizia delle strade, o le machiavelliche menti delle Genti Alte, tutte intente ad intessere tele di codici e di rancori. Ciò che importa è che tutti siano uniti dalla stessa lingua: il denaro, unico fattore unificante in una città altrimenti caotica e disarmonica, unica nota fondamentale tra il basso della povertà ed il violino della ricchezza. Il dollaro è l’inestricabile ragnatela capace di catturare qualsiasi preda che vi passi attraverso. Non è rimasta la New York dei film, né quella della finanza, ma è rimasta soltanto la New York del dollaro, dello stesso dollaro che non è mai cambiato nei decenni. Nella melodia emicranica del Rumore, dei rancori, della confusione babelica nelle lingue, la mente s’annebbia e ritorna a quei miraggi distanti, laggiù, alla nube indistinta delle luci e delle case. Lontano da quell’assordante bugia, lontano da quella speranza sempre amara. Sfuma lontano tra le nuvole, nel fumo dei ricordi, con l’unico desiderio che quest’incubo sia solo l’ultimo, fatidico sogno americano da cui risvegliarsi.

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