Porzûs, febbraio 1945. Una ferita dentro la Resistenza
Porzûs, febbraio 1945. Una ferita dentro la Resistenza

Porzûs, febbraio 1945. Una ferita dentro la Resistenza

Di Maria Antonova

Sopra Faedis, in provincia di Udine, a un’ora di cammino dal paese di Porzûs, si trovano le malghe di Topli Uorch. Qui, nel febbraio del 1945, a poco più di due mesi dalla Liberazione, accadde uno degli episodi più dolorosi e discussi della Resistenza italiana quando un reparto di partigiani comunisti uccise diciassette persone, quasi tutte appartenenti alla Brigata Osoppo.

Per capire Porzûs si deve partire dalla carta geografica. Quelle valli si trovano ai margini della Slavia friulana, una terra abitata in parte da popolazioni di lingua slovena e unita al Regno d’Italia nel 1866. Dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi la inclusero nella Zona d’operazioni del Litorale adriatico: sulla carta apparteneva ancora alla Repubblica Sociale, ma di fatto la governava il Reich. Sugli stessi sentieri si muovevano forze partigiane molto diverse, da una parte c’erano gli sloveni del IX Korpus, inquadrati nell’esercito di Tito, e le Brigate Garibaldi, legate al Partito comunista. Dall’altra c’era la Osoppo, i “fazzoletti verdi”, dove cattolici, azionisti e ufficiali del vecchio esercito combattevano fianco a fianco.

Contro i tedeschi erano alleati, ma sul futuro di quelle terre li separava un abisso. Già dal 1941 il movimento di liberazione sloveno guardava a quei territori come parte di una futura Slovenia unita e nell’autunno del 1944 Edvard Kardelj, uno dei dirigenti più vicini a Tito, chiese al PCI di fare «un repulisti di tutti gli elementi imperialisti e fascisti» e di colpire i reparti in cui lo «spirito imperialistico italiano» poteva nascondersi dietro «falsi democratici». Nella sua lettera la Osoppo compariva proprio fra quelle formazioni. Poco dopo, Togliatti, d’accordo con gli jugoslavi, dispose che i garibaldini della zona passassero sotto il comando operativo del IX Korpus. La Divisione Garibaldi “Natisone” obbedì, la Osoppo rifiutò e da quel momento gli osovani furono accusati di “attesismo” e perfino di intese con il nemico.

La salita alle malghe

L’ordine partì da Udine. Il 24 gennaio 1945 Alfio Tambosso, della federazione comunista, chiese di preparare un centinaio di uomini armati e riforniti di viveri per un’operazione da condurre in fretta e in segreto. Pochi giorni dopo l’incarico passò a Mario Toffanin, padovano, noto con il nome di battaglia di “Giacca”.

La mattina del 7 febbraio la colonna gappista salì verso le malghe. Alle sentinelle gli uomini si presentarono come sbandati in fuga da un rastrellamento, o come prigionieri scappati da un treno di deportati. Gastone Valente, “Enea”, delegato politico della Osoppo, intuì che qualcosa non tornava e mandò al comandante un biglietto preoccupato, in cui parlava di un’«accozzaglia di gente». Il comandante era Francesco De Gregori, “Bolla”, ufficiale romano di trentaquattro anni, zio del cantautore che porta il suo stesso nome. Quando arrivò, i suoi uomini erano già stati disarmati. Toffanin lo interrogò sul deposito delle armi, poi lo fece uccidere.

Quel giorno, con De Gregori, morirono Valente, una ragazza di nome Elda Turchetti e un giovane garibaldino, Giovanni Comin. La storia della Turchetti è forse la più amara. Radio Londra l’aveva indicata come spia, lei si era consegnata spontaneamente ai partigiani, e la Osoppo, dopo averla processata, l’aveva assolta pochi giorni prima della sua morte. Comin era fuggito da un treno diretto in un lager e il parroco del suo paese lo aveva mandato proprio a quel comando, dove lo uccisero scambiandolo per un osovano. Si salvò soltanto Aldo Bricco, che si gettò giù per un costone innevato con diverse pallottole in corpo. Lo credettero morto, e questo gli salvò la vita.

I giorni di Bosco Romagno

Gli altri prigionieri furono portati a valle. Nei giorni seguenti vennero processati sommariamente e fucilati a gruppi fra i boschi e i vigneti dei Colli orientali, fino a Bosco Romagno. Le vittime furono diciassette in tutto, e le famiglie ritrovarono i corpi soltanto a guerra finita.

Fra loro c’era un ragazzo di diciannove anni, Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo, che si era scelto il nome di battaglia “Ermes” in ricordo di Ermes Parini, disperso in Russia. Qualche mese prima aveva scritto a casa di uno scontro con un commissario garibaldino che gli aveva puntato la pistola alla fronte: «A fronte alta dichiariamo di essere italiani e di combattere per la bandiera italiana, non per lo straccio russo». Lo uccisero il 12 febbraio. Quando la notizia arrivò a Casarsa, Pier Paolo raccontò in una lettera della madre «chiusa in un dolore ormai senza lacrime». Anni dopo si sedette sul banco dei testimoni al processo di Lucca.

La verità dei tribunali

La giustizia, seppur lentamente, arrivò. Il processo, istruito a Brescia, fu trasferito a Lucca per il timore di pressioni e si chiuse in primo grado il 6 aprile 1952. Gli imputati erano 51 e i condannati una quarantina; tre ebbero l’ergastolo, fra cui Toffanin, giudicato in contumacia. Nel 1954 la Corte d’appello di Firenze andò più a fondo. Scrisse che la strage era stata «un atto tendente a porre una parte del territorio italiano sotto la sovranità jugoslava» e giudicò infondate le accuse di collaborazionismo rivolte alla Osoppo. Di De Gregori riconobbe la «profonda avversione verso il nazifascismo», aggiungendo che su di lui «nessuna ombra può quindi rimanere». Nel 1957 la Cassazione confermò le condanne.

Eppure, fra amnistie e condoni, quasi nessuno dei condannati scontò davvero la pena. Toffanin riparò in Jugoslavia, continuò a difendere quell’azione come un atto di guerra e morì in Slovenia nel 1999.

Per molti anni Porzûs rimase un nervo scoperto, una pagina che una parte della memoria antifascista preferiva lasciare in ombra. Il primo libro dedicato all’eccidio fu Porzûs. Due volti della Resistenza di Marco Cesselli, uscito nel 1975. Da allora il dibattito è cresciuto, anche grazie a letture dissonanti come quella di Alessandra Kersevan, che ha contestato l’impianto dei processi. La svolta verso una ricostruzione pienamente storiografica è arrivata nel 2012 con il volume collettivo curato da Tommaso Piffer per il Mulino, Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale, con contributi fra gli altri di Elena Aga Rossi e Paolo Pezzino. Lo stesso Piffer, docente all’Università di Udine, ha poi pubblicato con Mondadori Sangue sulla Resistenza, oggi la ricostruzione più completa. Per il quadro più ampio del confine orientale, rimane un contributo prezioso Trieste ’45 di Raoul Pupo, che a Porzûs dedica un capitolo.

Il film

Nel 1997 Renzo Martinelli ha portato questa storia al cinema, con una sceneggiatura scritta insieme a Furio Scarpelli. Il film è costruito come il confronto fra due vecchi: Storno, sopravvissuto alla strage, va in Slovenia a cercare Geko, il comandante gappista ispirato a “Giacca”, e insieme rivivono quei mesi fra il 1944 e il 1945. Gastone Moschin e Gabriele Ferzetti interpretano i protagonisti da anziani, mentre Lorenzo Crespi e Lorenzo Flaherty li interpretano da giovani; per questo ruolo Crespi vinse il Globo d’oro come miglior attore esordiente. Il film fu presentato a Venezia ma arrivò in televisione soltanto molti anni dopo, nel 2012, così che Martinelli parlò apertamente di censura politica.

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