Mufasa. La forza della pienezza
Mufasa. La forza della pienezza

Mufasa. La forza della pienezza

Il Re, il padre e la crisi dell’immaginario occidentale

Di Vincenzo Pellegrino

Il mito non si genera nella pienezza ma nella frattura. C’è un istante, nella gola, in cui la polvere si posa e un cucciolo preme il muso contro il corpo inerte del padre, lo chiama, lo scuote, non ottiene risposta. In quel silenzio Mufasa cessa di esistere come creatura e comincia a esistere come forma, come misura contro cui ogni gesto successivo verrà valutato. La sua morte trasforma la storia del personaggio. Ciò che era presenza diventa assenza e proprio per questo comincia ad agire nella coscienza di chi resta. Il mito di Mufasa non racconta allora soltanto chi egli fosse, ma cosa accade quando una certa idea di pienezza viene meno e lascia dietro di sé il contorno di ciò che eravamo prima di dimenticarlo.

Per capire quale pienezza venga perduta, bisogna tornare a ciò che Mufasa è prima della caduta: il Re. Il suo regno non somiglia ad alcun dominio terreno. Non governa le Terre del Branco come un proprietario governa un possedimento, le abita come un organismo abita il proprio corpo, sentendone ogni variazione, ogni respiro. Quando all’alba conduce Simba sulla rupe e gli mostra il territorio che un giorno sarà affidato alla sua cura, il Cerchio della Vita non viene presentato come una semplice lezione sul funzionamento della natura. È il principio attraverso cui Mufasa insegna al figlio a comprendere il proprio posto nel mondo: il leone nutre la terra morendo, la terra nutre l’erba, l’erba sfama l’antilope, l’antilope diventa preda del leone. Ogni essere occupa una posizione determinata, ma nessuno esiste interamente per sé stesso. La gerarchia esiste, ma non coincide con la separazione. Il Re può stare al centro dell’ordine senza esserne estraneo, perché il suo potere consiste nel custodirne l’equilibrio. La sua sovranità ha la qualità silenziosa della gravità: non si impone, si sente.

È proprio questa forma di sovranità a rendere incomprensibile, prima ancora che pericolosa, la logica di Scar. Mufasa pensa il mondo attraverso il legame e fatica perciò a concepire una volontà che del legame faccia un ostacolo. Scar vuole sottrarsi a ciò che lo vincola agli altri e ricostruire l’ordine attorno a sé. La sua ambizione consiste nel rifiuto della reciprocità da cui il regno di Mufasa trae legittimità. Per questo il Re non cade davanti a una forza superiore alla sua. Cade perché non riconosce, finché è troppo tardi, una logica estranea alla propria. La fiducia che rende possibile il suo mondo diventa il varco attraverso cui quel mondo viene colpito.

Eppure il Re non esaurisce Mufasa. Prima dell’autorità c’è il corpo, e nel corpo si rivela la sicurezza da cui quella autorità nasce. Ci sono il suo odore di savana all’alba, le zampe enormi che si lasciano intrappolare dal cucciolo in un gioco di lotta mattutina, il muso che finge severità e si tradisce in una risata bassa, gutturale. C’è la pazienza quasi comica con cui tollera un uccello che gli cammina sul naso protestando. In questi momenti la sua forza non ha bisogno di essere esibita. La mascolinità di Mufasa non nasce dalla durezza, ma da una sicurezza abbastanza profonda da poter accogliere la leggerezza senza sentirla come una minaccia. La tenerezza, in lui, è ciò che una forza sicura di sé può permettersi.

Da questa sicurezza nasce il padre. La sua pedagogia procede attraverso la capacità di mostrare il mondo e il posto che il figlio dovrà trovare al suo interno. Lo porta in cima alla rupe e gli indica il regno nella sua interezza, insieme ai confini che non dovrà oltrepassare. Dopo il cimitero degli elefanti lo rimprovera, ma sotto la collera si sente il terrore di chi ha visto la morte sfiorare il proprio figlio. E quando gli mostra le stelle, la lezione assume un’altra profondità: un giorno il padre non ci sarà più, e il figlio dovrà continuare a camminare senza di lui.

La paternità di Mufasa consiste nel preparare Simba al momento in cui quella protezione non ci sarà più.

Quella verità si compie nella gola. Mufasa muore salvando Simba e, con la sua morte, la sua autorità cambia natura. Quello che aveva insegnato al figlio deve ora vivere senza di lui. Non può più guidare il figlio dall’esterno; può soltanto continuare a vivere in ciò che gli ha trasmesso. Quando la sua voce ritorna tra le nuvole e gli chiede di ricordare chi è, non impartisce un ordine nuovo. Riporta alla luce qualcosa che era già dentro di lui. Il padre è ormai assente, ma proprio per questo può diventare coscienza.

È forse questa trasformazione a spiegare perché Mufasa continui a parlare al nostro immaginario. La sua figura conserva una forma di uomo, padre e autorità che il nostro tempo fatica sempre più a rappresentare. Il contrasto emerge nella narrativa popolare contemporanea, dove la frattura è diventata spesso il presupposto stesso della profondità: un personaggio vale perché è stato spezzato, un’autorità perché è corrotta, una relazione perché è tormentata.

Il grimdark ne offre una delle espressioni più evidenti. Il potere appare quasi inevitabilmente corrotto, il sovrano è grande quando è crudele, o quando è stato spezzato, la nobiltà viene sospettata come una maschera dietro cui si nasconde la violenza. La crudeltà viene scambiata per profondità, la disillusione per realismo. Il problema non è che il grimdark rappresenti il male o la corruzione: il mito lo ha sempre fatto. È che la corruzione tende a diventare il punto di partenza privilegiato per conferire profondità a un personaggio, mentre una figura integra rischia di apparire ingenua. La grandezza viene così cercata nella sopravvivenza alla rovina più che nella capacità di edificare un ordine.

Nel romance, e ancora più marcatamente nel romantasy, questa logica si trasferisce dentro la relazione. Il desiderio viene reso intenso attraverso il possesso, la gelosia, l’ossessione, l’asimmetria del potere e l’oscillazione tra attrazione e ferita. La relazione acquista spessore nella misura in cui diventa conflitto, conquista o dipendenza. Ma il problema non riguarda soltanto ciò che viene raccontato: riguarda il modo in cui la relazione finisce per organizzare l’intera narrazione. Il mondo, la politica, l’avventura, i personaggi secondari e persino il conflitto tendono a diventare funzionali alla coppia centrale. La costruzione del mondo diventa scenografia; il conflitto, un ostacolo da superare; gli altri personaggi, strumenti della dinamica sentimentale; il trauma, la chiave che spiega il desiderio.

È qui che la questione diventa anche letteraria. Quando tutto deve servire la stessa relazione, il mondo perde autonomia e la scrittura perde respiro. I personaggi vengono definiti soprattutto dalla funzione che svolgono nella coppia, gli eventi dalla capacità di alimentarne la tensione, e la scrittura stessa finisce per piegarsi alla necessità di mantenere acceso il desiderio e prolungarne l’attesa. Ne deriva una forma narrativa spesso povera non perché racconti l’amore, ma perché rinuncia a tutto ciò che potrebbe esistere oltre l’amore dei protagonisti. La storia non apre un mondo nel quale la relazione trova il proprio posto: costruisce un mondo affinché la relazione possa continuare.

La fortuna di queste forme non è però soltanto una questione di mercato o di gusto. 

Queste forme narrative rendono familiari disposizioni che appartengono a un immaginario più ampio: la frammentazione, la diffidenza verso l’autorità, la centralità della ferita, la confusione tra possesso e amore e tra violenza e autenticità, fino a sembrare naturali. Quando la relazione tossica viene caricata di un’intensità che la relazione reciproca non sembra possedere, la letteratura non sta semplicemente descrivendo una sensibilità: sta contribuendo a darle una forma desiderabile. 

La cultura non si limita a raccontare ciò che siamo; contribuisce anche a stabilire ciò che ci appare plausibile come esperienza umana.

È qui che Mufasa può apparire, oggi, quasi sovversivo. Perché rende nuovamente pensabile una forza che non ha bisogno della crudeltà per affermarsi. È un Re che non domina per paura, un padre la cui autorità non cancella la tenerezza, una figura maschile che non deve scegliere tra fermezza e cura. La sua grandezza consiste nel non aver bisogno di diventare invulnerabile.

La sua estraneità al nostro tempo sta proprio qui. Mufasa non è difficile da comprendere; è difficile da credere. Ci costringe a prendere sul serio una possibilità che il nostro immaginario ha progressivamente imparato a considerare sospetta: che la forza possa essere integra, che l’autorità possa essere benevola, che l’amore possa non avere bisogno del possesso per essere profondo. La frattura continua a sembrarci più realistica della pienezza.

È per questo che riprendere oggi la figura di Mufasa significa recuperare qualcosa di più preciso della nostalgia. Quando quella voce risuona nel buio di una notte qualsiasi, non restituisce semplicemente un padre perduto. Restituisce la memoria di una forma di uomo che il nostro tempo non ha smesso soltanto di incontrare: ha quasi smesso di immaginare.

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