La svastica nel celeste Impero. La guerra cognitiva cinese e il progetto di unità europea
La svastica nel celeste Impero. La guerra cognitiva cinese e il progetto di unità europea

La svastica nel celeste Impero. La guerra cognitiva cinese e il progetto di unità europea

Di A. P.

Secondo lo storico bordighista marxista A. Peregalli, Mao fu anzittutto un nazionalista integrale identitario “Han”, massimo protagonista di una rivoluzione nazionale borghese in un contesto asiatico – ben più o ben prima che un comunista o marxista; fu il laeder cinese, non il Führer, l’autentico antistalinista e antisovietico del XX secolo.

Il Grande Timoniere, sostenitore attivo e esplicito delle forze nazionaliste indonesiane anticomuniste di Sukarno, di quelle antimarxiste cilene di Pinochet, di quelle spagnole di Francisco Franco e di Carrero Blanco, con la linea orizzontale e con la teoria dei tre mondi sviluppò una doppia strategia tesa da un lato alla creazione di una zona intermedia tra USA e URSS per rompere l’equilibrio instauratosi a Yalta con la Seconda guerra mondiale, dall’altro all’espansione economica di Pechino verso i paesi “sottosviluppati” mediante cui promuovere l’egemonismo politico su quei mercati. Tuttora la dottrina militare cinese si basa sulla dottrina nazionale maoista; nei tempi recenti vi è stata non a caso una netta rivalutazione della dottrina militare maoista. Gli occidentali, abbindolati ed estasiati dalle analisi assai parziali di Kissinger, hanno voluto differenziare una presunta dottrina difensiva cinese, tecnica, da una più offensiva maoista; ma i fatti, anche odierni, ci sembrano aver completamente smentito queste previsioni del politilogo occidentale.

La dottrina strategica cinese svelata originariamente al mondo nei documenti a tutta prima segreti del Kung-tso T’ung-hsun (Bollettino delle Attività) non risente dell’astratta distinzione kissingeriana tra tecnici e politici o tra difensivisti e offensivisti; tantomeno vorrebbe leggere il mondo odierno con gli occhi antichi di un Sun Tzu per quanto rivendichi un millenario tradizionalismo “Han”; al di là della teoria della Guerra popolare, l’originalità della strategia maoista – tuttora vigente nell’eccellente realismo ideocratico esplicitamente neo-maoista di Xi Jinping – è la prassi cercata e attuata che il nemico nella sua stessa essenza rappresenta la migliore fonte di approvvigionamento del rivoluzionario o del militante nazionalista cinese, cioè che i suoi arsenali e le sue truppe di prima linea (siano esse politiche militari culturali economiche), sono da ritenersi come la più importante fonte di rifornimenti; il militante cinese è incoraggiato in ogni modo a migliorare il suo equipaggiamento (sia esso politico militare culturale) impadronendosi con ogni mezzo o con ogni sotterfugio – se necessario – delle più importanti armi del nemico. La forza principale del militante rivoluzionario nazionalista cinese maoista o neomaoista è dunque il nemico stesso.

Anche la ritirata, secondo la concezione strategica del Grande Timoniere, non è un disonore, dal momento che l’obiettivo finale è vivere per combattere di nuovo in condizioni più favorevoli. Il coraggio e il sacrificio patriottico nazionale sono importanti; ma le avventure sono da ritenersi riprovevoli. Un altro elemento fondamentale, che non troviamo nelle omologhe dottrine occidentali, è la “pazienza”. Si presuppone infatti che forze indottrinate abbiano pazienza e volontà di combattere una guerra prolungata di lunga durata, superiore a quella dei nemici “decadenti” (russi e occidentali). Dal momento che Mao è l’autorità tuttora riconosciuta da certi circoli militari nazionalisti cinesi, alcuni credono che il tipo di guerra da lui sostenuto consista quasi esclusivamente in una guerra di guerriglia. La sua dottrina è in realtà molto più sottile e complessa: prevede sia la guerra di movimento convenzionale sia la guerra di posizione, a seconda dello stadio e della fase del conflitto.

Ma il capolavoro strategico e dottrinario di Mao, contro il fanatismo dell’epoca – fosse quello militarista di Lin Biao o quello ultracollettivista o comunista di certe fazioni della Rivoluzione culturale che poi saranno rappresentate dalla Banda dei Quattro –, è la teoria del Fronte (mondiale) Unito, così come rivendicata, analizzata e applicata oggi dalla dirigenza Xi Jinping. La teoria del Fronte Unito affonda le sue radici nella visione maoista secondo cui senza contraddizione non v’è vita e l’uno si separa sempre in due o in tre. Il motore della storia è dunque il conflitto e la lotta; Mao fu probabilmente il più grande leader e condottiero dell’intera storia contemporanea (superiore forse anche a occidentali come Napoleone, Mussolini, Robespierre, Churchill), ma ha fatto anche certamente uso in talune occasioni del terrore politico; ciò si giustificherebbe in tale strategia dato che in taluni momenti storici, ove non vi fosse altra via per propiziare un grande parto di civiltà, non vi sarebbe purtroppo altro mezzo che quello. Nel caso del Fronte (mondiale) Unito si tratta, secondo la dirigenza odierna cinese, di una “occulta arma magica” lasciata in dote dal Presidente Mao alla Cina nazionalista rivoluzionaria dei nostri tempi; una rete globale di relazione e individui, con migliaia e migliaia di organizzazioni satellite a Hong Kong, Macao, Taiwan e altrove (pure in Italia).  Al tempo stesso, sia la logica di produzione su larga scala e produzione interna di tecnologia militare, sia quella di “Guerra illimitata” o di Guerra Cognitiva (che è stata decisiva ai tempi del Covid-19 quando una “rivoluzione colorata” da Hong Kong si stava diffondendo anche nella Cina interna), in preparazione di un futuro conflitto internazionale che potrebbe vedere coinvolta la Cina, sia l’educazione antropologica e ideologica, neo-maoista, rientrano nella pratica del Fronte (mondiale) Unito, smentendo le tesi degli storici generali antimaoisti, come il notorio marxista Lo Jui-ch’ing, secondo cui la scienza militare non andava confusa con l’ideologia politica volontarista e antideterminista di scuola “nazionalista borghese” di derivazione maoista.

Quanto al Fronte, Mao si raccomandò che l’azione non comunista e nazionalista integrale sarebbe molto più efficace di quella dogmatica marxista di scuola stalinista; tuttora il principio “antimarxista” e maoista secondo cui gli uomini sarebbero superiori sia alle armi che alla tecnologia, sia alle forze produttive vige nella logica di milizia ideologica nazionalista dell’esercito cinese, come ha precisato lo storico James Gregor, il maggior studioso americano del fascismo e della Cina nazionalista e antioccidentale. In base a quanto delineato non può perciò stupire che la dirigenza di Pechino caldeggi esplicitamente come fase strategica fondamentale l’unificazione europeista su base neo-prussiana o nazionalsocialista; non a caso, tra gli ideologi del Fronte Unito il filosofo del diritto tedesco filonazista Carl Schmitt rimane probabilmente la stella polare. In questa direzione la teoria del Fronte Unito – con annessa l’unità di una nuova Europa germanica o germanizzata da integrare nella grande ecumene islamica – differenzia in modo radicale la visione e la prassi mondiale di Pechino da quella russa, incentrata sul motivo della difesa assoluta del mondo “cristiano” da ciò che la dottrina russa definisce “la massima minaccia” delle nuove generazioni, dei minori e della famiglia tradizionale.