Sicurezza nazionale americana: un dilemma strategico
Sicurezza nazionale americana: un dilemma strategico

Sicurezza nazionale americana: un dilemma strategico

In Italia ci si divide tra filo-americani e anti-americani cadendo però il più delle volte in dettagli secondari e del tutto inessenziali, sia in relazione alla vita americana sia, soprattutto, alle nostre esigenze primarie. In realtà, per chiunque abbia anzittutto a cuore il destino patriottico e nazionale italiano, la questione americana andrebbe affrontata non con lo sguardo del tifoso (pro o anti USA) ma con quello della sicurezza strategica mediterranea, ormai scappata decisamente di mano a causa dell’antagonismo anti-italiano guidato dall’europeismo interno o estero negli ultimi venti anni.

Negli USA esiste non a caso un peculiare dilemma, già ben individuato dal politologo Arnold Wolfers alla fine del 1953, dovuto proprio alla strategia dell’interesse della sicurezza nazionale che ne ha condizionato la politica interna ed estera. Nel passaggio storico dal cosiddetto isolazionismo all’internazionalismo democratico wilsoniano, il fronte nazionale “isolazionista” (identificabile con una categoria che si può definire di destra o estrema destra storica, avente nel nazional-populismo di Andrew Jackson – una sorta di Mazzini americano ante litteram – l’indiscussa stella polare) ha più volte delegittimato l’interventismo globalista e imperialista di scuola democratica o newdealista1. Esso sarebbe un’astratta e anti-americana immissione di concetti e prassi europee o anglosassoni nel campo della sicurezza interna, che avrebbe perciò destabilizzato e minacciato la corretta evoluzione della Democrazia repubblicana decisionista-nazionalista americana.

Sicurezza
Un ritratto di Andrew Jackson

La strategia della sicurezza nazionale neo-jacksoniana fonda dunque l’american way of life sull’eventuale missione ed evoluzione delle anime nazionali e delle varie identità nazionali spiritualistiche nel loro divenire ed evolvere storico; come avvenne nel Risorgimento italiano di sostanza mazziniana. Dunque, quanto di più lontano dal fanatico messianismo escatologico Liberal o Dem di radice vetero-testamentaria e classificabile come universalismo astratto di sinistra estrema o radicale, basato sulla necessità “religiosa” di bombardare per redimere popoli e nazioni che, allo stadio attuale, non vorrebbero “progredire” sulla via di una presunta evoluzione degli esclusivistici e iper-identitari “diritti civili” di tipo omosessista o queer woke.

I nazionalisti neo-jacksoniani americani accusano, di conseguenza, gli interventisti imperialisti neo-wilsoniani di aver creato una vera e propria religione assolutista monopolare, artificiale, anti-nazionalista (quindi radicalisticamente antiamericana) e di basarsi all’interno su media corrotti, tribunali corrotti e antidemocratici, e su catene dello Stato Profondo con la manovalanza di truppe mercenarie quali i noti BLM, Antifa, Lgtbq +, Movimento Woke nell’occidente metropolitano; e altrove con l’ausilio di rivoluzionari colorati di organizzazioni basate sulla più fanatica violenza religiosa e politica, come nel caso del cosiddetto “neonazismo ucraino” e del fondamentalismo anticristiano nel Vicino Oriente e nell’Europa meridionale.

In effetti, nella storia contemporanea americana il creed jacksoniano avrebbe espresso solo due presidenti: Richard Nixon, fatto fuori non a caso dal Deep State e dall’ala kissingeriana, e Donald Trump, anche lui sotto attacco permanente dello Stato Profondo e delle sue truppe cammellate. Su Ronald Reagan il giudizio degli strateghi della sicurezza nazionale anti-globalista è controverso, non univoco e non può essere affrontato qui.

Il creed jacksoniano, divenuto ormai una precisa direzione di sicurezza strategica, non può essere perciò catalogato, con lenti troppo italiane, come una forma di neofascismo statunitense, come sostiene il ricercatore marxista Sandro Moiso in un suo studio comunque scientifico e obiettivo2; né tantomeno come una sorta di socialdemocrazia europea all’americana, come sostiene l’analista A. Spannaus. Di certo è però espressione di una precisa linea che origina, come altri fenomeni sociali o politici contemporanei, dal nazionalismo romantico storico (liberale, populista o sindacalista rivoluzionario che questo sia).

Di recente, Jeremy Shapiro, direttore dell’European Council on Foreign Relations, ha tentato di indagare le radici ideologiche e sociali di quelle che lui considera le tre principali famiglie del creed jacksoniano da cui potrebbe uscire l’imminente – e probabilmente definitiva – strategia di sicurezza nazionale americana negli anni futuri e si continua, antistoricamente, a definire Donald Trump un isolazionista. Alla base di queste ricerche c’è evidentemente la volontà di spaventare gli europei,
che hanno già assaggiato il bastone Dem e Liberal di Obama e Biden, con anni di guerre continentali interne e confini pieni di sangue e terrore. Per quanto l’intera famiglia repubblicana, dopo gli anni delle presidenze globaliste e neo-wilsoniane di Bush, sia correttamente tornata al nazionalismo jacskoniano e all’esigenza di una strategia di sicurezza nazionale consona a tali principi grazie a Trump, a Bannon, a Pompeo, è chiaramente inconcepibile nel contesto odierno un isolazionismo democratico-jacksoniano puro come ce lo rappresentava il grande Alexis de Tocqueville nella sua insuperata disanima del sistema americano.

La differenza strategica fondamentale è quindi da vedersi sulla necessaria proiezione asiatica, in relazione all’ascesa ormai evidente, dalla rivoluzione mondiale Covid a oggi, della Cina verso il primato mondiale. Se i Dem e i loro strateghi, tutto sommato fedeli ai dogmi strategici europei kissingeriani, continuano a pensare che sia possibile la coesistenza pacifica o la distensione alla Jalta con una superpotenza “rivoluzionaria” che si basa nonostante tutto sui principi ideocratici “marxisti/leninisti”, l’America First (che è il verbo comune e univoco delle nuove famiglie repubblicane e dei loro strateghi) pensa di contro all’inevitabile declinazione tattica controrivoluzionaria del “o con noi o contro di noi” come potenza di effetto contro-egemonista rispetto all’Impero di mezzo vedendo conseguentemente in Taiwan – e più precisamente nelle sue frazioni ultranazionaliste – l’unico alleato strategico del neonazionalismo statunitense.

Di fronte all’ormai evidente fallimento strategico bidenita e Dem sul fronte ucraino e su quello medio-orientale, per gli europei o i mediterranei vi sarà sempre meno spazio e attenzione, a meno che questi ultimi non vogliano in qualche modo essere parte attiva nel nuovo disegno strategico statunitense, completamente incentrato sul focus asiatico. La recente morte di Kissinger finisce dunque per avvertirci, anche simbolicamente, della fine storica di ogni europeismo internazionalista americano, più o meno neo-wilsoniano, più o meno distensionista rispetto a forze o superpotenze rivoluzionarie; ciò varrà in modo particolare proprio sul piano della sicurezza nazionale, per la quale la direzione dell’America First di Trump (o di chiunque sarà al suo posto) è ormai una direzione necessaria.

1Dal New Deal di F.D. Roosevelt.

2Carmilla on line | Hard working men: alle radici del fascismo di Trump (e non solo).