D’ARRIGO, L’ORCA, L’EPICA

D’ARRIGO, L’ORCA, L’EPICA

05/08/2021 Off Di Aurora Admin
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Di: Francesco Subiaco

Ci sono scrittori che scrivono libri sul mare, trasformandolo in un fondale, in una allegoria con cui si confronta l’essere umano. Come Conrad, Baudelaire, Hemingway, gli autori della letteratura marinaresca. Poi ci sono scrittori che scrivono libri che possono “essere il mare”. Uno è Herman Melville, con il suo Moby Dick, l’altro è Stefano D’Arrigo. D’Arrigo è per George Steiner, uno dei massimi critici del novecento, il più grande scrittore italiano dal dopoguerra in poi, l’unico in grado di scrivere un libro sul mare, sull’uomo e sul destino capace di darsi del tu con Melville. Tale libro è l’”Horcynus Orca” il nostos del ritorno in patria di un giovane ex militare della regia marina dopo l’armistizio dell’otto settembre. Ritorno che, a differenza dell’odissea, non è segnato dal ricongiungimento con l’eterno, con la rinascita, col nuovo corso, ma che coincide con la sventura e la tragedia. Scrivendo “il più grande poema epico in prosa” della letteratura italiana. Un libro enigmatico e complesso, di oltre mille pagine nato da un travaglio letterario iniziato nel 1958 e conclusosi negli anni settanta con la suo pubblicazione. Attraversando l’espressionismo, la ripresa del verismo e lo sperimentalismo linguistico. In una lingua magica che fonde italiano e il siciliano dotto dei gattopardi con quello ruvido dei pelli squadra(i pescatori dello scilla e cariddi). Un’epopea a metà strada con il flusso di coscienza dell’Ulysses e lo scontro tra uomo e natura di Moby Dick, le atmosfere e le voci del ciclo dei vinti di Verga e gli echi classici della tradizione epica. Compiendo la discesa infernale verso quella terra dell’oltretomba “che è la Sicilia”. Riprendendo la biblica vicenda del Leviatano, il ritorno in patria dell’odissea e la visione disincantata e squisitamente siciliana dei Malavoglia. Una opera ricca di voci, di monologhi, di deliri. In cui ogni frammento non è lasciato al caso e le parole si caricano di un ancestrale e scabro massimo significati. Inventando un siciliano raffinato e italianizzato, il siciliano delle fere, i delfini da sempre nemici dei pescatori. Un libro che viene analizzato nella esegesi da poco pubblicata da MIMESIS: “L’Orca e la regina” a cura degli studiosi Blasi e Francucci. Una raccolta di saggi che mostra il romanzo come la straordinaria immersione in un mondo orale, arcaico, crudele e disperato. Un mondo che a più a cuore la sopravvivenza che i sentimenti, la lotta piuttosto che la passione. Un contesto travolto dalla ferocia della guerra, che annienta e altera quel regno crudele e superstizioso, le regole naturali e i dettami sociali. La guerra e il mare annegano nella lotta dell’uomo contro la morte, di Ndrjia contro L’Horcynus Orca . ricordando sempre che come sottolineò Savinio l’etimologia del mare, sedimentata in antiche parole indoeuropee, è connessa a quella della morte e della desolazione. L’Horcynus Orca di D’Arrigo va quindi letto come il romanzo che cerca di rappresentare il mare, cioè la morte ed in ultima istanza la desolazione dell’esperienza umana. Temi che non vengono spiegati mai, ma sempre allusi, suggeriti. Suggerimenti che possono essere meglio capiti grazie al saggio riproposto dalla casa editrice MIMESIS.