La Danza Macabra. Bergman e il Settimo Sigillo

La Danza Macabra. Bergman e il Settimo Sigillo

11/11/2018 Off Di Yuri Di Benedetto
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Alla Sala Pegasus è stato trasmesso il capolavoro del regista svedese nel centenario della sua nascita.

 

Oggi più che mai in un mondo che viaggia a velocità disumane nell’informazione, nella crescita e nello sviluppo dell’uomo, serve ritrovare la capacità di aprire una riflessione su alcuni momenti e passaggi obbligati che vengono ignorati volontariamente perché schiacciati in un orizzonte eterno di un edonismo nichilista. Serve oggi comprendere come la si spende, questa cosa così comune e banale chiamata vita. Lungi dal prestare il fianco a letture di stampo cattolico/cristiane si cerca di innescare riflessioni profonde in tutti noi, credenti o meno, sul significato di questo nostro viaggio sulla terra. E In questa riflessione chi può aiutarci è sicuramente un genio del cinema che risponde al nome di Ingmar Bergman di cui, quest’anno, ricorrono i cento anni dalla nascita. A più di sessant’anni dall’uscita del suo film, forse il più famoso, Il Settimo Sigillo (1957), riproponiamo la pellicola che fa della metafora e dell’invito alla riflessione interiore una sua peculiare caratteristica. Uscito in Italia nel 1958, questo film va rivisto e meditato ancora proprio alla luce dei temi di cui accennavamo sopra.

Frutto della genialità del grande regista il film affronta in maniera sincera e diretta il tema della morte in un modo profondamente mistico e nello stesso tempo spietatamente aderente alla realtà. E lo fa attraverso la storia di un cavaliere, Antonius Block, che torna, dopo dieci anni di crociate, nel suo paese (la Danimarca) per riprendere la via verso casa. Proprio in questo momento importante della sua vita viene assalito dai dubbi di fede e si trova ad affrontare, lontano dalle battaglie e dalla drammaticità della guerra, il senso della vita cercando di farne i conti e di comprenderla nei suoi mille aspetti. Soprattutto perché la vita non è infinita e da un giorno all’altro la morte può venire a reclamartela. Così avviene infatti! Dopo anni di battaglie e di onorato servizio, si trova di fronte alle mille domande che un ateo teorico si pone con estrema sofferenza e disperazione. Ma l’indole guerriera gli impone di resistere anche alla morte così come fanno tanti uomini duri ma al contempo abituati a combattere e a rischiare senza paura. E lui farà lo stesso anche in questa occasione, soprattutto perché non può permettersi lasciare questo mondo senza avere delle risposte sull’esistenza in generale e senza scoprire il perché della sua vita e delle sue esperienze. Il suo ruolo è un altro: Block è un essere al di fuori del proprio tempo e che si fa portatore di tutti i dubbi e le paure che, a causa della loro ignoranza, sono preclusi agli altri personaggi. Egli è un nostro contemporaneo trapiantato in un’epoca che non gli appartiene, pertanto il suo unico interlocutore in quel contesto può essere solamente qualcuno che trascenda la natura umana; in questo caso, la Morte. Con essa, Block inizia la propria danza, presentata attraverso la straordinaria allegoria della partita a scacchi.

Inizia così la famosa partita a scacchi che durerà il tempo necessario per poter dirimere i suoi dubbi. Nel frattempo intraprende il cammino verso casa accompagnato dal suo fedele scudiero Jons, personaggio cinico e freddo, estremamente razionale e con un grande senso dell’onore. Quest’ultimo forse rappresenta un atteggiamento completamente opposto a quello di Antonius: un ateismo pratico che rifiuta di farsi domande e che lo fa vivere con pragmatismo ed estrema razionalità ma sempre seguendo un codice d’onore che il periodo storico gli ha inculcato vivendo in un’epoca di cavalieri, di battaglie e di onori.

La ricerca di Antonius inizia parallelamente al suo viaggio verso casa e altro non è che una sintesi dell’esistenza umana dove si incontrano le più grandi miserie degli esseri umani, i peccati più diffusi come quelli rappresentati dall’adulterio del suadente attore con la popolana preceduto dal vizio della gola e della lussuria. Ma dove si incontra anche la sofferenza e il dolore rappresentato dalla peste che affligge l’Europa di quel secolo. Nell’assistere alla morte ed alle sofferenze atroci degli uomini, Antonius sente sempre più il bisogno di allungare la partita a scacchi con il suo antagonista al fine di avere maggior tempo per vivere e conoscere il mistero della vita stessa. Arriva perfino ad avvicinarsi ad una strega condannata al rogo in procinto di essere bruciata per avere delle luci sull’aldilà, cercando di strapparle delle notizie, dei lumi su quello che lei potrebbe aver visto nei suoi riti di magia nera. E’ la disperazione dell’ateismo presente nei cercatori di verità proprio come lo stesso regista Bergman che ha trascorso l’intera vita con questa costante caratteristica, espressa più volte nei suoi numerosi film. Mai come in questo però Bergman traccia un quadro generale e dettagliato dei diversi atteggiamenti che l’Uomo ha di fronte alla morte. E lo dice espressamente nel film, anzi lo fa dire chiaramente al pittore che lo scudiero Jons incontra in una chiesa in ristrutturazione. Il pittore sta affrescando una parete sulla quale ha disegnato un paesaggio apocalittico a cui però non dà nessuna spiegazione. “Io mi limito a rappresentare la realtà così com’è”. A voi la scelta di chi essere e come essere. E’ la spiegazione che dà Bergman allo spettatore. Non giudicare ma dare un quadro vero della realtà.

Nel percorso di Antonius e Jons si ritrovano altre figure significative iniziando da una giovane donna salvata dal tentativo dell’ennesima violenza subita, senza più casa, senza più famiglia, nel pieno della povertà e disperazione. Per lei la morte sarà una liberazione, una speranza di un qualcosa di migliore rispetto all’inferno passato in vita tra lutti e persecuzioni. In fondo il film descrive proprio questo: l’atteggiamento di ognuno di fronte alla morte ed alla fine del mondo. Non è un caso che sia ambientato in pieno medioevo nei secoli dove il pensiero della morte, del giudizio e del Giudice erano costanti. Il Settimo Sigillo infatti, nel libro dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo, è l’ultimo lucchetto che permetterà l’apertura del libro che svelerà la Verità a tutti gli uomini non prima dello scatenarsi di avvenimenti catastrofici.

L’incontro più importante Antonius l’avrà con la coppia di menestrelli che girano i villaggi esibendosi nelle piazze per allietare l’umore dei ciittadini. La coppia, con un figlio, è composta da Mia, moglie devota di un’allegria e di una bontà immensa e Jof, uomo buffo e semplice innamoratissimo della sua donna, in possesso di una fede enorme e di una profonda vita soprannaturale (che gli permette di vedere la Vergine che cammina sui prati o di avere altre esperienze mistiche). L’incontro con loro è fondamentale per ricordare ad Antonius innanzitutto della presenza nel mondo anche dell’Amore, della bontà; in una parola della Carità, rappresentata proprio da Mia la quale lo accoglie a braccia aperte con gentilezza e affetto. Accanto a lei Antonius trova subito il figlio, ancora poppante, che prende in braccio riscoprendo la Speranza della vita. Ed infine c’è l’incontro con Jof, l’uomo che incarna la Fede verso Dio. Un incontro pertanto che allegoricamente rappresenta la riscoperta di Dio attraverso le tre virtù teologali che nella tradizione della Chiesa sono appunto la Carità, la Speranza e la Fede (come i tre componenti di quella famiglia di giostrai). Ed è proprio sull’episodio in cui Antonius salva i suoi tre nuovi amici che si basa la svolta della storia. Durante una notte particolarmente scura e con la tempesta imminente, Jof si accorge della presenza della morte intenta a giocare a scacchi col cavaliere e decide pertanto di fuggire. Antonius, capendo che la sua situazione sta mettendo in pericolo quella brava famiglia, “distrae” la morte, coprendo la fuga di Jof, ma per far questo commette un errore nello spostamento delle pedine regalando di fatto la vittoria alla sua avversaria, e quindi donando la sua vita per salvare i suoi amici altrimenti coinvolti in quell’abbraccio mortale. A quel punto, una volta giunto nel proprio castello, tutta la compagnia del viaggio si ritrova davanti al momento del trapasso; di fronte ad esso escono fuori tutti gli atteggiamenti teorizzati fino a quel momento.

L’inutile  freddezza dell’ateo che stringe i pugni ribellandosi a quella sentenza inappellabile, il senso di liberazione che avvolge la donna disperata dopo una vita fatta di pene e sofferenze, la semplicità del chiedere perdono ed il sapersi prostrare di fronte a qualcosa di incomprensibile che si riscontra nella coppia di popolani ignoranti ed umili, il coraggio della moglie di Antonius e la sua consapevolezza tipica di chi si è preparata da tempo a questo incontro bello e terribile, infine l’emozione mista a paura del cavaliere il quale di fronte all’ultimo istante della vita fa quello che un uomo retto e sincero pieno di speranza farebbe: congiungere le mani e chiedere aiuto al cielo.

Un film necessario oggi più che allora perché ben lungi dal fornire delle risposte concrete, ci ricorda che nella nostra condizione terrena non possiamo fare altro che affrontare ciò che ci aspetta con la consapevolezza che non tutti i dubbi possano essere sciolti e non tutte le paure esorcizzate, non finchè il biblico “settimo sigillo” resterà intatto.