SPENGLER E/O NIETZSCHE
SPENGLER E/O NIETZSCHE

SPENGLER E/O NIETZSCHE

Di: Francesco Subiaco

Nessuno come Nietzsche ha saputo incarnare e contrastare lo spirito dell’ottocento e del novecento, pur mantenendosi perennemente un inattuale, un vagabondo, un irrequieto. Aristocratico nei tempi del regno della quantità e della tecnica, individualista contro le utopie collettive, tragico mentre nel mondo si celebravano le ideologie delle lacrime. Lontano dal “filisteismo progressista”, “l’etica sociale ed utilitaristica”, non moralista come Tolstoj, rigido come Hegel, saccente come Marx. Visionario e profetico, non militante e meccanico. Ultimo testimone di una grandezza tragica che di fronte all’avanzare del mondo borghese, cedeva alle logiche dell’aristocrazia come classe sociale, elevandola a classe spirituale, non più una classe di difensori degli uomini, ma di oltre uomini. Irrazionale e nichilista, divenne il cattivo maestro di una generazione di suoi figli, nati tra fine ottocento e novecento. Da Musil a Thomas Mann, da Kazantzakis a Carmelo Bene, da Camus a Svevo. Lasciando una eredità senza discepoli, senza adepti. Non si poteva ereditare Nietzsche, come non si può ereditare il mondo. Bisognava scegliere a quali dei tanti Nietzsche ispirarsi. L’aristocratico, l’anarchico, l’indemoniato, il dionisiaco, l’eterno. Uno dei pochi che nella sua opera riuscì a raccogliere il meglio di questo “pandemonio del secolo” è stato Oswald Spengler. Autore di libri cruciali come il tramonto dell’occidente, anni della decisione, prussianesimo e socialismo. Massimo esponente filosofico della Rivoluzione conservatrice, che cercava di fondere il pensiero dell’autore di Aurora con la Kultur germanica. Fondendo l’eterno ritorno e la coscienza tragica tedesca, l’antico e l’originario, gli Junker e i Dori. Formulando una visione faustiana e pessimista che si riassume in un discorso di Spengler tenuto nell’80simo anniversario della morte dell’autore dello Zarathustra, pubblicato dall’editore CLINAMEN con il titolo “il secolo di Nietzsche”. Per Spengler Nietzsche è “l’unico tra i grandi tedeschi a nascere musicista”, con un pensiero poetante e dionisiaco che “costretto a vivere aldilà del rococò, affogava nella nostalgia di forme perdute e distrutte” che lo portava alla grande protesta contro la sua epoca, in nome di un’era tragica ed eroica. Che insieme a Goethe rappresenta una delle due facce della kultur tedesca. Dove il poeta di Weimar è il volto olimpico, razionale, apollineo, mentre l’inattuale di Lutzen è il volto irrazionale, notturno, radicale, dionisiaco. Il primo è il Bismarck della letteratura, il secondo il Ludwig 2 della filosofia. Che alla monumentalità classica preferiva l’euforia romantica, alla quiete la tempesta, all’arrivo lo smarrimento. Il quale, di fronte alla “farsa del razionalismo occidentale”, sceglieva di recuperare la vocazione critica dell’illuminismo per ribaltarla contro il mondo della ragione e della tecnica.

Nella realtà storica non regnano l’ideale, la bontà e la morale – il loro regno non è di questo mondo! -, bensì la decisione, l’azione energica, la presenza di spirito, l’intelligenza pratica. Con i piagnistei e i tribunali morali non si aboliscono i fatti. Così è l’uomo, così è la vita, così è la storia. L’opera di Nietzsche non è un pezzo di passato, di cui si possa godere, bensì un compito al quale non ci si può sottrarre. Nietzsche ha mostrato la storia per come essa è. Il suo lascito è il compito di vivere la storia in questo modo».

Sarebbe però erroneo ridurre Nietzsche alla interpretazione spengleriana, alla grande anima tedesca che urla contro il tramonto dell’occidente. Entrambi guardano ad un passato eroico, ma quello nietzschiano è quello di Sparta e degli  eroi, delle prime guerre dei romani e dei popoli omerici, mentre l’autore di Anni della decisione guarda ad un passato imperiale, augusteo, che più che ad achille si rifà a Carlo Magno, più che a Bruto a Cesare. Nemmeno la distinzione tra kultur e zivilization è una divisione nietzschiana ma deriva da un complesso culturale più vicino al clima del crepuscolo degli imperi centrali che all’alba della società di massa. C’è da dire però che Spengler resta uno degli interpreti più interessanti del vangelo dello Zarathustra, per la visone tragica e vitalista, la ripresa di una morale inaudita ed aristocratica, lo scetticismo verso le illusioni collettive. Abbracciando insieme a lui la lotta “per una forma dominante contro un informe dominante”.