“La Cina non si USA”. Confucio, Hobbes e il limite del dominio
“La Cina non si USA”. Confucio, Hobbes e il limite del dominio

“La Cina non si USA”. Confucio, Hobbes e il limite del dominio

Di Vincenzo Pellegrino

Fabio Massimo Parenti, La Cina non si USA. Due mondi a confronto, prefazione di Luciano Canfora, Edizioni Dedalo, 2026, pp. 144.

C’è un gioco di parole sulla copertina di questo libro, e nel giro di poche pagine Fabio Massimo Parenti lo scioglie lui stesso, togliendogli ogni ambiguità decorativa. «Da qui il titolo: La Cina non si USA», scrive nell’introduzione, presentandolo come un richiamo all’autodeterminazione dei popoli, al rispetto reciproco, all’emancipazione del Sud globale dall’imitazione del vincitore. Il titolo lavora su due registri insieme. Letto per intero, dice che la Cina non si lascia più usare, non presta più la propria manodopera, le proprie terre rare, il proprio mercato all’espansione altrui. Letto spezzando l’ultima parola in sigla, dice qualcosa di più radicale: che la Cina non diventa gli Stati Uniti, non perché non potrebbe, ma perché la sua traiettoria storica le rende estranea l’idea stessa di dominio universale che gli Stati Uniti incarnano. Non è un vezzo da fascetta editoriale, è la sintesi anticipata di un argomento che il libro impiegherà cinque capitoli a costruire pezzo per pezzo, e che tornerà, quasi identico nella formula ma più carico di conseguenze, nelle ultime pagine del libro.

Prima ancora del titolo, però, vale la pena fermarsi su una dichiarazione che pochi saggi di geopolitica si concedono. Parenti, geografo di formazione e docente di Global Studies, avverte il lettore di scrivere «da italiano», sentendosi più vicino ai concetti sino-confuciani di ordine e armonia che a quelli occidentali di rivalità e dominio come normalità, e precisa che si tratta di affinità di visione, non di adesione ideologica. È una mossa rara, quasi disarmante nella sua franchezza, perché dichiara apertamente da dove si guarda prima ancora di mostrare cosa si è visto. Il lettore avvertito porta quella dichiarazione lungo tutto il resto del libro, ed è bene farlo, perché la simpatia teorica per il paradigma confuciano, per quanto onestamente esibita, resta comunque una lente, e le lenti selezionano.

È attraverso quella lente che conviene leggere le fondamenta storiche del confronto, esposte nel primo capitolo, intitolato non a caso “Confucio contro Hobbes?”. Da una parte la Cina come «Stato-civiltà», una continuità che attraversa più di duemila anni non perché priva di rotture, ma per la capacità ricorrente di ricomporsi dopo ogni frattura, senza aver mai strutturato, secondo l’autore, un’esperienza di dominio coloniale globale paragonabile a quella occidentale: «l’assenza di un progetto di dominio mondiale» è la differenza decisiva che rende l’ascesa cinese contemporanea percepita come anomala. Dall’altra l’Occidente moderno, la cui storia nasce come discontinuità, dissoluzione degli ordini tradizionali, formazione di Stati fondati sulla sovranità territoriale prima che sulla cittadinanza, e le cui rivoluzioni tecnologiche si intrecciano fin dall’inizio con progetti di dominio d’oltreoceano. Su questo sfondo, Confucio e Hobbes diventano non un esercizio di storia delle idee ma una chiave interpretativa: da un lato l’uomo come essere relazionale, la benevolenza, l’equilibrio, la convinzione che la rete della vita sia armonica per natura; dall’altro l’homo homini lupus, l’ordine che nasce dalla paura, la pace che si prepara con la guerra. È una scelta che colloca il libro, fin dall’introduzione, contro l’ipotesi oggi più influente nel dibattito anglosassone sulla stessa rivalità, mai nominata ma facilmente riconoscibile: la «trappola di Tucidide» di Graham Allison, lo scontro quasi strutturale fra una potenza in ascesa e una in declino, è uno dei bersagli teorici impliciti a cui Parenti oppone non un’altra teoria della transizione di potenza, ma un’altra antropologia. La copertina stessa mette in scena questa differenza prima ancora che il testo la argomenti: le stelle cinesi come unità tra popolo e governo, le strisce della bandiera statunitense come genesi fondata sulla pluralità delle colonie originarie e sulla separazione dei poteri.

Dalla filosofia politica alla teoria dello sviluppo: è lo spostamento che compie il secondo capitolo, “Modernizzazioni a confronto”, il cui bersaglio polemico è la tradizione che va da Rostow a Parsons, quella che ha trattato la traiettoria occidentale come tappa obbligata anziché come una fra le vie possibili alla modernità. Alla modernizzazione intesa come frattura, il progresso come superamento del passato, l’innovazione come negazione della tradizione, Parenti oppone un modello cinese che intende lo sviluppo come rielaborazione e continuità: dalla riforma e apertura del 1978 ai Piani Quinquennali più recenti, descrive lo Stato non come alternativa al mercato ma come sua guida, capace di incanalarne le forze senza sostituirsi ad esso. È la pagina in cui il libro rende più esplicito il proprio debito con una critica della modernità occidentale non nuova, quella di chi vede nella separazione crescente di politica, economia ed etica, dalla deregulation reaganiana alla finanziarizzazione post 2008, la cifra di un progresso che ha smarrito la propria misura; qui, però, la critica non resta un’invocazione di principio, viene messa alla prova sul terreno meno impressionistico delle politiche industriali comparate.

La stessa mossa, sostituire lo slogan con l’evidenza comparata, regge il terzo capitolo, “Progetti globali a confronto”, che smonta lo slogan bideniano della «democrazia contro l’autocrazia» su più fronti a un tempo: perché riduce a un piano valoriale e identitario una competizione che si gioca soprattutto sull’accaparramento di risorse strategiche, dal petrolio alle terre rare alle rotte commerciali; perché molti dei Paesi che collaborano sempre più con Pechino sono essi stessi democrazie, sia pure di forma diversa da quella occidentale; e perché la stessa qualità democratica statunitense, richiama l’autore appoggiandosi a una serie di studi che la definiscono «democrazia oligarchica» o «autoritarismo liberale», meriterebbe più cautela di quanta lo slogan ne conceda. Compare qui anche una delle stime più nette del libro, quella secondo cui gli Stati Uniti sarebbero stati impegnati in conflitti armati per la quasi totalità della propria esistenza dalla fondazione: è un conteggio che circola dal 2011, più diffuso in rete che negli studi storici, e che cambia percentuale, fra l’86 e il 93 per cento a seconda della fonte, secondo cosa si decide di includere come guerra, dalle dichiarazioni formali alle operazioni coperte; il libro la riporta come dato acquisito, senza segnalare questa variabilità.

Le cifre più solide arrivano nel quarto capitolo, “La contesa materiale”: moneta, terre rare, tech, il più denso di dati dell’intero libro. Il titolo della sua prima sezione, «La Cina fa troppo», rovescia la lamentela occidentale più comune, quella secondo cui Pechino farebbe troppo poco per riequilibrare i rapporti internazionali: il problema reale, sostiene l’autore, è l’opposto, la Cina cresce senza fare la guerra, ed è proprio questo che il paradigma del dominio non sa metabolizzare. Seguono le cifre dell’interdipendenza sino-americana: i titoli del debito statunitense in mano cinese, scesi dal picco di circa 1.300 miliardi di dollari del 2013 ai circa 630 miliardi del 2025, la crescita dell’interscambio commerciale in vent’anni, che tocca i 600 miliardi indicati dal libro nel 2024 ma crolla di oltre un quarto nel 2025 sotto il peso dei nuovi dazi, e la circolazione di ingegneri e imprenditori tra i due sistemi tecnologici: un quadro che complica l’immagine di un disaccoppiamento netto e ormai compiuto.

È in questo intreccio ancora irrisolto che si radica la domanda del capitolo quinto, “Dove siamo?”: Parenti vi risponde con l’aiuto di due prestiti teorici dichiarati, il «dominio senza egemonia» con cui Giovanni Arrighi descriveva già nel 2005 la fase di transizione, e Il presente come storia di Paul Sweezy, richiamato per sostenere che comprendere il presente significa leggerlo come configurazione storica attiva e non come sospensione in attesa di un nuovo ordine. La tesi centrale è che non stiamo assistendo alla sostituzione di un egemone con un altro, né di un principio universalizzante con un altro, ma alla dissoluzione storica del principio stesso: un policentrismo che non ha ancora, e forse non avrà, un centro. È qui che il libro pronuncia, per la seconda volta e con più conseguenze, il proprio titolo: la Cina «non pretende di redimere il mondo», ma la sua sola presenza, insieme a quella di altri attori, introduce un limite materiale e politico alla possibilità di ricondurre il sistema internazionale a un’unica grammatica del potere.

Proprio in queste pagine finali, però, il metodo del libro mostra anche il suo punto più esposto. Parenti affronta di petto la sequenza di obiezioni più ricorrente nel dibattito pubblico occidentale, Tibet, Taiwan, Hong Kong, Xinjiang, definendola un riflesso condizionato che legge questioni interne allo spazio storico-politico cinese attraverso le categorie del colonialismo occidentale. Segue una controlettura caso per caso: il Tibet come processo di integrazione post-coloniale, Hong Kong come restituzione concordata di una colonia britannica che l’Occidente stesso non avrebbe ancora metabolizzato, Taiwan come esito incompiuto di una guerra civile globalizzata dalle tensioni sino-americane, tre riformulazioni puntuali, ciascuna sostenuta da un argomento specifico. Lo Xinjiang, che pure apre la sequenza delle quattro obiezioni elencate, non riceve la stessa trattazione individuale, resta assorbito nella conclusione generale secondo cui si tratta di «dinamiche storicamente e politicamente controverse», gestione di contraddizioni interne e non guerre di proiezione globale. È un’asimmetria minima, forse dovuta soltanto a economia di spazio, non a un rifiuto del lessico coloniale in sé, già impiegato poco prima per Hong Kong, ma cade proprio nel punto in cui il libro chiede al lettore la maggiore fiducia, ed è quindi il punto in cui una trattazione paritaria, sul modello delle altre tre, avrebbe rafforzato l’argomento.

L’ambizione della coppia concettuale che regge il libro, Confucio contro Hobbes, armonia contro dominio, porta con sé anche una tensione che vale la pena di rendere tangibile restando sul territorio appena discusso, più che un difetto da correggere in un singolo passaggio. Quella coppia è lo strumento con cui il libro legge la storia, e come spesso accade alle chiavi interpretative di questa portata, la lettura che ne risulta non è forse del tutto indipendente dallo strumento che l’ha resa possibile: ogni episodio esaminato, l’espansione statunitense come l’integrazione cinese dei propri confini interni, incontra una griglia che tende a distinguere fra ciò che più facilmente si riconosce come dominio, tipicamente la conquista d’oltremare, le basi militari permanenti, la moneta e il debito usati come arma, e ciò che vi rientra con più difficoltà, tipicamente il modo in cui uno Stato governa sé stesso, per quanto quel governo sia stato coercitivo. Lo Xinjiang, di nuovo, si presta più a un confronto istruttivo che a un giudizio: il libro lo colloca fra le crisi da amministrare internamente, in un momento storico, quello dell’espansione qing del 1755-1759, che chiude una sequenza avviata con Taiwan nel 1683 e proseguita con il Tibet e la Mongolia, un capitolo a cui il libro avrebbe forse potuto dedicare qualche riga in più. Se la griglia lo accolga o no come dominio resta, in fondo, materia opinabile: sembra orientata al modello della conquista transoceanica occidentale, così che un’annessione condotta per terra, per quanto prolungata nel tempo, vi si riconosca con più fatica rispetto a quella navale, non perché meno reale, ma per la stessa scelta definitoria già incontrata a proposito della cifra sulla guerra permanente nel terzo capitolo. Una tradizione storiografica seria distingue del resto l’espansione continentale, praticata da quasi ogni potenza pre-moderna, dal colonialismo transoceanico come fenomeno specifico, e su questa base la griglia si giustifica, senza per questo risultare l’unica possibile. Vale semmai la pena di chiedersi quanto la linea tracciata in quel punto sia interamente neutra, o quanto rifletta anche una geografia dell’attenzione che si interroga più spesso su ciò che sorregge le basi statunitensi nel Pacifico che su ciò che sorregge il perimetro interno della Cina di oggi.

La simpatia dichiarata fin dall’inizio per uno dei due termini della coppia non pesa, in un senso o nell’altro, su questa tensione, che sembra piuttosto una conseguenza naturale di ogni lettura così apertamente impegnata. Segnalarlo non toglie forza al libro, che su questo terreno non nasconde le proprie premesse più di quanto la pubblicistica atlantista nasconda le sue; ne restituisce piuttosto la natura, quella di un saggio interpretativo dichiaratamente schierato, che cerca di persuadere anche chi non condivide la premessa ma convince più saldamente chi già la condivide, non di una ricostruzione che si presenta come neutra.

Resta, alla fine, la stessa immagine con cui il libro si era aperto, ma più carica di conseguenze per essere stata attraversata da centoventi pagine di argomento: la Cina non si USA, ripete Parenti nelle ultime righe del capitolo quinto, e non lo fa per rivendicare un primato, ma per segnare il confine storico oltre il quale nessun singolo Stato può più pretendere di imporsi sugli altri, in nome di una comunità dal futuro condiviso che, come ricorda citando Xi Jinping, implica diritti, responsabilità e destino comuni pur nella differenza, e il rifiuto della mentalità da guerra fredda. È un finale che chiude ad anello senza risultare meccanico, perché nel frattempo la formula si è caricata di tutto ciò che il libro ha mostrato lungo la strada.

Va reso merito, infine, a Edizioni Dedalo e alla collana Orwell diretta da Luciano Canfora, per aver portato in libreria, in meno di centocinquanta pagine e a un prezzo accessibile, un saggio così densamente argomentato e così ampiamente documentato, con un apparato di note che attraversa in poche pagine Fairbank e Spence, Arrighi e Wallerstein, Sweezy e Amin, senza mai appesantire la lettura. La prefazione dello stesso Canfora non riassume la tesi del libro né anticipa l’armamentario concettuale: applica piuttosto al presente gli strumenti dello storico, muovendo dall’incontro dello scorso aprile fra la leader del Kuomintang Cheng Li-wun e Xi Jinping per ricostruire come quel partito sia passato da cliente di Washington a interlocutore di Pechino, e come la finzione giuridica della «Repubblica di Cina» a Taiwan abbia cambiato funzione politica pur conservando la stessa forma. Ne discende il merito che Canfora attribuisce al volume, quello di restituire alla storia cinese la continuità che tanta pubblicistica italiana le nega: la prefazione resta così una soglia coerente con quanto segue, che non si sostituisce mai all’argomento dell’autore. Un libro che convince nella parte comparativa, cifre, interdipendenza, spesa militare, gestione della crisi tecnologica, con la sola riserva del punto in cui la dicotomia fra armonia e dominio si misura con l’espansione qing: si legge come una tesi, si discute come una tesi, e proprio per questo merita di essere letto fino in fondo, comprese le pagine in cui, come si è cercato di mostrare, la tesi stessa lascia emergere la tensione che la percorre.

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