Il crisantemo e la spada
Il crisantemo e la spada

Il crisantemo e la spada

L’estetica di Mishima di fronte al Giappone del dopoguerra, fra bellezza e distruzione

Di Maria Antonova

All’alba del 2 luglio 1950 il Padiglione d’oro di Kyoto bruciò fino alle fondamenta, incendiato da un giovane accolito del tempio. Sei anni dopo Yukio Mishima trasformò quell’episodio in un romanzo, riconoscendo nell’incendio la manifestazione di una bellezza capace di attrarre fino a suscitare il desiderio della sua distruzione. Quella tensione avrebbe attraversato anche il rapporto dello scrittore con il proprio corpo e con il Giappone del dopoguerra, acquistando un peso crescente nelle scelte degli ultimi anni.

In Mishima, Aesthetic Terrorist: An Intellectual Portrait (University of Hawai‘i Press, 2018), Andrew Rankin ricostruisce attraverso la produzione saggistica dello scrittore il legame fra la ricerca estetica e il desiderio di darle una realizzazione concreta. Il lavoro sul corpo e l’impegno politico appaiono strettamente legati alla scrittura, dalla quale Mishima ricava un’esigenza di forma che finisce per investire la sua intera esistenza. La morte del 25 novembre 1970 esercita su questa vicenda una forza retrospettiva tale da far apparire ogni opera come la preparazione di quella giornata. Restituire spazio allo sviluppo del suo pensiero permette di comprendere come siano maturate le scelte alle quali avrebbe infine affidato la propria immagine, conservando alle pagine precedenti la complessità delle domande da cui erano nate.

Una bellezza ostile

La bellezza assume spesso, nell’opera di Mishima, una presenza ostile, che accresce il sentimento dell’insufficienza dell’esistenza. Il fascino dell’ideale dipende anche dalla distanza che lo separa dalla vita, esposta al confronto con una perfezione capace di umiliare tutto ciò che le rimane inferiore. Rankin riconosce in questo rapporto il legame profondo fra estetismo e distruzione, poiché le cose belle sembrano sprigionare la loro intensità estrema sul punto di scomparire, quando l’imminenza della fine raccoglie in un istante il valore della loro esistenza.

Nel Padiglione d’oro (1956), il tempio occupa progressivamente la vita interiore di Mizoguchi, che vi riconosce una perfezione dalla quale si sente escluso. Quanto più la sua bellezza domina l’immaginazione del protagonista, tanto più l’edificio concreto appare inadeguato all’ideale che dovrebbe incarnare. L’incendio nasce da questa distanza e assume il significato paradossale di una liberazione, perché distruggendo il tempio Mizoguchi cerca di sottrarsi al suo potere e insieme di conservarne un’immagine finalmente sciolta dai limiti della materia. Il desiderio di custodire arriva così a confondersi con quello di distruggere. Poiché ogni cosa esistente è destinata a deteriorarsi, la distruzione può apparire come il tentativo estremo di arrestarne il mutamento e preservarla nell’istante della sua pienezza. La ricerca estetica pretende allora di esercitare sulla vita la stessa autorità che l’artista esercita sulla propria opera, sottraendola al tempo e fissandone una forma definitiva.

Il corpo rende questa aspirazione particolarmente vulnerabile, perché ogni risultato raggiunto attraverso la disciplina rimane esposto all’invecchiamento. Secondo Rankin, Mishima inseguì per tutta la vita un’identità solida, e il lavoro sulla propria figura appartiene alla stessa ricerca che attraversa la scrittura. La trasformazione fisica gli offre la possibilità di riconoscersi in qualcosa di costruito attraverso la volontà, mentre la fragilità di quella costruzione alimenta il desiderio di governarne anche il destino.

Negli scritti degli ultimi anni ricorre l’espressione bunbu ryōdō, la doppia via delle lettere e delle armi, con la quale Mishima richiama un’antica concezione del rapporto fra la cultura e l’azione. La vita come opera d’arte acquista così il significato di un impegno che coinvolge la persona nella sua interezza, attraverso la ricerca di una corrispondenza fra ciò che si pensa e ciò che si è. Alla parola, capace di rappresentare una scelta, lo scrittore affianca l’azione, dalla quale attende la possibilità di assumerla fino in fondo.

A questa figura di scrittore, ancora capace di suscitare letture e discussioni, è dedicato anche Mishima. Un figlio del sole (Aurora Edizioni, 2025) di Yuri Di Benedetto, pubblicato in occasione del centenario della nascita.

Il crisantemo e la spada

La coppia del crisantemo e della spada giunge a Mishima attraverso lo sguardo di un’osservatrice americana. Nel 1946 Ruth Benedict pubblicò The Chrysanthemum and the Sword, uno studio nato dalle ricerche condotte durante la guerra e destinato a contribuire alla comprensione del Giappone da parte degli Stati Uniti. I due simboli riassumevano, nella sua interpretazione, le contraddizioni di una cultura in cui la sensibilità estetica conviveva con il culto delle armi. Oltre vent’anni dopo Mishima riprende quell’immagine e attribuisce alla relazione fra i suoi termini il significato di un’unità, riconoscendo nella loro appartenenza reciproca una caratteristica essenziale della cultura giapponese.

Il testo nel quale questa concezione trova la sua formulazione più esplicita è Bunka bōeiron, La difesa della cultura (pubblicato in Italia da Idrovolante Edizioni, 2020), terminato nel maggio 1968 e apparso nel numero di luglio della rivista Chūō Kōron. Sono gli anni dello Shōwa Genroku, espressione che richiama un’antica stagione di prosperità e mollezza, mentre la crescita economica trasforma il Paese e la contestazione studentesca raggiunge il suo culmine. Mishima descrive la cultura giapponese come un eterno circolo fra il crisantemo e la spada, nel quale l’eleganza che fa fiorire i crisantemi riceve il proprio significato dal rapporto con la bellezza della forza.

La cultura assume nel saggio il carattere di una forma attraverso la quale si rende percepibile lo spirito nazionale, paragonata a una sorta di cristallo trasparente. La definizione abbraccia le opere insieme ai comportamenti e accoglie nello stesso orizzonte il Genji monogatari e il romanzo contemporaneo, mentre la cerimonia del tè condivide con il kendō l’appartenenza a una tradizione capace di dare forma all’esperienza. Anche le regole della disciplina militare entrano in questa concezione, che attribuisce valore culturale ai gesti attraverso i quali una persona porta a compimento il proprio destino.

Mishima include così l’ufficiale di marina che, in una notte di luna sul mare della Nuova Guinea, emerge da un siluro umano brandendo la spada e muore combattendo, accostandogli le lettere d’addio dei piloti degli attacchi speciali. Il valore attribuito a queste figure dipende dalla possibilità che l’azione acquisti la compiutezza di un’opera, raccogliendo nel gesto e nelle parole che lo accompagnano il significato di un’esistenza.

Per spiegare come una cultura possa conservarsi attraverso il cambiamento, lo scrittore ricorre al santuario di Ise, ricostruito ogni vent’anni. Alla civiltà europea della pietra contrappone una civiltà del legno, la cui continuità si realizza nel rinnovamento della forma. La ricostruzione del santuario affida la durata alla trasmissione di un modello e alla sua esecuzione, rendendo possibile la permanenza attraverso il ricambio della materia. Un rapporto analogo lega l’istituzione imperiale al sovrano regnante, che dà presenza concreta a una continuità estesa oltre la propria persona.

Il Giappone del dopoguerra

La separazione fra il crisantemo e la spada diventa, per Mishima, il tratto decisivo del Giappone contemporaneo. Il Paese conserva il proprio patrimonio artistico, ma lo trasforma in una cultura da esporre e ammirare, allontanandolo dalla forza che un tempo ne custodiva il valore. Rankin riconosce nella Difesa della cultura la critica più netta rivolta dallo scrittore al culturalismo, inteso come ideale di una nazione pacificata che coltiva le arti dopo aver rinunciato alla propria tradizione guerriera. La lettura di Mishima possiede un carattere apertamente polemico e assume il passato come criterio con cui giudicare la società del benessere.

Il richiamo alla tradizione comporta quindi una richiesta rivolta al presente, al quale lo scrittore domanda di ritrovare obblighi capaci di vincolare l’esistenza. La disciplina e il sacrificio acquistano valore attraverso la loro opposizione a una vita assorbita dalla sicurezza materiale, mentre la ricerca individuale di una forma si estende alla nazione.

Al centro del circolo, Mishima colloca l’imperatore come concetto culturale, fonte ultima alla quale ritorna l’onore del crisantemo e della spada. Da questa concezione ricava la proposta di affidare all’imperatore il conferimento degli onori militari, come già avviene per le onorificenze culturali, rendendo urgente “legare l’imperatore e l’esercito con un vincolo d’onore”.

La fondazione della Tate no Kai, la “Società dello Scudo”,  nel 1968 dà a queste idee una dimensione organizzativa. Mishima la presenta come l’avanguardia del proprio disegno e sceglie un nome che richiama la protezione, attribuendo alla disciplina dei suoi membri il compito di custodire ciò che considera minacciato. Alla storia del gruppo è dedicato L’esercito di Mishima. Storia segreta della Tate no Kai di Daniele Dell’Orco (Idrovolante Edizioni, 2025), che attraverso carte d’archivio e testimonianze dirette ricostruisce le vicende di un centinaio di giovani scelti personalmente dallo scrittore.

La ricostruzione storica permette di confrontare l’immagine elaborata da Mishima con la vita dell’organizzazione, interrogandone le attività e il rapporto con il progetto politico del fondatore. L’interpretazione estetica trova qui un banco di prova concreto, perché la volontà di tradurre un ideale in esperienza coinvolge altre persone e assume responsabilità che oltrepassano la costruzione della propria figura.

La forma dell’ultimo atto

L’espressione “terrorismo estetico”, bi-teki terorizumu, nasce dalla discussione intorno alla Difesa della cultura. Mishima la impiega nella lettera aperta con cui risponde alla recensione negativa di Hashikawa Bunzō alla sua teoria dell’imperatore culturale, cercando nell’imperatore il punto di raccordo fra il disordine generato dalla libertà d’espressione e l’anarchismo racchiuso nel terrorismo estetico. La formula rinvia agli episodi di violenza politica che attraversano il Giappone moderno dalla metà dell’Ottocento, spesso seguiti dal suicidio dei loro protagonisti, nei quali lo scrittore riconosceva una tradizione alla quale desiderava affidare anche il proprio nome.

Rankin estende l’espressione all’intera carriera di Mishima, mettendo in relazione il valore attribuito alla bellezza con il fascino esercitato da un’azione portata fino alle conseguenze estreme. La sua efficacia interpretativa dipende dalla possibilità di comprendere quanto il giudizio su un gesto venga condizionato dalla sua forma e dalla morte di chi lo compie. La compiutezza estetica può infatti assorbire l’attenzione al punto da rendere secondaria la valutazione delle conseguenze politiche, favorendo l’identificazione fra la riuscita di una scena e il valore dell’azione rappresentata.

Il 25 novembre 1970 Mishima, accompagnato da quattro membri della Tate no Kai, sequestrò il generale Mashita Kanetoshi nel quartier generale delle Forze di Autodifesa a Ichigaya. Dal balcone rivolse ai militari un appello che venne accolto dalle contestazioni, quindi rientrò nell’ufficio e si diede la morte con il seppuku. Rankin arriva a descrivere l’episodio come un coup de théâtre, attribuendo alla preparazione della scena un rilievo decisivo per comprenderne il significato.

Il fallimento dell’appello lascia aperta la questione del rapporto fra l’obiettivo dichiarato e la preparazione della propria fine. La volontà di intervenire nella storia si intreccia con il desiderio di imprimere all’esistenza una forma definitiva, e la lettura estetica permette di indagare questa relazione conservando alla politica il suo peso. Considerarla un semplice pretesto significherebbe impoverire il progetto di Mishima, mentre attribuire al suicidio il valore di una soluzione filosofica equivarrebbe ad accogliere la compiutezza che egli cercò di conferirgli.

Quella mattina il crisantemo e la spada trovarono una ricomposizione momentanea nella figura dello scrittore in uniforme, mentre il Giappone proseguiva lungo una direzione sempre più distante dalla sua visione. Un commentatore giapponese avrebbe descritto il Paese successivo alla sua morte attraverso il passaggio dal “crisantemo e la spada” al “crisantemo e il denaro”, condensando nella sostituzione di un simbolo la distanza fra l’ideale di Mishima e il corso della società.

La sua vicenda conserva una forza inquietante nel punto in cui la fedeltà alla bellezza diventa una pretesa esercitata sulla vita. Il desiderio di darle compimento si trasforma nella volontà di arrestarne il mutamento, fissandola in un’immagine capace di sopravvivere alla persona. Alla morte viene affidato il potere di rendere definitiva quella forma, mentre a chi rimane giunge anche il conflitto dal quale essa è nata.

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