Codreanu, un destino alla periferia dell’Europa
Codreanu, un destino alla periferia dell’Europa

Codreanu, un destino alla periferia dell’Europa

Di Maria Antonova

«Non confondete il diritto e il dovere cristiano di perdonare coloro che vi hanno fatto personalmente del male con il diritto e il dovere della nazione di punire coloro che l’hanno tradita e coloro che si sono assunti la responsabilità di opporvisi.»

Corneliu Zelea Codreanu, Pentru legionari, 1936

Il 13 settembre 1899 nasceva Corneliu Zelea Codreanu. Il suo nome è legato a una delle stagioni più tormentate della storia romena, quando il Paese cercava una forma politica stabile e l’intera Europa era attraversata da tensioni che avrebbero cambiato il secolo. La sua vita si svolse con la velocità e la durezza delle epoche in cui ogni scelta sembra richiedere una presa di posizione assoluta.

Codreanu nacque a Huși, nella Moldavia romena, una regione segnata dalla prossimità del confine e da una pluralità di memorie culturali e politiche. È una Romania situata alla periferia dell’Europa, un’area  però non estranea alla storia del continente, perché in quelle terre si incontravano molte delle sue domande più urgenti: la formazione di nuovi Stati, le ferite della guerra, le differenze culturali, il rapporto fra tradizione e modernità.

Dopo il 1918, il Regno di Romania si trovò davanti a una grande prova. La guerra aveva portato nuovi territori e un più vasto orizzonte nazionale, ma aveva lasciato anche inquietudine, povertà, squilibri sociali e un dibattito pubblico che diventava sempre più aspro. La politica parlamentare faticava a convincere una parte crescente della popolazione e fra i giovani si diffondeva il desiderio di un linguaggio più diretto e di una disciplina capace di sottrarre la vita all’incertezza.

Codreanu intercettò questa domanda e il bisogno di una risposta. Cresciuto nella casa di Ion Zelea Codreanu, insegnante e attivista nazionalista, ricevette un’eredità politica già ben delineata: la centralità della nazione, il sospetto verso il parlamentarismo, il sentimento di una Romania esposta a minacce interne ed esterne. Il figlio diede a quel patrimonio una forma più concreta e militante.

Il 24 giugno 1927 fondò a Iași la Legione dell’Arcangelo Michele (Legiunea Arhanghelului Mihail), nucleo del movimento legionario romeno, in seguito comunemente noto come Guardia di Ferro (Garda de Fier).  La Legione disponeva di un proprio universo simbolico: camicie verdi, marce, campi di lavoro, canti, preghiere, commemorazioni dei caduti. I suoi gruppi locali, chiamati cuiburi, erano pensati come luoghi di formazione. Ogni aderente veniva invitato a esercitare disciplina personale e spirito di servizio. L’azione politica entrava così nella vita quotidiana.

Questa impostazione aiutò Codreanu a conquistare un seguito ampio. Il legionarismo parlava a studenti, giovani di provincia, contadini, operai e settori dell’intellettualità. La promessa non riguardava soltanto il miglioramento delle condizioni materiali, ma guardava anche alla possibilità di condurre una vita ordinata da una convinzione, di trovare nel gruppo una fraternità e di servire qualcosa percepito come più grande della propria esistenza.

Codreanu coltivò un’immagine austera e vicina ai propri aderenti. Compariva in uniforme, partecipava ai campi di lavoro, mostrava disponibilità alla prigione e al rischio. Molti dei suoi seguaci vedevano in lui un capo capace di condividere il peso della militanza, piuttosto che un esponente del ceto politico interessato alla carriera e ai compromessi. Una politica vissuta come vocazione può spingere uomini e donne a sottrarsi alla passività, a lavorare per una comunità, a chiedersi quale compito li attenda nella storia. Nel Novecento, l’adesione a una causa divenne per molti il modo di cercare un significato più alto dell’interesse individuale.

Ogni vocazione politica porta però con sé una responsabilità. Il valore di un ideale appare nelle conseguenze che produce, nel modo in cui tratta chi non ne condivide il linguaggio e nei confini che accetta di riconoscere.

Il movimento di Codreanu seguì questa strada, il suo nazionalismo si accompagnò a un antisemitismo radicale e a una concezione etnica della nazione. Gli ebrei venivano descritti dalla propaganda legionaria come estranei alla comunità romena e come responsabili di una decadenza presentata in termini morali, economici e culturali. La parola “rigenerazione” richiamava la necessità di una purificazione della vita nazionale.

La società romena offriva un terreno favorevole a questa retorica, con le paure legate alla crisi economica e alle trasformazioni sociali. Il linguaggio religioso amplificava questa visione, dando alla politica un tono di missione e di redenzione.

La violenza entrò presto nella biografia di Codreanu e nella storia della Legione. Il 25 ottobre 1924 egli uccise il prefetto di polizia di Iași, Constantin Manciu, nel palazzo di giustizia della città, ferendo anche due agenti. Fu poi assolto nel 1925. L’episodio accrebbe la sua notorietà e contribuì a costruire l’immagine di un uomo disposto a passare all’azione.

Negli anni successivi, il movimento legionario fu coinvolto in aggressioni, omicidi e attentati. Gli avversari politici venivano percepiti sempre meno come interlocutori e sempre più come ostacoli alla salvezza della nazione.

La Romania interbellica conobbe una progressiva degradazione della vita pubblica. La violenza proveniva dalle organizzazioni radicali, ma trovava corrispondenza anche nell’azione dello Stato. Nel febbraio 1938 Carlo II instaurò la propria dittatura reale: la sospensione delle garanzie, la repressione, l’abuso della giustizia e la logica dell’emergenza ne divennero strumenti.

Codreanu fu arrestato nell’aprile 1938, processato, condannato e rinchiuso. Nella notte tra il 29 e il 30 novembre 1938 venne ucciso insieme a tredici legionari durante un trasferimento dal carcere. La versione ufficiale parlava di un tentativo di fuga, l’episodio fu invece un’esecuzione extragiudiziale compiuta dalla gendarmeria.

La sua morte trasformò il capo politico in una presenza simbolica, attorno al suo ricordo si formò un culto che univa memoria nazionale, linguaggio religioso e desiderio di rivincita. La figura dell’uomo lasciò posto a un’ icona nella devozione dei seguaci.

Quell’immagine avrebbe avuto un peso rilevante negli anni successivi. Il 14 settembre 1940, quando la Guardia di Ferro condivise il governo della Romania con Ion Antonescu nello Stato nazionale-legionario, il nome di Codreanu venne posto al centro della propaganda.  L’esperienza dello Stato nazionale-legionario mostrò quanto la retorica della rigenerazione potesse trasformarsi in persecuzione e violenza concreta.

La biografia di Codreanu rimanda dunque a una domanda che supera i confini romeni. Perché tanti uomini, in un tempo di crisi, scelgono di consegnarsi completamente a una causa? Perché la disciplina, il sacrificio e il senso di appartenenza esercitano un’attrazione tanto forte? La risposta riguarda il bisogno di non vivere in modo disperso, di trovare un orientamento e di sentirsi parte di una comunità capace di dare forma al presente.

La figura del “Capitano” va vista dentro il suo mondo: le paure della Romania postbellica, il clima degli anni Venti e Trenta, il desiderio di una gioventù di agire nella storia, l’uso politico della fede, la crisi delle istituzioni.

Dentro quel mondo emergono anche le conseguenze delle sue scelte; l’idea di una patria definita attraverso l’esclusione produsse invece una frattura che avrebbe segnato vite concrete. La storia conserva entrambe le dimensioni e impone di guardarle insieme.

Codreanu rimane una figura della periferia europea perché nella sua vita confluiscono problemi che appartenevano a tutto il continente. La crisi della democrazia parlamentare, la ricerca di un capo, la mobilitazione della giovinezza, la fame di appartenenza e il ricorso alla violenza percorsero l’Europa intera. In Romania quelle tensioni assunsero una forma propria, legata all’ortodossia, al mondo contadino e all’idea di una nazione chiamata a difendere la propria identità.

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