Di Christian Trevisti
Tra le mostre ospitate dal meeting per l’Amicizia fra i Popoli, a spiccare è quella dedicata all’imprenditore francese Léon Harmel. Promossa dalla Fondazione Costruiamo il Futuro e dalla Compagnia delle Opere, la mostra presenta Harmel come anticipatore dell’enciclica Rerum Novarum. Léon Harmel considerava la povertà come «la ferita orribile che divora la società».
Succeduto al padre nella gestione del Lanificio Harmel Fréres, lo configurò come ‘corporazione cristiana’, assumendo una gestione cooperativistica dell’impresa e del suo welfare. «Harmel», afferma Catia Eliana Gentilucci, docente di Giurisprudenza presso l’Università di Camerino, «può essere considerato il predecessore della responsabilità sociale d’impresa, la cui teoria ha trovato il suo culmine nel pensiero di Robert E. Freeman».
Con responsabilità sociale d’impresa, in finanza ed economia, si intendono le implicazioni etiche concernenti la gestione di un’impresa. Léon Harmel vi ottemperò attraverso l’istituzione di assegni familiari, cassa mutua per l’assistenza, servizio sanitario, società cooperative di consumo, banche popolari, agevolazioni previdenziali e pensioni.

Harmel ebbe anche una prolifica relazione con le alte sfere vaticane. Amico di Leone XIII, ebbe un ruolo fondamentale nell’emanazione dell’enciclica Rerum Novarum (la quale fu persino presentata da Pecci quale ringraziamento per i pellegrinaggi operai organizzati dall’imprenditore francese). Léon Harmel aderì integralmente al contenuto dell’enciclica leoniana, al punto da entrare in conflitto con il padronato francese, che invece si opponeva alla sezione legittimante il sindacalismo, accusando Harmel e Leone di essere ‘socialisti’.
Più complesso fu invece il rapporto con Pio X, pontefice notoriamente anti-modernista, cui Harmel ricordò che «essere del proprio tempo, comprendere il proprio tempo, vivere il proprio tempo, ci è sempre sembrato indispensabile mezzo per poter lavorare efficacemente a renderlo migliore».

La più grande opera di Léon Harmel fu l’istituzione, nel 1883, di un Consiglio di Fabbrica, il quale permise agli operai di diventare ‘veri cooperatori’. Harmel si distanziava nettamente dal paternalismo caritatevole. Non voleva, infatti, solo fare del bene agli operai: voleva lavorare con essi. Parlava di «emancipazione cristiana delle classi popolari», in piena aderenza al motto: «Il bene dell’operaio, per mezzo dell’operaio e con lui, mai senza di lui e, a maggior ragione, mai malgrado lui».
In questo pensiero, che fu alla base dell’intero operato di Harmel, forte è l’eco di Giovanni 15,15: “Non vi chiamo più servi, vi ho chiamati amici”.
