Di Xanthea
Introduzione – Cos’è “Enciclosofia”?
Negli ultimi anni si è assistito a un calo degli iscritti al Liceo Classico, imputabile con ogni probabilità al fatto che le lingue antiche vengano percepite come inutili nel mondo attuale. L’interrogativo cui siamo di fronte è in primis: ha ancora senso nel 2026 studiare il greco e il latino? In secondo luogo, al di là della barriera linguistica, ha ancora senso ad oggi lo studio delle civiltà antiche? Cos’è che fa sì che la loro eredità possa essere in un qualche modo significativa per l’uomo moderno?
A questi dubbi si tende a rispondere con una motivazione di tipo identitario: poiché la civiltà classica è quella che ha costituito le basi della nostra società, abbandonarla nell’oblio vorrebbe dire perdere il contatto con le nostre radici e dunque perdere la nostra identità. Nonostante ciò sia giusto, una risposta del genere non soddisfa a pieno la domanda iniziale e soprattutto non affronta la questione in un’ottica concreta. Nel quotidiano, difficilmente sarà spendibile una conoscenza come quella delle declinazioni o delle leggi dell’accento. Quanto al bagaglio culturale proveniente ad esempio dalla letteratura o dalla filosofia antiche, le tematiche e gli insegnamenti in esso racchiusi vengono spesso relegati all’ambito della disquisizione intellettuale. Argomenti come la concezione della bellezza nel mondo antico o la saggezza della filosofia greca risultano eccezionali per elevare lo spessore di un discorso e conferirgli un prestigio che, sebbene venga solitamente riconosciuto, non si concretizza in una reale «utilità» attribuita ai classici. Esso rimane confinato entro una dimensione astratta, come se la cultura classica fosse esclusiva degli studiosi e non fosse d’interesse per tutti gli altri, riservata alla dimensione teorica senza nessun riscontro nella pratica. Il fine della rubrica “Enciclosofia” è proprio quello d’illustrare quanto della cultura classica possa essere effettivamente utile al giorno d’oggi.
Applicare una visione del genere all’intero patrimonio greco-romano costituirebbe tuttavia un’opera monumentale, pertanto ci limiteremo ad una parte di esso: l’Iliade e l’Odissea. Lo scopo è dunque quello di prendere in considerazione i valori più emblematici della civiltà omerica e di ricavare da essi un insegnamento concreto per la vita di tutti i giorni.
Il concetto di hybris
È già a partire dall’inizio dell’Iliade che il lettore si scontra con uno dei concetti chiave della grecità: la hybris (gr. ὕβρις). Termine di difficile traduzione in italiano, tendenzialmente viene reso con «tracotanza» o «superbia». Esso indicava sia un atto concreto di offesa sia, in una visione più ampia, una manifestazione estrema dell’orgoglio. La sua peculiarità risiede nel fatto che il soggetto che pecca di hybris, accecato dall’orgoglio, non si rende conto dei propri limiti, credendosi al di sopra di essi. Emblematico in tal senso è il mito d’Icaro.
D’altro canto, il peccato di hybris può riflettersi in un ostentato atteggiamento di superiorità nei confronti degli uomini, se non addirittura degli dèi. Un esempio di un simile atteggiamento è rappresentato dal mito di Aracne, la quale osa ritenersi superiore ad Atena nella tessitura, macchiandosi così di hybris e venendo inevitabilmente punita. Nell’Iliade la hybris è incarnata soprattutto dal personaggio di Agamennone, che ha preso come bottino di guerra la schiava Criseide, figlia di Crise, sacerdote di Apollo. Rifiutando inizialmente di restituirla, Agamennone compie un’offesa verso il dio e pertanto è come se si ponesse in una posizione di superiorità rispetto ad Apollo stesso. Si tratta di un atteggiamento incredibilmente oltraggioso, poiché rappresenta un ribaltamento dell’ordine naturale: un uomo non può elevarsi al di sopra di un dio. Di qui la pestilenza scatenata da Apollo sul campo acheo, come punizione dell’offesa recatagli.

Il concetto di hybris è indissolubilmente legato all’azione dell’osare. Nessuno negherebbe ad Agamennone il bottino che gli spetta di diritto ma, nel momento in cui Crise reclama la figlia, di fronte all’autorità sacerdotale e di fronte ad Apollo, il re avrebbe dovuto fare un passo indietro e cedergliela. Agamennone invece dimostra un eccesso di orgoglio ed è nell’aver ecceduto i propri limiti che risiede il suo errore. La natura umana di Agamennone viene qui rivelata in due modi: non soltanto mediante il confronto con il dio, ma anche per il fatto stesso che il personaggio cede alla tentazione della superbia. Essa può manifestarsi in varie sfaccettature, ad esempio nel serbare rancore a causa di un orgoglio ferito oppure nell’aspirazione a volere di più, anche quando ciò può rivelarsi nocivo, evidente nel caso d’Icaro.

Si tratta di dinamiche profondamente umane, sperimentabili anche dall’uomo di oggi. Ogniqualvolta il nostro cuore viene indurito dall’orgoglio, stiamo peccando di hybris. Così facendo, corriamo anche noi il rischio di subire le conseguenze della nostra hybris, di scontrarci con una realtà che ci fa scendere dal piedistallo e ci ricorda le nostra fragilità e i nostri difetti. Per quanto possiamo essere convinti della nostra abilità, delle nostre competenze o del nostro valore, questa convinzione rimarrà pur sempre una nostra percezione che andrà inesorabilmente a rapportarsi con la realtà. E il confronto con la realtà esterna non dev’essere subito passivamente, anche qualora fosse per noi umiliante, bensì è doveroso affrontarlo con dignità, consapevoli della molteplicità degli esiti possibili. La vicenda narrata nell’Iliade può dunque rivelarsi un potente monito riguardo ai rischi della superbia, che può accecare l’individuo a tal punto che questi non si rende conto dei propri limiti. Ma possiamo intravedere in essa anche un ulteriore insegnamento.
Agamennone, infatti, non rappresenta soltanto la caratterizzazione di un personaggio specifico, ma anche l’archetipo di un uomo soggetto alle tentazioni della hybris. Egli incarna una debolezza propria di tutti gli uomini e, appunto perché riguarda tutti, ci ricorda che anche nel peccato non siamo soli.

Oggi c’è ne sono di personaggi che peccano di Hybris! Tra politici folli, ricchi che pensano di essere dei, influencer e celebrità varie che abusano della propria fama, vera o presunta, per i fini più meschini oppure per quelli più abietti. Oltre a tracotanza, forse anche l’esser tronfio potrebbe illuminare una prospettiva di questo termine.