Il cuore fuori: Majakovskij e lo strappo d’amore
Il cuore fuori: Majakovskij e lo strappo d’amore

Il cuore fuori: Majakovskij e lo strappo d’amore

Di Maria Antonova e Manuel Sisti


“Sul viso avvolto dalle fiamme

nello spacco delle labbra

un baciuzzo carbonizzato cresce pronto a lanciarsi.”

(La nuvola in calzoni 1914-1915)

Majakovskij non scrive sull’amore, scrive l’amore stesso, nella sua forma più ruvida, dilaniata, impossibile. Non parla del corpo, parla dal corpo, fino a smembrarlo, forzarlo, caricarlo di desiderio e vergogna. La sua è una poesia fisica, febbrile.

Il corpo, nei suoi versi, è un protagonista tragico, non ha nulla del corpo-macchina del Futurismo italiano, celebrato come strumento di velocità, potenza e guerra, né richiama la figura simbolista e idealizzata. È un corpo che cade, ama, soffre, si espone. Majakovskij scrive con il corpo e contro il corpo, lo disarticola, lo forza, lo fa vibrare come un’estensione della voce.

Il corpo è scontro, peso, eccesso, è l’Io poetico che si riversa nel mondo con violenza, nel desiderio mai del tutto soddisfatto di farsi comprendere.

Nei recital pubblici, Majakovskij dominava la scena con la sua altezza, la voce tonante, i gesti ampi. La poesia nasceva da un corpo in tensione con sé stesso e col mondo: un corpo-voce, un corpo-gesto, sempre in disequilibrio, sull’orlo di esplodere.

Il nodo più profondo della sua poesia amorosa è legato alla figura di Lili Brik, conosciuta nell’estate del 1915 a Pietrogrado, nella casa che condivideva con il marito Osip Brik. Quella sera, Majakovskij lesse ad alta voce La nuvola in calzoni davanti a un piccolo gruppo di amici. L’impressione fu immediata e potente. Lili riconobbe in quei versi qualcosa di radicalmente nuovo, e Osip avrebbe finanziato di lì a poco la pubblicazione del poema, dedicato proprio a Lili.

Da quell’incontro nasce una delle storie d’amore più celebri e discusse della letteratura del Novecento. Majakovskij si innamora di Lili in modo smisurato, comincia a dedicarle quasi tutto ciò che scrive, e la sua presenza diventa un filo continuo nella sua vita e nella sua opera. Lili non è soltanto l’amata e la musa, ma è anche collaboratrice, interlocutrice, lettrice delle sue opere, mediatrice editoriale, presenza costante nella sua attività creativa.

La loro relazione si svolge all’interno di un equilibrio esistenziale singolare poiché Lili rimane sposata con Osip Brik, e i tre arrivano a vivere insieme per alcuni anni a Mosca. In questo ménage, ispirato in parte ai sentimenti della cultura rivoluzionaria, i confini tra amicizia, collaborazione e amore restano volutamente sfumati, anche se non privi di tensioni, gelosie e crisi.

La distanza, i viaggi e le separazioni alimentano una corrispondenza intensa e continua. Nelle lettere emergono la dipendenza affettiva del poeta, la sua inquietudine, il bisogno quasi assoluto della presenza di Lili.

«Non dimenticare che all’infuori di te non mi serve né interessa nulla. Ti amo.»

Oppure, con una confessione ancora più radicale:

«Nulla può essere più triste di una vita senza di te. Non dimenticarmi, per l’amor di Dio.»

In queste lettere appare un Majakovskij più vulnerabile di quello pubblico: inquieto, geloso, attraversato da un bisogno quasi infantile di rassicurazione. Lili stessa, nelle sue risposte, alterna affetto, ironia, distanza, paura dell’abbandono.

L’amore, per Majakovskij, è un’esperienza estrema, agonistica, vissuta come uno squilibrio devastante. È desiderio che brucia, fame, gelosia, strappo. Un amore gridato, non sussurrato. Ma c’è anche tenerezza intesa come vulnerabilità profonda, come esposizione nuda all’altro, una forma di tenerezza che passa per l’umiliazione, per la confessione, per il dolore senza protezioni.

Nelle lettere, questo sentimento emerge con particolare evidenza. In una delle più note dichiarazioni scrive a Lili:

«Io ti amo, ti amo nonostante tutto e grazie a tutto, ti ho amato, ti amo e ti amerò, sia tu dura con me o gentile, mia o di un altro.»

E altrove afferma con semplicità quasi disarmante:

«Tutti hanno bisogno di avere qualcuno: e questo qualcuno per me sei tu.»

C’è qualcosa di tenero ma non pacificato. Per Majakovskij l’amore è inseparabile dalla vita stessa. Lo dice esplicitamente in una lettera del 1923:

«L’amore è la vita, è la cosa principale. Dall’amore si dispiegano i versi, e le azioni, e tutto il resto. L’amore è il cuore di tutte le cose.»

L’amore, come il corpo, è eccesso. Una fame che non si placa, un vuoto che non si colma ed è proprio in questo suo carattere assoluto e impossibile che diventa gesto poetico.

Nella vita di Majakovskij altre figure femminili compaiono e scompaiono, come Tat’jana Jakovleva, ma il legame con Lili Brik resta il centro emotivo della sua esistenza. Per oltre quindici anni si scrivono centinaia di lettere, in cui affetto, dipendenza, gelosia e complicità si intrecciano senza mai trasformarsi in rottura definitiva.

L’amore, dunque, come il corpo, è materia che brucia e la poesia è ciò che rimane quando l’amore implode. Anche l’ultima lettera di Majakovskij a Lili testimonia la centralità di questo legame nella sua vita: “…ma io non ho altra scelta. Lilja, amami”.

Non c’è posa né abbellimento. Solo voce, carne, febbre.

“Se volete-

sarò frenetico di carne,

-e, come il cielo, variando i toni –

se volete –

sarò d’una tenerezza inappuntabile,

non un uomo, ma – una nuvola in calzoni!”

(La nuvola in calzoni 1914-1915)

Un commento

  1. Donato

    Mayakovsky usava l’amore come una forza potente, che può spezzare ma anche cambiare la vita. In poche parole, ci invita a vedere l’amore come qualcosa di più grande, che ci trasforma.

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