PER UNA VOLONTÀ DI POTENZA

PER UNA VOLONTÀ DI POTENZA

17/01/2022 Off Di Yuri Di Benedetto
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L’attualità e la superiorità della volontà, contro la stasi della ragione

2022 anno III° dell’era covid, in un luogo non pubblico, in un garage adibito a Palestra “clandestina”, il mio allenatore in una pausa tra un esercizio e l’altro parla ad alta voce, più a lui stesso che a noi atleti: “Io credo che oggi la debolezza non sia una condizione, piuttosto una scelta”. Parole provocatorie? Si, ma vere. Aprono a riflessione più ampie.

Ho pensato che quello che è valido per il corpo sia valido anche per la mente. Come può esserci un pensiero forte su un corpo debole? Come può esserci un corpo forte, se il pensiero è debole? Non basta. È un buon punto di partenza, concreto e funzionale, ma non basta.

Mentre mi avvio alla macchina, apro la home di Facebook. Ho deciso di avere in bacheca un’eterogenea platea di persone di svariate tendenze, usare al meglio quello che si ha, mi dico. Leggo diversi post, li salvo, voglio ricodificarli, sono utili, ma non bastano, come il mio pensiero iniziale. Tornando a casa, sfinito dall’allenamento, salgo in macchina, accendo il motore, automaticamente parte il Götterdämmerung (Il crepuscolo degli dei) di Wagner. Ho iniziato a pensare a tutto ciò che segue, ispirato dalla potenza vitale ed estetica che una musica a-temporale come questa riesce a generare.

Con il 2020 abbiamo inaugurato quel decennio che cambierà e sta cambiando ogni cosa. Siamo in un futuro che aveva promesso grandi aspettative e che puntualmente sono state disattese, inespresse, castrate. Anzi, osserviamo una tendenza alla regressione strutturale dei pensieri, dei comportamenti e delle visioni che operano attivamente nella società, in una spirale che proietta le varie reazioni, in disarticolate risposte individualiste o in una radicalizzazione su ipotesi ideologiche, non più adatte a rispondere alla terribile seppur affascinante visione del mondo del domani. Terribile per la sua funzione finale, il dominio della tecnica subordinata al profitto privato, sull’uomo. Affascinante, perché nei momenti di transizione, di cambiamento, di crisi, escono fuori le opportunità, lì si muove la storia, la vita, il movimento.  Ed è qui che la debolezza ritorna ad essere una scelta.
Premessa necessaria: non avventuratevi nelle prossime righe se non volete leggere un’inevitabile critica radicale al nostro attuale modello di società economica, nella sua dimensione filosofica, economica e sociale. Certamente potrei avventurarmi in un’analisi più inorganica, vuota, neutrale e neutra, pacata e cauta. Ma non mi importa, ritengo più fecondo far discutere, anche aspramente. L’importante è non piacere a tutti.
Tra non molto, i droni sorveglieranno un cielo saturo di gas, sistemi automatizzati controlleranno le nostre identità biometriche e sarà proibito rivendicare una specificità culturale. Dieci miliardi di esseri umani connessi gli uni agli altri potranno spiarsi a vicenda in ogni momento. Lucrando sulla chirurgia genetica, le multinazionali del settore ci offriranno la possibilità di vivere qualche decennio in più, come se la vita si misurasse nella durata, e non nell’intensità di come la si spende. La transizione alla dimensione digitale/virtuale non sarà più limitata al solo aspetto economico, ma avrà inglobato ogni dimensione dell’esistenza umana.

Il punto di svolta è l’utilizzo ad arte di questa pandemia, una perfetta occasione. Senza prestare il fianco ad una visione meramente e volgarmente chiamata “complottista” ed indifferentemente dalla genesi di questa occasione, esiste una condizione favorevole per le élite finanziarie di governare gli andamenti degli eventi in loro favore, in favore dei loro interessi. Il grande capitale post produttivo, plasticamente identificato in quel piccolo gruppo di società che fisicamente controlla la rete come la conosciamo noi, ha il bisogno di vedere, tatticamente, quanta più realtà possibile online. Perché genera valore da ogni movimento e in ogni istante. Nei fatti, realizza quella tendenza alla “reificazione” che Marx individuava, cioè la tendenza a “valorizzare tutto”: e dopo aver valorizzato le ore di lavoro produttivo, poi le ore di “riposo codificato” (che Debord avrebbe chiamato “consumo”), ora rimane da valorizzare tutto il resto del tempo o addirittura, se si riesce a spostare l’intera società umana solo – o il più possibile – online, il Capitale può valorizzare “il tempo” tout court.

Quindi, dal punto di vista del Capitale avanzato, le sperimentazioni di gestione pandemica, che tanto vengono dibattute nelle loro contraddizioni e nella loro irrilevanza effettiva sul piano strettamente sanitario, assumono una lineare e funzionale ragion d’essere sul piano di lettura economico/politica. Il lockdown, la distanza, l’estensione del QR Code al movimento dell’individuo, l’incoraggiamento al consumo online, alla produzione de-territorializzata, al telelavoro e via dicendo è semplicemente vantaggioso. Oggi più di domani, domani più di oggi. Quindi, siccome il grande capitale ha vantaggio che questo processo continui, soprattutto alle nostre latitudini, il processo non si fermerà fino a che il ribaltamento tra reale e virtuale non sarà in buona parte avvenuto e la vita nella realtà-reale (cioè offline) sarà residuale. Questo terribile processo può fermarsi o interrompersi? Sì, se e quando tale processo diventasse meno razionale per il capitale stesso, cosa che non sembra essere esattamente all’ordine del giorno. Oppure, ad esempio, se i ceti marginalizzati da questa centralizzazione verso un virtuale che sarà in realtà un effettivo spazio in mano a pochi privati e non un paradiso neutrale (come però ci viene confermato esattamente dalle prime notizie che provengono dal Metaverso) si mobilitassero, si organizzassero, generassero abbastanza “rapporto di forza” per orientare il processo in un’altra direzione. Le colonne portanti dei movimenti che hanno prodotto i grandi cambiamenti novecenteschi sono sempre stati i ceti spaventati da una nuova realtà che stava arrivando e che hanno spinto la storia in un’altra direzione rispetto a quella alla quale sembrava destinata. Tuttavia lo scenario è completamente differente: la società di ieri era estremamente politicizzata, molto meno socializzata rispetto a quella odierna, e le guerre mondiali, la prima in special modo, sono state una fucina di coscienza per i lavoratori europei che dopo anni nelle trincee non vivevano più di paura e non intendevano tornare al tran tran borghese e farsi bastare “la nuda esistenza”. Oggi la società è molto più omogenea e imbevuta dei valori egemonici del capitale: la quasi totalità delle contestazioni che si muovono in questo momento nelle piazze protesta senza tenere minimamente in considerazione la struttura in cui tutto ciò si muove, la società e il modello economico in cui sono inseriti, le forze, gli interessi e i conflitti che compongono il quadro. Non capiscono, non vogliono capire, che non stanno stanno lottando per far tornare le lancette della storia all’indietro, come vorrebbero, ma stanno operando per costruire le lame con le quali saranno fatti a pezzi. Perché la funzionalità di questo sistema è la sua capacità di inglobare il dissenso e piegarlo a proprio vantaggio.

Tutta la massa esterna al “centro” che sta decidendo e spingendo per la virtualizzazione del reale si sta assolutamente ingrossando, e si ingrosserà ogni giorno di più venendo arricchita gradualmente da lavoratori, disoccupati, sottoproletari, studenti, ex capitalisti ecc. Ma la bassa qualità delle informazioni di cui dispongono e la capacità nulla di metabolizzarle, e l’assenza di contenitori capaci di raccogliere queste forze e di renderle “rivoluzionarie” rendono i rapporti di forza totalmente a favore dei Padroni, che magari sono tipo in 12 in tutto il mondo, ma sono dal lato giusto della Tecnica/Capitale.

Ed in questo senso Marx sbagliava a credere che l’ingrossamento numerico delle file degli esclusi fosse ragione sufficiente per far collassare il sistema; hanno maggiore ragione i rivoluzionari successivi introducendo un elemento “attivo” a questa equazione che tirasse in ballo “le variabili soggettive”.

Rimane forse una ulteriore “via d’uscita”, come lo fu de facto la Prima Guerra Mondiale che nacque per conflitti ai vertici del Capitale, e che generò tutte le forme alternative di sistema che abbiamo conosciuto. Forse in questo senso, per quanto emotivamente ed idealmente possa spiacere, un conflitto di portata continentale porterebbe nuove razionalità in questo processo ed il Capitale potrebbe trovare rischioso centralizzare e indebolire la società virtualizzandola durante un conflitto. Ma d’altra parte, scommettere su una guerra mondiale è un bell’azzardo, soprattutto per i cambiamenti apportati al potere distruttivo delle armi, per i quali semplicemente potrebbe non esserci un dopo.

Ed è in questo preciso punto che per i materialisti toccherebbe fermarsi, cioè, se non esiste uno sbocco razionale, che senso ha intraprendere un conflitto necessariamente perdente? Se i rapporti di forza non sono sensati non esiste testimonianza, o si vince o si perde. Ed ecco che la debolezza diviene una scelta; ecco che, piuttosto che farsi male, non si fa nulla. “Il nemico è troppo forte, tanto vale trovare un compromesso”. La ragione perde. O meglio, certifica il proprio limite, entra in stallo.

Ma, come si arriva ad una stasi, le impostazioni volontaristiche ritrovano la propria superiorità rispetto alla scientificità supposta, determinano il movimento, lo slancio, vivono.

Ed ecco entrare in gioco l’elemento attivo, fondatore e duro.

La questione si pone su elemento semplice: è impossibile il confronto, se anche il compromesso significa comunque un danneggiamento della mia soggettività, allora forse è preferibile farsi male per una propria volontà, per una propria visione. Se tanto mi devo far male allora me la gioco per quel che reputo migliore per me.

La volontà si irrobustisce compiendola. La si uccide annacquandola di chiacchiere. Ma Volontà significa anche consapevolezza del fine, che a sua volta significa nozione esatta della propria potenza e dei mezzi per esprimerla nell’azione. Significa pertanto distinzione, individuazione dello strumento, formazione di una vita propria, una vita culturale, pre e meta-politica, una vita sociale, il più indipendente possibile dai condizionamenti dell’attuale sistema. Significa organizzazione compatta e disciplinata ai fini propri specifici, senza deviazioni e tentennamenti. Significa impulso rettilineo verso il fine massimo, senza scampagnate sui verdi prati della cordiale fratellanza, inteneriti dalle verdi erbette e dalle morbide dichiarazioni di stima e d’amore. Ciò non significa però che la volontà sia cieca razionalità, la razionalità è dialetticamente collegata con il sentimento, anzi risiede precisamente nel sentimento; non è nella testa, la volontà è qualcosa che si trova nel cuore, che ha potere d’azione, di realizzazione. La sproporzione delle forze in campo non è sufficiente a far crollare la volontà di battersi, è una questione di tattiche, di metodo e predisposizione. “Chi ha un perché abbastanza fortepuò superare qualsiasi come”, sosteneva Nietzsche. Il dato personale marca la differenza. Solo chi vuole battersi si batte. Il resto non conta. La questione si pone dunque su un problema pre-politico, non impolitico, si pone dunque sulla questione antropologica e metodologica. Manca il “materiale umano” necessario non solo a pensare alternative percorribili e teorizzare nuove vie, ma anche a realizzarle.  Dunque il ragionamento di metodo diviene più complesso nel comprendere che l’azione, per avere maggiori probabilità di successo, deve essere preceduta da un lavoro preliminare di carattere pedagogico e formativo. Un lavoro necessario a sedimentare una forza umana che sia capace di imprime una volontà nella storia.  Anche perché, è evidente che per pigrizia ci siamo innamorati di quel che ha funzionato per settant’anni, non capendo che occorre innamorarsi di quel che occorre nei prossimi settant’anni.

In questo senso, ancora più vero è l’ormai totalmente assurda frattura tra “destra/sinistra” se non per motivi simbolici, identitari, di riconoscimento: in definitiva realmente impolitici e, in quanto impolitici, reazionari, perché non operanti e dunque propedeutici al mantenimento e al rafforzamento dello status quo. Nelle società ove regna una atmosfera culturale omogenea specifica come la nostra, non è possibile concepire una presa di potere politica senza una presa preliminare del potere culturale. In questa prospettiva, la presa di potere non si effettua soltanto tramite una «insurrezione» politica che prende in mano, progressivamente o violentemente, il controllo dello stato, ma attraverso una trasformazione delle idee generali e dello «spirito dei tempi». E la posta di questa guerra è la cultura, considerata come il luogo del controllo e della specificazione dei valori e delle idee. Il punto dove agire è quello di una produzione culturale, teorica che sia allo stesso tempo azione educatrice e vitale. Bisogna essere portatori di un linguaggio nuovo nel nostro presente, dobbiamo iniziare a parlare un linguaggio dimenticato e che, quindi, deve essere di nuovo inventato. Il ragionamento sul linguaggio, il discorso sul discorso, non è ozioso, poiché la lingua fa la storia. Parlare in un dato modo anziché in un altro significa costruire un certo universo culturale al posto di un altro. In virtù di ciò, quello che ci occorre è una grammatica nuova attorno alla quale articolare un discorso approfondito che ci dispieghi una nuova visione del mondo.

Oggi noi siamo di fronte ad un vasto movimento egualitario omogeneizzante, profondamente riduttore delle diversità del mondo. Questo movimento si esprime essenzialmente non soltanto attraverso un certo numero di ideologie negative, ma anche, e forse soprattutto, per mezzo della diffusione su scala mondiale di uno standard di esistenza e di civilizzazione di cui gli Stati Uniti costituiscono l’epicentro. Applicato alla vita dei popoli, l’american way of life si rivela essere un american way of death.                                                                    La volontà di ritrovare le proprie radici è anche la lotta contro l’integrazione di tutte le culture in un «sistema» americano e occidentalista che impoverisce e spersonalizza. L’uomo deve esercitare in pieno le condizioni della sua autonomia e del suo essere.

Ragionare in questi termini oggi è già difficile, ancora più difficile ragionare e soprattutto agire in linea con il proprio pensiero nella provincia italiana del XXI secolo, lì dove il difficile diventa impossibile e qualsiasi avventura genera un’epica esistenziale, fecondatrice di ogni grande cambiamento. Sto scrivendo per me stesso ma nello stesso tempo mi rivolgo a tutti i ragazzi e le ragazze, gli uomini e le donne che hanno collaborato con noi, che hanno passato parte del loro tempo, sono stati protagonisti di singoli episodi, a quelli che sono rimasti e a quelli che se ne sono andati, come è naturale che sia. Questo scrivere è un’operazione essenziale, è vedersi dentro per farsi leggere fuori. Fissare un concetto, un’idea, per stabilire i contorni della propria visione. La storia deve essere presa per quello che è, vale a dire per il risultato della nostra volontà e di essa soltanto.  La nostra volontà è qualcosa che va portato in alto con orgoglio perché riempe le nostre esistenze, ci traccia un percorso, ci dona una visione, ci fa sentire utili. In questi anni abbiamo visto una lenta e costante evoluzione, anni duri e sempre più difficili, solitari, e anche i prossimi tempi che si annunciano sono già carichi di grandi e nuovi avvenimenti. Per questo voglio essere onesto, non è facile fare quello che facciamo, quotidianamente, si tratta di un atto di forte coraggio, che presenta controindicazioni come tutte le scelte radicali: chi lo compie sa che con la tenacia, la fatica e la volontà ha osato sfidare gli dei intoccabili del nostro tempo. Tuttavia, piaccia o no, è l’unica soluzione che garantisce almeno un risultato, un privilegio: la libertà

Questo progetto vuole mettere in atto un’operazione di auto-conoscenza che diviene auto-costruzione, dove i punti affrontati forgiano gli strumenti per rigenerare in un processo non solo mentale i presupposti fondanti della vita, siano essi; la Cultura, l’Arte, la Natura, la Parola, il Corpo, la Bellezza, l’Identità, la Solidarietà,  la Giustizia, la Comunità, la Patria, lo Stile, la Forza, le Idee.                                                                                                                                            Il progetto Aurora non nasce dal nulla, esso è la sintesi di tante esperienze, intuizioni, riflessioni come quelle di coloro che hanno tracciato i primi passi del percorso, siano stati essi singoli, gruppi o intere generazioni. La lucidità di questo percorso serve ad avviare la costruzione di una comunità in divenire. La creatività, il rafforzamento della vita, la produzione di nuovi valori, l’affermazione del proprio essere, della propria storia.

In una parola: la volontà di potenza.

La musica di Wagner sfuma, il corpo dolorante sussulta. Continuare così, cercare la forza, perché tramite la forza si può difendere la bellezza, perché essere deboli oggi è solo una scelta.